Conoscenza – Coscienza – Libertà – Responsabilità

Premessi i limiti del linguaggio, da tempo seguiamo delle linee guida nel nostro percorso interiore mentre ci rapportiamo fra noi.

Si è più volte detto che fin dal primo apprendimento non possiamo fare a meno di subire dei continui condizionamenti che necessariamente si accompagnano all’apprendimento stesso: il soddisfacimento dei bisogni naturali, le regole familiari e sociali, la scuola, l’ambiente, sono le fonti di influssi esterni che portano dentro di noi il mondo della manifestazione, e in misura maggiore o minore vengono da noi recepiti, elaborati ed esternati nei nostri comportamenti ( e stante la nostra unicità – perfino nei nostri atteggiamenti corporei). Del resto lo stesso Kant ci ricorda che non può non rimanere in noi qualcosa del rapporto con l’esterno.

Se ci soccorre la nostra ragione naturale (Il Virgilio di Dante) – e questo avviene per tutti coloro che non si abbandonano alla pigrizia mentale – possiamo intraprendere un cammino autonomo di conoscenza via via più libero. Tutto ci può soccorrere in questo cammino: l’insegnamento esoterico, il dialogo, la lettura, l’osservazione e soprattutto la riflessione e la serena meditazione (è la preghiera del massone?).

Esotericamente potremmo quindi definire la conoscenza il risultato della elaborazione delle informazioni che provengono dalla manifestazione tramite un uso della ragione naturale e di quella razionale teso a rimuovere i condizionamenti che le informazioni determinano, liberando la ragione illuminante che ci porti a intuire il “reale” che è al di là della manifestazione stessa (l’apparente).

“Gnoti Seauton” – conosci te stesso – era il motto dei filosofi greci, che noi abbiamo fatto nostro.

Nel cammino della conoscenza ci si presentano i tre grandi interrogativi: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Cercando di rispondere ad essi entriamo nel campo della coscienza: dovendone dare una definizione “informativa” possiamo dire che la coscienza è la conoscenza di sé, ma per una individuazione del concetto di coscienza (estremamente controverso nei secoli) non possiamo non ricorrere al pensiero filosofico: Platone diceva che non basta conoscere le cose: Occorre conoscere le idee delle cose.

gnothi seautonAristotele (che ha elaborato il concetto delle tre anime, ripreso da Dante) definiva la coscienza il “pensiero che pensa se stesso”, bisogna partire (e Aristotele stesso con le tre anime lo anticipa) dal nostro io individuandolo subito come unità inscindibile di corpo e mente (con la squadra ancora sovrapposta al compasso, nel mezzo del cammin di nostra vita); e alla visione olistica si rifanno oggi gli studiosi: BORIS CYRULNIK ebreo, psichiatra, etologo, neurologo e scrittore, nel suo difficilissimo lavoro teso a far tornare alla “normalità” tanti bambini-soldato, piaga e vergogna dell’intera umanità ha lo scopo dichiarato di ricostituire l’unità di mente e di corpo che abbiamo perduto nei secoli, mettendo d’accordo biologia e psicologia.

“Lo sviluppo della neuroscienza ci ha fatto capire che abbiamo avuto torto a separare la scienza del corpo da quella dell’anima, perché interagiscono costantemente. Solo su queste basi si può raggiungere una migliore conoscenza di sé. Nel rapportarci con il mondo esterno facciamo fatica a riconoscere e gestire l’empatia (più avanti vedremo “l’immiarsi“ e “l’inluiarsi”) condizionati come siamo dal determinismo biologico e da un “certo” materialismo.”.

E’ una implicita critica di quei darwinisti che continueranno a rigirarsi su se stessi fino a quando non riconosceranno la divina scintilla.

DOUGLAS HOFSTADTER, filosofo, ci dice che per comprendere e spiegare i concetti contigui di io-sé, mente-coscienza, bisogna abbandonare una impostazione di tipo dualistico, anche se nulla si sottrae al dominio delle leggi fisiche: quindi bisogna evitare di rimanere prigionieri del dualismo corpo-mente (“res extensa” distinta quando non contrapposta alla “res cogitans”) senza privilegiare (al contrario di “certi” materialisti) esclusivamente il pensiero come prodotto della mente, perché c’è il rischio di cadere nei “tranelli” di questa (vedi il “satana-mente” coniato da un fratello); l’uomo non è un computer fatto di hardware e software ma una unità inscindibile fatta di “anelli” collegati e interagenti (si torna alle tre anime?).

