Castel del Monte – Uno Scrigno Esoterico (pt 3 di 3)

Molti gli elementi che lasciano intendere che il castello  sia stato concepito come un Centro della sapienza, un Tempio iniziatico. La struttura, includendo il vasto arredamento simbolico , ben si presta ad una osservazione ermeneutica volta alla scoperta  degli  innumerevoli significati misterici, rendendolo, in questo modo, un alveo di una pluralità di discipline esoteriche tante care a noi Massoni.

Chi si avvicini a CdM con atteggiamento dottrinale, inevitabilmente si scontra con una serie di interrogativi imbarazzanti destinati a non ricevere risposte; chi, attratto dal Mistero della struttura, e meglio se già conoscitore di “Mondi Sottili”, trova in esso il portale per un reale cammino iniziatico che ricorda  la via della  trasmutazione alchemica spirituale. Già da lontano, abbiamo visto, affascina e crea un particolare stato di suggestione. Il silenzio del luogo avvolge l’osservatore; tutto deve tacere affinché si possano schiudere le porte della percezione spirituale e affinché si possa creare  uno stato meditativo/introspettivo induttore di una  armonizzazione alchemica con la architettura del Castello.

Non è possibile una interpretazione di CdM senza ricorrere alla numerologia simbolica ed ai significati esoterici di quella cristiana medioevale, ma anche di quella orientale ed islamica da cui la cristiana venne influenzata. Salta subito agli occhi, dunque,  la forma ottagonale. Inoltre, otto sono le torri, otto le stanze inferiori e superiori, mentre, nel cortile interno, caratterizzato dalla presenza di tre finestre ( il tre è numero dell’anima e della trinità) sappiamo essere esistita una vasca ottagonale. Già questo basterebbe a considerare CdM una costruzione-simbolo, più significante che bella, deputata al riproponimento di Gerusalemme, città, appunto, ottagonale, fulcro delle tre religioni rivelate, cercando di concretizzare  l’idea di riunificazione ecumenica delle correnti spirituali essoteriche ed esoteriche del tempo.

L’ottagono, secondo René Guénon, unico poliedro vicino al cerchio, è un forma intermediaria fra quadrato e cerchio, ossia fra umano e divino. Il numero 8, in quanto somma dei tre numeri cardine 1,2,4, indicanti l’Unità, la Trinità e la Materia è adatto ad essere assunto come numero complessivo dell’universo e del rapporto fra Dio ed il Creato. La forma ottagonale intesa come risultante della intersezione fra un cerchio ed un quadrato o della sovrapposizione di due quadrati ruotati di 45 gradi, venne interpretata nella architettura sacra cristiana come intermedia e quindi collegante quella della perfezione divina, il cerchio, con quella della perfezione naturale e umana, il quadrato. Poiché il cerchio rappresentava la sfera celeste e l’infinito confine della potenza e della sapienza divina, l’Eden-Pardes creato da Dio secondo la misura della perfezione veniva raffigurato come rotondo; e la Gerusalemme celeste, città perfetta ma  a misura d’uomo, assumeva i contorni del quadrato in quanto simbolo della umanità e dei quattro elementi. Ma tra il quadrato ed il cerchio, la forma intermedia era, appunto, rappresentata dall’ottagono che diviene, dunque, ponte fra il cerchio divino ed il quadrato umano. Da queste considerazioni si estrapola la funzione di centro energetico spirituale atto ad accogliere chi volesse ricollegarsi con il divino.

Abbiamo visto dunque come la pianta di CDM sia stata tracciata seguendo regole astronomiche ben precise, si può dire che le linee guida siano state dettate dallo stesso Kosmo (sole, lune etc) e che per la costruzione del resto sia venuta in ausilio la matematica che sottende alla creazione delle forme della natura( numero aureo).
Da una parte dunque ciò che dal Kosmo ci perviene dall’altro la terra e le sue regole espresse in numero. Si può affermare che CDM sottenda già da questo ad una segreta unione tra Trascendente e immanente.
Cerchiamo allora come si diceva prima nella stessa pietre il senso di questa costruzione. Come possiamo noi, non conoscendo neanche i reali ideatori di CDM,  pensare di comprendere i nascosti significati che ne permeano il simbolo?
Innanzitutto dalle anomalie, da ciò che discosta questa costruzione dall’idea che normalmente abbiamo di un castello.

La prima anomalia è il portale di ingresso troppo piccolo e stretto per entrarci anche a piedi figuriamoci a cavallo. Abbiamo visto come esso sia stato costruito partendo dalle solite tracce astronomiche ( i due solstizi vanno a disegnare con le ombre proiettate dai due Torrioni posti ad  Est la posizione delle due colonne-lesene ) e poi sia stato completato attraverso il numero e la geometrica sacra prendendo come riferimento il pentagono stellato o pitagorico.

Le scale a chiocciola che vanno dal primo al secondo piano e quelle che vanno dal secondo al terrazzo seguono una spirale sinistrorsa, contraria a quella comunemente usata nei castelli perché in tale modo un eventuale assalitore aveva la mano armata, quella destra, libera e non impegnata dalla colonna montante della scala. A proposito di spirali e sensi di marcia il piano superiore è stato progettato ( lo vedremo più in dettaglio in seguito) per essere percorso in senso destrorso, l’attraversamento delle sue sale, che ricordiamo essere invivibili per la presenza di panche in pietra  lungo tutte le pareti e quindi per l’impossibilità di appoggiare al muro  anche il più piccolo mobile, implicava un senso di marcia che noi conosciamo benissimo
( squadratura del tempio).