Quindi va ribaltato il “cogito ergo sum” di Cartesio (dalla cui meccanicità i darwiniani non riescono a liberarsi: la speculazione scientifica non basta!); allora diciamo meglio “sum ergo cogito”: metto in moto i miei neuroni (Alberoni dice: le mie reti neuronali) raffrontandomi poi con gli altri (il lavoro di loggia?) e quindi attivando anche i miei neuroni specchio (l’immiarsi e l’inluiarsi di padre Dante); e quindi, data l’impossibile identità dei processi mentali per l’ineludibile differenza dei sostegni neuronali da un uomo all’altro (e solo qui i darwiniani possono avere ragione), procedo nella “mia” individuazione cercando di arrivare al sé (dal sono io all’io sono); peraltro dopo la mia disgregazione cellulare, essendomi rapportato agli altri uomini, avrò pur influenzato i neuroni specchio specie di quelli che ho conosciuto e amato. Inoltre i miei corpi sottili possono influenzare, quali veri input, qualsiasi nascita, così si realizzano i versi di Foscolo “sol chi non lascia eredità di affetti poca gioia ha nell’urna”; così si può parlare di resurrezione “nella” carne, più che della carne.

ùUna studiosa ha raccolto le testimonianze degli sciamani della Sierra Messicana che ritengono che alla loro morte si trasformeranno in “energia dotata di consapevolezza”! I seguaci di Maharishi Yogi parlano di volo yoga dal “campo unificato” (che sintetizza le energie elettriche ed elettromagnetiche) equiparando quest’ultimo col “campo di coscienza” (in principio era il verbo?), infinito e invisibile, irradiantesi su tutta la realtà ed al quale possono attingere le coscienze individuali.

A questo punto cerco di riassumere: nascita, apprendimento, condizionamenti, risveglio della ragione naturale e di quella razionale in una sintesi di corpo e mente, “preghiera” nell’accezione sopra detta, rapporto con gli altri, progressione di stati di coscienza (“stati”, chè la coscienza piena coinciderebbe con una illuminazione piena, meta del nostro cammino non si sa quanto raggiungibile) tendendo dalla conoscenza di sé alla conoscenza “del” sé che dovrebbe essere “la coscienza”.

Questo è quanto tentiamo di fare anche coi nostri architettonici lavori.

A questo punto possiamo stare “contenti al quia”? Avremo trovato ciò che caratterizza l’Uomo nella manifestazione?
Innumerevoli dubbi sono stati avanzati in proposito quanto meno riferendosi al mondo animale; sia pure parlando di un’anima di gruppo, di steineriana memoria c’è chi riconosce agli animali degli stati di conoscenza di sé che essi possono anche esternare, e nella concezione olistica dell’universo questo si può-certo con difficoltà-riconoscere in qualche misura al mondo vegetale e perfino a quello minerale (le memorie dell’acqua).

A mio parere quello che distingue l’uomo come fatto ad immagine e somiglianza di Dio, dopo aver riassunto in sé tutte le leggi della manifestazione, unificate dalla divina scintilla, è la libertà (tra glia altri ne convengono anche i testimoni di Geova).

A cominciare dalla libertà di scelta: l’uomo è l’unico essere del creato che può fare delle scelte anche contrastanti con le leggi della manifestazione, mosso dai propri stati di coscienza può rivolgere i suoi atti anche contro sé stesso (e gli esempi sono innumerevoli); e non si parli delle automutilazioni o delle scelte suicide di alcuni animali, perché queste sono governate da ferree leggi per la salvezza dell’individuo (o della specie) o da guasti nel loro meccanismi vitali. Questo terribile dono fatto da Dio con la divina scintilla, porta alla cacciata dell’uomo dell’Eden: ecco perché a questa vicenda non si può dare la definizione di “peccato originale” con una valutazione etica negativa secondo me inammissibile; certo, abbiamo detto che la libertà di scelta porta l’uomo anche sulla via di quello che viene chiamato “male”: è qui che, nella nostra individuale quotidiana discesa agli inferi, acquisendo consapevolezza, possiamo risalire ed effettuare scelte liberatorie aiutati da una volontà sempre più svincolata da sforzi e sacrifici, scelte che vanno al di là della libertà entrando nel campo del libero arbitrio(fuori dalle pastoie della nostra natura e delle Kelipot in cui siamo rinchiusi); possiamo cioè entrare nell’ottuplice sentiero del Buddha.