La spirale è un simbolo antichissimo, quasi archetipale potremmo dire, esso assume significati differenti a seconda che si impegni da un lato o dal lato opposto: la spirale antioraria, quella delle scale, simboleggia l’acqua, è espressione della stagione invernale ed indica la strada dell’introspezione, della riflessione allo scopo di ritrovare la luce, la scintilla  interiore. E’ il percorso indicato al principio di ogni cammino iniziatico (VITRIOL). La spirale destrorsa (quella del secondo piano) indica all’opposto il Sole, quindi il fuoco, è espressione della stagione estiva. E’ il viaggio che l’anima compie dalla parte più intima del se fino alle alte forme di spiritualità. Indica in definitiva il sentiero che lo spirito percorre per tendere alla perfezione. La prima ha una direzione centripeta la seconda centrifuga, l’una scende l’altra sale. Esse sono rappresentate bene dai simboli alchemici Acqua e Fuoco.

Dunque il visitatore, forse prima di impegnare  un percorso tutto accidentato assomigliante a quello compiuto in un labirinto al piano terra  ( che vedremo più in dettaglio più avanti ), in origine era posto al centro del cortile ottagonale, con per tetto l’intero firmamento ( sotto le stelle) era invitato a purificarsi dai metalli attraverso la nota operazione delle abluzioni usando l’acqua di una vasca ottagonale ora non più presente ma di cui si hanno ampie testimonianze. Questa vasca monolitica era posta come detto al centro del cortile e guarda caso il suo perimetro era segnato ancora una volta dalle ombre proiettate a mezzogiorno dal Sole ma di un giorno particolare : il San Giovanni Evangelista ovvero il solstizio di estate. Da qui evinciamo l’importanza centrale che tale vasca doveva avere .
Il visitatore si trovava immerso nell’elemento acqua-luna al centro di un edificio interamente costruito dalla mano del Sole, forgiato nel fuoco. Gli opposti concorrono qui entrambi alla purificazione dell’uomo posto in tal modo al centro del creato.

All’acqua e al fuoco e alla loro congiunzione mistica faceva riferimento un bassorilievo visibile sulla parete Nord. Esso rappresentava la Caccia di Meleagro . Senza entrare nei dettagli del mito,  Meleagro ben rappresenta il fuoco, infatti alla sua nascita fu predetto che sarebbe vissuto fino a quando un particolare ceppo di legno non fosse stato del tutto consunto dal fuoco . Meleagro è innamorato di Atalanta che gareggia e vince con lui alla caccia del cinghiale di Calidone. Atalanta è un personaggio mitico anche esso che si consacra vergine alla Luna conficcando la sua lancia in una roccia dalla quale inizia a sgorgare una fonte. Ecco dunque anche in questa opera probabilmente ellenica e di riutilizzo  i simboli alchemici e astronomi Fuoco-Acqua, Sole-Luna.


All’acqua e alla tradizione Biblica è connessa una scoperta recente: la presenza di 5 cisterne  sulla sommità di 5 torrioni. La cosa sorprendente è che apparentemente non hanno nessuna funzione: hanno i canali per la raccolta delle acque piovane, hanno i canali di sfogo del troppo pieno.. e basta. Non hanno canali che possano convogliare l’acqua da qualche parte. Sono semplicemente dei recipienti di acqua senza apparente utilizzo. E per di più in posizione tale da ricordare se raccordati fra loro un pentagono pitagorico. Una stella a cinque punte.

Abbiamo parlato di acqua al piano terra ed ora ne troviamo sotto il tetto, il castello è posto al centro a dividere  le acque superiori da quelle inferiori come vibrazione cristallizzata nella pietra emule di quella primordiale armonia, di quel antico più del tempo suono emesso dalla Ruach  divina. Spirito Santo, pneuma, logos, Hator o  Sophia per alcuni.. insomma è una nota che ancora oggi è vibrante e vivificante che da allora tutto muove, distrugge  e rigenera. E’ il respiro di Brahma. Il riferimento al Libro di vera luce non è accidentale, chiunque sia stato il suo edificatore è mia opinione che volesse in questo tempio condensare un sapere antico, voleva che questo luogo fosse posto a sorreggere quel filo rosso che parte dalla notte dei tempi e passando per i templi egizi , per la  sapienza dei magi e di Pitagora ,Platone , Plotino e altri arrivava a vivificare le correnti esoteriche delle religioni dogmatiche e monoteiste del tempo.

Si è detto in riferimento al castello che la necessità del posto scaturisse dalla volontà di tendere a riunire, a ricondensare i saperi antichi tesoro di queste correnti. Pensiamoci: l’Islamismo aveva ed ha la sua corrente esoterica nel Sufismo, l’Ebraismo aveva ed ha la Cabalà … e il cristianesimo? E se questo luogo privo di riferimenti simbolici esplicitamente religiosi intendesse accogliere questa antica sapienza: un luogo in cui al di la delle appartenenze si meditasse solo sul vero  scopo dell’uomo e sulla  sua relazione con il divino?