Cammino infernale, purgatoriale e paradisiaco che percorriamo in ogni momento della nostra esistenza, avendo il dovere, verso noi stessi e gli altri, di farlo nel modo più responsabile; ed ecco qui l’altra faccia del dono della libertà: la responsabilità: gli orientali parlano di Karma: se ne può convenire: è il nostro debito esistenziale, accumulatosi con i condizionamenti e i comportamenti “viziosi” che ragione naturale e razionale e, quando si può, illuminate ci debbono portare a pagare a noi stessi e agli altri, proprio attraverso la conoscenza e i comportamenti “virtuosi” che ne conseguono.

Anche nel mondo profano si comincia a parlare di società responsabile (don Ciotti contro il vieto “società civile”) e di patto politico di responsabilità (il giornalista Luca Ricolfi).
Segno di una qualche “presa di coscienza” nella faciloneria e nella deresponsabilizzazione ancora purtroppo imperanti, sempre per il peccato di pigrizia: e al riguardo vorrei concludere col pensiero di EMANUELE KANT (risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? 1784): “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sè stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sè stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancata decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro!

“SAPERE AUDE! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza è dunque il motto dell’illuminismo. La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall’eterodistinzione (naturaliter –adulti-maiorennes), tuttavia rimane volentieri minorenne per l’intera vita: e per cui riesce tanto facile agli altri ergersi a loro tutori. E’ tanto comodo essere minorenni”.

Fr. THOT

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IPAZIA di Alessandria

“Se mi faccio comprare, non sono più libera, e non potrò più studiare: è così che funziona una mente libera”.

La figura di Ipazia di Alessandria è diventata un simbolo della libertà di pensiero e dell’emancipazione femminile, a tal punto da essere mitizzata dalla letteratura e dalla cinematografia recente (ad esempio il fortunato film del 2009).

In questo articolo, si cercherà di evidenziare i dati storici più attendibili che parlano delle vicende della filosofa e matematica di Alessandria d’Egitto. Le principali fonti antiche sulla vita di Ipazia sono “La storia ecclesiastica” di Socrate Scolastico, avvocato alla corte di Costantinopoli e contemporaneo della filosofa, nonchè gli scritti di Damascio, filosofo neoplatonico vissuto un secolo più tardi.

E’ necessario sottolineare  che gli scritti originari di Ipazia, sembra siano andati perduti oppure incorporati in pubblicazioni di altri autori. Dalle precitate fonti, è stato possibile stabilire che Ipazia nacque intorno al 370 d.C ad Alessandria d’Egitto, una delle città più prospere del Mediterraneo, vivacissimo centro culturale fin dall’epoca ellenistica, e fu avviata allo studio della matematica, della geometria e dell’astronomia dall’affettuoso e coltissimo padre Teone di Alessandria. Suscita molta commozione il commento che lo stesso Teone appose alla sua opera “III libro del commento al sistema matematico di Tolomeo”, che suona così: “Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”. Non si conoscono dati riguardo alla madre, si ritiene che ella sia morta quando Ipazia fosse ancora in tenera età. La giovane donna perfezionò il sapere di suo padre, dedicandosi con slancio e passione alla divulgazione del sapere matematico, geometrico ed astronomico, ma andò 0ltre gli ambiti di ricerca dell’illustre genitore, in quanto si applicò anche allo studio della filosofia vera e propria, approfondendo le idee di Platone, di Aristotele, ma soprattutto di Plotino, il fondatore del neoplatonismo.