Sufismo e Cristianesimo sono religioni più giovani dell’ebraismo e da questo in una certa maniera ne discendono. forse è li che dobbiamo individuare un ulteriore suggerimento di ricerca.
Sappiamo tutti che l’alfabeto ebraico è insieme lettera numero e simbolo. Ad ogni lettera corrisponde un numero ed un determinato simbolismo associato alla forma della lettera ( come per gli Arcani egizi da cui quasi sicuramente discendono).

Otto è il numero che questo edificio urla in ogni sua parte. Il numero otto nella tradizione ebraica è associato alla lettera Het Essa raffigura l’entrata in una dimensione che supera la completezza del sette ( i sette giorni della creazione). Se facciamo riferimento all’albero sefirotico contando dal basso l’ottava Sefirah è Binah:  la prima dell’eterno increato.
Questa Sefirah rappresenta l’unione del divino, dell’inconoscibile, con il creato, con la propria emanazione.
Essa dalla tradizione è chiamata Grande Madre proprio come Venere il cui simbolo è il pentalfa e che abbiamo visto essere presente più volte in CDM ( cisterne, portale etc ). Come Grande Madre essa è associata alla parola Marah che significa madre di tutti i viventi, utero archetipale della manifestazione divina (cosa ci sembra CDM nella sua parte vuota?
Al centro di questo Atanor, o utero archetipale,  non era forse  posta una vasca da cui simbolicamente l’iniziato rinasceva?

Marah diviene Maria e come per quest’ultima l’attributo che la contraddistingue è la propria verginità intesa nel senso di lavorare la materia, trasformarla pur rimanendo sempre uguale a se stessa.  E’ da notare che quasi tutte le chiese Cistercensi e con esse anche le cattedrali gotiche sono intitolate a Maria Vergine. Binah è anche “l’ intelligenza che santifica”  essa è anche considerata il genitore della fede, non di quella cieca delle religioni essoteriche, dogmatiche ma quella meditata raggiunta attraverso l’uso del proprio intelletto, attraverso uno studio profondo e riflessivo e soprattutto condiviso ( il riferimento obbligato  è alle panche del piano superiore che sicuramente invitavano alla riflessione e alla condivisione).
I cabalisti indicano questo stato come il raggiungimento della “fede oltre la ragione” da essa, dalla ragione prende origine ma è proiettata poi verso ciò che la ragione non può comprendere e le parole non possono esprimere. Binah infine è associata anche al trentaduesimo sentiero dell’albero sefirotico “guarda caso” quello percorso dall’anima che si vuole evolvere. Het l’ottava lettera dell’alfabeto ebraico, rappresenta nella forma e simbolicamente una Porta. Essa è formata da una Vaw e da una Zain , altre due lettere ebraiche.

La Vaw rappresenta la luce diretta quella discendente, Zain invece è la luce avvolgente, quella che risale e che ritorna.. ancora un movimento ascendente e uno contrario discendente proprio come quelli rappresentati dall’ Acqua e dal Fuoco visti poc’anzi.
Quando queste due luci si incontrano avviene il matrimonio mistico della Het, Da esso nasce il Bambino Divino, l’androgino, formula arcaica della coesistenza di tutti gli attributi nella unità divina, ed ancora  l’androgino presentato dalle dottrine iniziatiche come lo stato adamitico che deve essere riconquistato.
Esso rappresenta una porta. Forse la porta di cui ci parla il vangelo  di S. Tommaso in cui si dice: “E se farete il maschio e la femmina in uno, perché il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina , entrerete nel regno dei cieli”.

La porta delle porte è quella definita dallo spazio vuoto tra le ali incrociate dei Cherubini; quelli che sovrastavano l’Arca dell’alleanza e le Tavole di Mose. Questi Cherubini, immagine perfetta dell’unione tra il maschile e il femminile, sono i terribili guardiani dell’albero della vita, ma nello stesso tempo, delimitano e segnano l’accesso diretto al Pardes.. al paradiso e quindi alla piena contemplazione del divino.
Il numero otto rappresenta anche il mese di Tamuz … guarda caso quello in cui si aprirebbe la più importante delle porte astronomiche ovvero quella del 24 Giugno.. giorno di San Giovanni Battista. Il numero otto  rappresenta anche la tribù di Ruben, il primogenito di Giacobbe, che qualcosa con le porte verso il pardes ha a che fare. ( scala nei quadri di Loggia di primo grado).

Infine una provocazione più che una traccia: abbiamo visto come la Het sia formata da una Zain e da una Vaw il cui valore numerico sommato è 13. Gematricamente parlando 13 è anche il valore di Ahavah-Amore.  Si è parlato di Fede oltre la ragione, si è parlato di Venere( o Amore) e del pentalfa che la rappresenta , si è indicato il rapporto mai consumato del femminile con il maschile ed infine si è individuato nella sapienza, nella Sophia, il mezzo perseguito più che utilizzato  al fine di ottenere la propria elevazione spirituale. 

Fede, amore Sapienza. Non ci ricordano forse i Fedeli d’amore? Anche essi simbolicamente anelavano alla donna amata ma a patto che l’amor non fosse “consumato”,  il loro operare era caratterizzato da un linguaggio ermetico ( parlar cruz dicevano) ideato acciocchè la propria dottrina non fosse accessibile ai non iniziati ( la gente grosa ) Per essi la dama simboleggiava l’intelletto trascendente ( Binah è appunto questo per i cabalisti). Mischiavano volutamente i concetti di morte e di amore,desideravano morire d’amore perché cosi facendo l’umano si sarebbe congiunto  al divino in un unico sublime ed eterno amore.

Amore e morte…
Binah è secondo i cabalisti l’espressione massima dell’amore: essa riceve solo e unicamente per dare senza nulla trattenere per se ( da qui il concetto di verginità) ma è anche rappresentata dal Dio Saturno, il decano degli dei, colui che mangiava i suoi figli, considerato l’essenza del tempo e quindi della morte. Anche Dante, fedele d’amore, nella sua commedia parla di “Divina potestade”, “somma sapienza” e “primo amore”. Luigi Valli, autore di una lettura in chiave esoterica della opera dantesca indica in questa la triade cabalistica di Keter, Chokman e Binah. Secondo il Valli Binah corrisponderebbe proprio al primo amore , alla domina dei fedeli d’amore .
Abbiamo visto che l’ Amore è l’intelligenza attiva  e cioè come dice Dante “l’ Amor che muove il sole e le altre stelle”. Nell’intelletto del fedele d’amore questa intelligenza attiva è desta ed attiva appunto , nei profani è dormiente ed inoperosa. Nel gergo dei fedeli d’ Amore sempre secondo il Valli dormire significa essere nell’errore ed in particolare appartenere alla chiesa di Roma. E’ il simbolismo adoperato da Dante negli ultimi canti del purgatorio, in cui all’immersione nel Lete, il fiume del sonno, succede quello nell’Eunoè, in virtù del quale come pianta novella (neo-fita) rinnovellata di novella fronda Dante diviene puro e disposto a salire le stelle.
L’amore in senso iniziatico ha dunque la capacità di sottrarre al sonno ed alla morte dando al fedele d’amore una vita nuova.
L’immersione nel Eunoè, l’abluzione nella vasca ottagonale sotto le anelate stelle è dunque il primo passo che l’uomo di desiderio compie al fine di trascendere l’immanente, togliere il velo ad Iside e scoprirsi Dio in esilio.

Boccaccio nella sua terza novella fa dire a Melchisedech che tra Giudaismo, Cristianesimo e l’Islamismo nessuno sa quale sia la vera fede. Che il Boccaccio metta frasi di questo genere proprio in bocca a Melchisedech, che occupa una posizione di primo piano nella tradizione esoterica, è cosa che può far riflettere assai. C’era o si stava cercando di costituire un esoterismo cristiano in grado di colloquiare con le parti più illuminate delle altre religioni?

Sappiamo quanto i templari abbiano contribuito nel ridestare uno scambio culturale con il popolo ebraico, sappiamo quanto Averroè abbia insegnato del sufismo in occidente, e Michele Scoto ne era certamente un estimatore, sappiamo infine quanto Federico II fosse attratto da certe argomentazioni e da taluni personaggi. Insomma immagino seduti su quelle panche in fredda pietra con il viso illuminato dal giallo chiarore del fuoco, vestiti ognuno in maniera differente in ragione della propria provenienza, uno sparuto gruppo di uomini che meditando sui simboli e aiutandosi con le allegorie tentasse quello che un altro gruppo di uomini vestiti di paramenti di diversa appartenenza ancora oggi al di la del tempo e dello spazio tenta di fare ora : scaldarsi tutti al sacro fuoco della conoscenza.

Proponiamo ora un immaginario percorso iniziatico frutto della mente del Fr.’. Aldo Tavolaro che più di tutti  ha contribuito a farci conoscere meglio questo splendido edificio:

“Continuiamo il percorso, assolutamente analogo ad un percorso di trasmutazione alchemica e che rappresenta  una continuo confronto dialogico  fra il nostro Io e d il nostro sé; una interpretazione ermeneutica che rende   costante e ciclica la  discesa nelle nostre ombre ed il mirar  la Luce, con l’intento di giungere alla tanta agognata  ricongiunzione degli opposti.

Immaginiamo di giungere a Cdm e soffermarci al cospetto del portale principale: sulle due colonne sono accovacciati due leoni i cui occhi sono rivolti verso i punti dell’orizzonte in cui sorge il sole alle date dei solstizi di estate  e di inverno, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista, nonché porte solstiziali: quelle degli uomini e quelle degli dei.