La fama di Ipazia brillò a tal punto che, nonostante fosse donna, riuscì a succedere a suo padre nell’insegnamento presso il Museo di Alessandria d’Egitto già dal 393, un’impresa davvero straordinaria per quell’epoca. Ma Ipazia era conosciuta anche per la sua bellezza, tanto che si narra la grande passione di uno dei suoi allievi, divenuta in seguito uno dei pretesti per la condanna dei suoi avversari; non si sposò mai, scelta coraggiosissima per una donna di quel tempo, consacrando la propria esistenza alla ricerca del sapere, raggiungendo un traguardo oltremodo prestigioso, cioè la nomina a “Direttrice della Scuola neoplatonica di Alessandria”. Filostorgio, storico della Chiesa, narra che la donna “introdusse molti alle scienze matematiche”, ricevendo lodi e appezzamenti per la sua illuminata conoscenza e per la grande generosità. Tramandava pubblicamente il sapere, rappresentando un’autorità nei circoli culturali della cosmopolita Alessandria e un punto di riferimento insostituibile nello scenario ideologico dell’epoca. Socrate Scolastico riferisce che Ipazia si distingueva per la sua straordinaria saggezza, tanto che la maggior parte dei cittadini di Alessandria provava per lei una sorta di timore reverenziale. Era molto amata dal popolo, non apparendo mai gelosa del suo sapere, che non riservava agli “iniziati”, come avveniva in molti ambienti gnostici e pagani, ma sempre disposta a condividerlo con gli altri. Delle sue opere, da fonti indirette, si sa che abbia scritto: a) Commento in 13 volumi all’Aritmetica di Diofanto (II sec.), nel quale Ipazia sviluppò soluzioni alternative a vecchi problemi e ne formulò nuovi; b) Commento in 8 volumi a Le Coniche di Apollonio di Pergamo, un’analisi matematica delle sezioni del cono; c) Commento, insieme al padre Teone, all’Almagesto di Tolomeo, un’opera in tredici  libri che segnalava tutte le conoscenze astronomiche e matematiche dell’epoca.

La grande fama, tuttavia, circa la figura di Ipazia, si diffuse per la tragica morte avvenuta nel 415 d.C.. La fonte più attendibile è rappresentata dalla “Vita di Isidoro” di Damascio, dove si narra che ad Ipazia fu teso un agguato ordito dal Vescovo di Alessandria Cirillo, che fomentò un gruppo di fanatici cristiani. Questi l’avrebbero tirata giù da un carro mentre tornava a casa, conducendola poi in una chiesa, dove sarebbe avvenuto il suo supplizio, strappandole tutte le vesti e facendola letteralmente a pezzi. Dopo l’orribile delitto, le parti smembrate del corpo di Ipazia furono addirittura portate al luogo denominato “Cinerone”, perchè della celebre pensatrice non rimanesse più nulla. Anche altri autori come Filostorgio, Socrate Scolastico, Esichio, Malalas, Giovanni di Nikiu e Teofane, che scrissero tra il quinto e il nono secolo, riportano versioni concordi sulle modalità e sulle cause della morte di Ipazia, con varianti trascurabili. Occorre una riflessione sui motivi che portarono il Vescovo Cirillo ad organizzare il supplizio di Ipazia. Sicuramente la cultura e la saggezza della donna umiliarono la superstizione e l’ignoranza di alcuni ambienti della nuova “setta dei cristiani” (così come veniva allora denominata). Se gli ambienti cristiani colti ed ai limiti dell’ortodossia tolleravano Ipazia, lo stesso non si può dire di quelli più intransigenti e fanatici.

Ma perchè Cirillo odiava tanto Ipazia? Di certo l’invidia per la notorietà raggiunta dalla donna giocò un rilievo importante, ma le cause del rancore del Vescovo di Alessandria hanno radici politiche ed ideologiche più profonde. Nel 391, Teodosio aveva proclamato il Cristianesimo “religione di stato” e nel 392 fu promulgata addirittura una legge contro i riti pagani. Le strutture organizzative della Chiesa, soprattutto le diocesi, cominciarono a soppiantare le ormai decadenti istituzioni politiche dell’impero romano. I Cristiani, soprattutto nell’impero romano d’oriente, dove si era imposto il sistema “cesaropapista”, ossia nessuna distinzione tra potere temporale e spirituale, riuscirono a contare sull’appoggio delle istituzioni politiche. Alcuni gruppi cristiani ripagarono i pagani dei torti e dei pregiudizi subiti nei secoli precedenti con altra violenza: da perseguitati divennero persecutori. Una tendenza ad imporre il proprio credo religioso, da parte della Chiesa Cattolica, che purtroppo rimarrà invariata per secoli (come ad esempio l’Inquisizione o la persecuzione delle sette eretiche come i Catari o gli Ugonotti). Solo di recente, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa  ha cominciato a chiedere scusa per gli innumerevoli misfatti del passato. Pertanto Cirillo (canonizzato perfino santo!) vedeva in Ipazia una grande minaccia alla sua autorità, rappresentando la donna l’apice della cultura di Alessandria, dove le successioni dei professori di filosofia erano registrate in città, per sottolineare l’immenso prestigio della carica.

Mi piace concludere questo breve omaggio ad Ipazia con l’epigramma a lei dedicato dal poeta Pallada, suo contemporaneo. “Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto, Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura”.

Luigi Angelino

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