Entriamo nel Castello. La prima sala è disadorna e buia; da essa si viene attratti immediatamente dalla Luce filtrante dalla sala adiacente: è la luce del cortile.  In esso ci troviamo sommersi da una luce abbagliante filtrante dall’ottagono perfetto formate dalle pareti interne. Due portali ci impongono una scelta. Se entriamo nel portale a sinistra, ci ritroveremo nella sala che presenta quella chiave di volta indicata come Bafometto, simbolo templare che è un invito alla meditazione. Si passa nella sala a sinistra che reca nel pavimento un tracciato magico: un doppio quadrato al centro, gli angoli esattamente orientati; vi è un camino per bruciare l’incenso. In più, al di fuori dei quadrati, vi è un mosaico che ripete infinite volte il Sigillo di Salomone, ossia i due triangoli equilateri sovrapposti. Il triangolo superiore indicante il Sole, il Fuoco, l’Uomo; quello inferiore, la Lune, l’Acqua, la donna, ossia tutta la realtà al di fuori della dimensione magica. Platone sulla magia diceva: “Risulta veramente chiaro che, se mai vogliamo vedere qualcosa nella sua purezza, dobbiamo staccarci dal corpo e guardare con la sola anima ed allora soltanto ci sarà dato di raggiungere la saggezza”.  L’iniziato, purificato dal Rito magico, si reca al piano superiore, salendo per la scala a chiocciola che gira verso sinistra con implicazioni simboliche già precedentemente analizzate. La torre è quella collocata esattamente a Sud, in contrapposizione al Nord, ossia alla notte, alle tenebre perché l’iniziando compie il suo viaggio verso la luce. Alla sommità della torre sei Telamoni, 3 vecchi, 3 giovani, 3 guardano in alto, 3 in basso, tre mostrano il sesso, 3 lo celano. Qui il simbolismo è evidente: passato, futuro, cielo, terra, presenza ed assenza del seme fecondo. La scala conduce nella sala accanto a quella detta del trono, quella esposta ad Est, dove nasce la luce; da questa può vedersi, dalla finestra che affaccia nel cortile, esattamente sulla parete di fronte, una donna vestita da greca che riceve l’omaggio di cavalieri. E’ Sofia, la conoscenza iniziatica. Nella chiave di volta della sala c’è la testa di un vecchio con la bocca socchiusa che sta a rappresentare il soffio divino. E’ ora di passare nella sala accanto seguendo un percorso destrorso. Nella chiave di volta ci sono 4 delfini stilizzati, simbolo della rigenerazione dell’anima che giunge nel porto della salvezza attraverso le acque dell’esistenza, quindi ACQUA. Nella sala successiva, la chiave di volta reca 4 testine con la bocca aperta come se soffiassero ARIA.

Si scende. Dalla torre detta del falconiere, collocata a NO. Qui il voltino della scala ha 3 costoloni; due di essi sono sorretti da due teste, una femminile e l’altra maschile. Il terzo costolone è stato scalpellato di proposito. Che cosa rappresentava? Qualcosa di importante, sicuramente, visto che per tutta la durata del giorno tale spazio è incorniciato da un rettangolo di luce proveniente da una monofora. Era per caso l’Androgino di cui si è parlato? Al piano superiore, l’iniziato trova una chiave di volta: il fiore di loto ad 8 petali, simbolo della TERRA. Segue un’altra chiave di volta che reca un fiore con petali e foglie seghettate come fiammelle: il FUOCO. I 4 elementi sono completi. Da  qui l’iniziato si accinge ad uscire nel cortile e , come detto in precedenza, si trova davanti i portali disadorni nel rovescio, sia quello che immette nel cortile, sia quello che dal cortile ammette nella sala antistante l’ingresso principale. E’ il ritorno alla profanità disadorna. Ormai egli è in grado di comprendere anche il significato delle 5 cisterne (ACQUA ) e dei 5 camini (FUOCO): “ Oggi io vi battezzo con l’acqua ma verrà chi vi battezzerà con il Fuoco”.”

Nella vita iniziatica non basta più il battesimo dell’acqua ma occorre il battesimo del fuoco.

Finisco con il mio caro amico Platone:
“E si da il caso che non siano uomini da poco coloro che intuirono i misteri: e in verità dai tempi antichi ci hanno rivelato per enigmi che colui che arriverà all’Ade senza essersi iniziato ai misteri e senza essersi purificato giacerà in mezzo al fango; invece colui che è iniziato e si è purificato giungendo cola abiterà con gli dei. E costoro io penso non sono se non coloro che praticano la filosofia. Ed io…possa essere  tra questi.”.

Fr. Abulafia

Hai trovato interessante l’articolo? Condividilo sui social o invialo in email. Si ricorda che il lavoro è coperto dalla legge sul Copyright ed è vietata la riproduzione.

 

Bibliografia

Castel del Monte: Giorgio Saponaro ed. Adda
Il reale e l’immaginario: Giosuè Mosca ed. Adda
Un libro di pietra: Maria Letizia Troccoli Verardi ed. Adda
Una stella sulla Murgia: Aldo Tavolaro ed. Adda
I restauri tra leggenda e realtà: Giambattista De Tommasi ed. Adda
L’occhio rapace dell’obiettivo: Renato Rotolo Ed. Adda
Castel del Monte: Carl Arold Willemsen
Castelli Medioevali: Raffaele Licino ed. Dedalo
Castel del Monte scrigno esoterico: Aldo Tavolaro ed. Laterza
Castel del Monte e il segreto dei Templari: Aldo Tavolaro ed. Laterza
La Cabala e l’alfabeto Ebraico
Scrivere l’ebraico: Giancarlo Lacerenza
L’ Esoterismo cristiano: René Guénon

Il paradiso perduto: un archetipo antico

A completamento della trattazione pubblicata in luglio a proposito dei miti della creazione, cercheremo ora di fare chiarezza su un altro archetipo antico dell’inconscio collettivo: il paradiso perduto. Come già accennato nella prima parte, i versetti da 2,4b a 3,24 del libro della Genesi si ispirano alla fonte “jahvista” e comunemente viene denominato “secondo racconto della creazione”, a cui segue un racconto “della caduta”. In realtà, secondo la maggior parte degli interpreti, si tratta di due narrazioni distinte che provengono da due tradizioni diverse. Si tratterebbe di un “secondo racconto della creazione” che non sarebbe completo senza l’apparizione dell’uomo, con l’aggiunta della narrazione del “paradiso perduto”, la caduta nel peccato ed il castigo divino.

L’uomo ebraico è indicato come “adàm” che vuol dire “viene dal suolo”. Nella versione biblica è utilizzato proprio per indicare il primo essere umano. Il termine “nefesh”, invece, indica l’anima, una parola che serve ad identificare anche l’essere animato da un soffio vitale, “ruah”.                                                                                                                        Quanto al termine “giardino”, esso è stato tradotto nella versione greca ed in tutta la tradizione successiva con il termine “paradiso”. Ma “Eden”, che troviamo nel testo biblico, è considerato l’appellativo di un luogo che non può essere precisamente individuato, che sta ad indicare “un luogo di delizie”, contrariamente al deserto e alle steppe che tanti problemi e preoccupazioni creavano alle popolazioni nomadi del vicino oriente. La descrizione biblica adopera antiche concezioni della configurazione della Terra e risulta evidente che l’intento del redattore non è quello di fornire una localizzazione concreta del giardino dell’Eden, ma di dare un’interpretazione simbolica delle quattro principali “arterie del mondo”, che avrebbero giusto origine nel paradiso. In realtà il giardino dell’Eden, così come descritto nella Genesi, si potrebbe collocare nell’attuale della Mesopotamia meridionale. Ma non mancano altre interessanti teorie, come quelle di Juris Zarins, antropologo ed archeologo tedesco di etnia lituana, che colloca l’Eden in fondo al mare, e precisamente sommerso dal Golfo Persico. Questa teoria si basa sul fatto che la zona esaminata , prima dell’ultima glaciazione, verso il 6000 a.C., era completamente all’asciutto.                            E ancora più suggestiva è l’ipotesi di Felice Vinci che, nel suo saggio “Omero nel Baltico”, osservando le grandi analogie tra le mitologie mediterranee e quelle nordiche, colloca l’Eden nella penisola norvegese di Nordkynn, anche per la confluenza di quattro fiumi confluenti, a somiglianza della Mesopotamia asiatica.

Nella simbologia del paradiso perduto, l’albero della conoscenza del bene e del male, rappresenta il privilegio che Dio riserva all’uomo, ma che questi rovinerà con il peccato. Non si tratterebbe nè di una forma di “onniscienza”, che l’uomo avrebbe perso con la caduta nel peccato, e nemmeno una sorta di “discernimento morale”. L’interpretazione esegetica più corretta sarebbe quella di individuare in essa la facoltà dell’uomo di decidere liberamente, grazie al libero arbitrio, ciò che è bene e ciò che è male, agendo di conseguenza. In effetti l’uomo rivendicherebbe la propria autonomia morale, rifiutando lo stato di “creatura finita”, soggetta a Dio, “creatura infinita”, quasi si trattasse di un peccato di “orgoglio”, un attentato all’immensa sovranità di Dio.

Il racconto della creazione della donna, con ogni probabilità, proviene da una tradizione indipendente. Il termine ebraico “basar” (carne) sta ad indicare sia nell’animale che nell’uomo, la parte molle e tenera del corpo, ma anche lo stesso corpo intero, il legame familiare, l’umanità e gli esseri come “viventi”. Ma, d’altra parte, nella semantica ebraica “basar” sta ad indicare anche ciò che è fragile nell’uomo e destinato alla corruzione in contrapposizione allo spirito. L’immagine di “plasmare con la costola” vuole sottolineare lo strettissimo rapporto tra l’uomo e la donna. La dottrina cattolica, andando forse oltre il significato originale, ne individuerà il primo presupposto per elaborare il concetto di “indissolubilità” del matrimonio sacramentale, non riconosciuto come tale dalle confessioni cristiane evangeliche. Nella favola della creazione biblica della donna, risulta evidente come la lingua ebraica faccia derivare il termine “isha” (donna) da “ish” (uomo), frutto magari della mentalità patriarcale e maschilista dell’epoca, ma anche segno di una concezione già netta di totale compenetrazione tra “l’essere maschio” e “l’essere femmina”                                                                                                         .

E l’apparizione del serpente serve ad identificare l’essere nemico di Dio e dell’uomo, che verrà poi individuato in tutta la tradizione cristiana con il diavolo. Gli Ebrei demonizzavano il serpente, anche perchè era adorato come idolo dai popoli limitrofi. La tentazione del serpente consente la scoperta della concupiscenza, l’incedere del disordine nell’armonia ontologica della creazione. E’ interessante, a questo punto, evidenziare la differenza del testo ebraico e della traduzione greca, nella parte profetico-escatologica a proposito dell’ostilità tra il serpente e la discendenza della donna. Nel testo ebraico si fa riferimento alla “razza” della donna, all’umanità in senso generale, lasciando intravedere anche la vittoria finale della stessa. Non a caso, questo passo della Genesi è chiamato “protovangelo”. La traduzione greca, invece, introduce l’ultima frase con un pronome maschile, attribuendo la vittoria finale non alla discendenza della donna in generale, bensì ad un particolare “figlio” della donna. La traduzione greca, forse voluta, forse modificata, ha di conseguenza originato l’interpretazione messianica del protovangelo, che sarà poi sviluppata  da molti “Patres” cristiani anche in chiave mariologica. La corrente dello gnosticismo cristiano, poi dichiarata eretica, ha dato un’interpretazione del serpente completamente diversa. Lo gnosticismo credeva che il Dio del vecchio testamento non fosse lo stesso del nuovo testamento, elaborando una dottrina di chiara ispirazione neoplatonica. Il mondo materiale sarebbe stato creato dal malvagio Demiurgo, il creatore della materia, il Dio del Vecchio testamento, cioè l’Avversario, Satana. Ma l’Eone, principio di tutte le cose, l’Uno, il Dio del Nuovo Testamento, si sarebbe manifestato tramite Gesù per liberare il mondo dal demiurgo, tramite la “gnosi”, una sorta di elevazione spirituale in grado di riportare l’uomo di nuovo al cospetto dell'”Uno”. Il serpente sarebbe, pertanto, una manifestazione dello spirito santo (Sophia), inviata dal Dio buono per cercare di liberare l’umanità dal dio tiranno.

Il castigo di Dio colpisce l’uomo e la donna, nelle loro funzioni principali: la donna come madre e come sposa, l’uomo come lavoratore. L’atto di ribellione, che dai posteri sarà denominato “peccato”, sconvolge il perfetto ordine stabilito da Dio e, pertanto, la donna apparirà come seduttrice dell’uomo, che la sottometterà per generare figli. L’uomo non potrà più godere beatamente dei frutti del giardino dell’Eden riservati da Dio, dovendo lottare contro un mondo duro e ostile, in mezzo a tantissime difficoltà. Notiamo. come nella parte finale del capitolo terzo della Genesi, si torni a parlare di “albero della vita”, al posto di “albero della conoscenza”, probabilmente si tratta di un’espressione proveniente da una tradizione diversa, magari di origine sumero-babilonese. L’uomo ha natura mortale, ma aspira all’immortalità: il paradiso perduto per la colpa dell’uomo è un’immagine che si svilupperà nei miti di tante religioni. Ma analizziamo l’accostamento dell’albero della vita all’albero della conoscenza: esso è un chiaro riferimento all’uso del libero arbitrio concesso da Dio all’uomo, rappresentando l’ago della bilancia sulla riuscita del destino dell’uomo. L’interpretazione dell’albero della conoscenza del bene e del male deve essere considerata alla luce delle tematiche sapienziali, in quanto ha la funzione di insegnare come bisogna vivere con la divinità, affinchè l’uomo raggiunga la piena realizzazione della propria esistenza. Nella cultura dell’Europa occidentale, principalmente a partire dal Medioevo, si comincia a considerare l’albero della conoscenza come un “melo”, e di conseguenza la mela diventa il simbolo usato per indicare la tentazione.

Non bisogna trascurare l’assonanza dei termini latini: “malum”, come male, ma avente anche il significato di “mela”. Inoltre si deve precisare che in alcune culture anteriori al cristianesimo, la mela era l’attributo di Venere, la dea dell’amore nel suo significato più erotico. Perciò si pensa che l’iconografia di due giovani che si scambiano una mela di origine classica, abbia col tempo assunto il significato cristiano della tentazione di Eva, identificando l’immagine del “frutto proibito” biblico con la mela stessa.

Secondo la tradizione della Cabala, l’albero della vita rappresenta un diagramma,  astratto e simbolico, formato da dieci entità, denominate “Sefirot” e disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro nel centro. Le “Sefirot” corrispondono ad importanti concetti metafisici, in pratica a veri e propri attributi o emanazioni della divinità.

Molto efficace è l’esegesi della Genesi di Barthelemy, secondo il quale, l’evento della drammatica caduta dell’uomo non consiste nel fatto di aver cercato di divenire DIO e di sostituirlo, ma alla base del suo comportamento vi sarebbe proprio l’ignoranza di chi sia il creatore, aggiungendo a ciò la volontà di illudersi e di immaginare il creatore come un padrone geloso, quasi per trovare una giustificazione alla propria disperata ribellione.

Mi piace concludere citando il capolavoro letterario, “Il paradiso perduto” di John Milton, in cui l’autore cerca di narrare in maniera originale il racconto di Adamo ed Eva, trovando la teologia cristiana insufficiente e lacunosa ed attingendo anche a miti di origine pagana. Lucifero, l’angelo caduto, è il vero protagonista del poema, egli è presentato come un eroe romantico, ambizioso ed orgoglioso che sfida un Dio onnipotente, tirannico ed irascibile: “Supporre che l’uomo è libero, significa renderlo simile a Dio”, una delle frasi più celebri del testo.

 

 

Luigi Angelino

Hai trovato interessante l’articolo? Condividilo sui social o invialo in email. Si ricorda che il lavoro è coperto dalla legge sul Copyright ed è vietata la riproduzione.

L’Albero Sephirotico e il Tempio Massonico

La magia delle sephiroth.

L’Albero della Vita, o Albero delle Sephiroth, è il cuore della Tradizione Iniziatica Occidentale.

Fu oggetto di studio da parte di giganti del pensiero occidentale, come ad esempio Giordano Bruno, che dedicò ad essi diversi scritti[1], e dei principali esoteristi europei, da Cornelius Agrippa[2] ad Eliphas Levi[3].

Non a caso, anche molti aspetti del simbolismo massonico si riferiscono ad esso, come vedremo più avanti, e alcuni Gradi della nostra Scala sono specificamente dedicati al lavoro esoterico sulle sephiroth.

Poiché però su di esso sono state dette e scritte un’infinità di cose, anche molto diverse tra loro, è necessario chiarire come esso viene inteso e utilizzato nell’ambito della Via Iniziatica Occidentale.

Innanzitutto, chiariamo che cosa intendiamo per Via Iniziatica.

Con questo termine indichiamo un processo interiore che ha lo scopo di condurre chi lo intraprende alla più compiuta realizzazione delle proprie potenzialità come essere umano; di condurlo alla conoscenza della Verità su se stesso, alla comprensione della vera natura dell’Uomo, del suo posto nell’universo, nella sua origine e del suo destino.

Ma qual è il metodo proprio della Via iniziatica per dare risposta a questi primordiali interrogativi?

Essa non si basa su dogmi, fede e atteggiamenti devozionali, come le religioni, e nemmeno soltanto sul ragionamento astratto, come la filosofia.

Essa consiste in un insieme di insegnamenti, tecniche e pratiche volte ad ampliare il grado di consapevolezza e di coscienza dell’Iniziato, perché possa divenire un Uomo veramente libero e consapevole.

Secondo la Tradizione Iniziatica questo percorso dovrebbe inoltre condurre alla costruzione di un “supporto” metafisico in grado di garantire la sopravvivenza della consapevolezza dell’Iniziato alla sua stessa morte, una sorta di nuovo “corpo” o “veicolo” spirituale.

Due sono le caratteristiche principali della Tradizione Iniziatica.

La prima è l’universalità: il percorso inziatico non è appannaggio di un’unica fede o visione filosofica, ma può essere intrapreso da chiunque, essendo improntato alla sperimentazione diretta e alla libera ricerca spirituale.

La seconda è l’operatività: non mira ad ampliare la semplice comprensione intellettuale di determinati concetti, ma ad una conoscenza basata su un vissuto esperienziale. Essa si avvale di “strumenti iniziatici” (simboli, pratiche, rituali…) per lavorare su di sé, atti ad operare una profonda trasformazione interiore.

Vediamo ora quindi il ruolo dell’Albero sephirotico nella Tradizione Iniziatica Occidentale.

Figura 1
L’Albero della vita

Esso rappresenta un tentativo, straordinariamente riuscito, di concentrare in un’unica mappa simbolica ogni principio e ogni forza attiva nell’universo e nell’anima umana (nel Macro- e nel Microcosmo), ponendoli in reciproca correlazione.

Il diagramma è costituito da 10 sfere chiamate Sephirot e da segmenti che le collegano, detti Sentieri (vedi Figura 1).

In realtà esiste un’undicesima sephira, che in passato era tenuta nascosta, ma che ormai viene illustrata e spiegata in libertà. Sono Potenze gerarchiche che operano nell’individuo e nell’universo; rappresentano aspetti diversi della Realtà Una (Kether), gli archetipi e i principi di tutte le cose manifeste. L’Albero rappresenta la modalità di svolgimento della Creazione dei mondi a partire dal Principio Primo; è il cammino di discesa lungo il quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Le Sono Idee, Potenze-Sostanze, Energie, Forze, Leggi, a seconda del punto di vista da cui si vogliono considerare. Il tutto può anche essere concepito come un Fiume: ogni tratto del fiume ha le sue caratteristiche, che mantiene in modo costante, ma il flusso d’acqua è lo stesso dalla fonte alla foce, benché modificato e “arricchito” dalle caratteristiche dei tratti precedenti. Ma l’Albero è anche il sentiero di risalita, mediante il quale l’intero creato può ritornare al “grembo del Creatore”; è quindi la traccia per la progressiva (re)integrazione di tutte le facoltà umane.

Scindere una sephira da tutte le altre significa alterare e falsare il mandala sephirotico e quindi la realtà da esso rappresentata.

I tre pilastri.

Figura 2 –
I tre pilastri e il Sentiero della Freccia

In senso verticale invece le Sephirot appaiono disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro (cinque contando Daath, la sephira nascosta) al centro; il pilastro centrale si estende al di sopra e al di sotto degli altri due (Vedi Figura 2).

Il Pilastro centrale, detto dell’Equilibrio, rappresenta la coscienza, l’equilibrio, la sintesi; mentre i due pilastri laterali, detti della Misericordia e della Severità, rappresentano le due polarità opposte, maschile e femminile, della manifestazione. Le sephirot del pilastro della Severità danno forma all’energia propulsiva e indifferenziata delle loro corrispondenti sul pilastro della Misericordia; il primo è quindi quello della Forma, il secondo è quello della Forza.

I Tre Pilastri trovano riscontro nelle Tre Vie Iniziatiche: quella della Mano destra, quella della Mano sinistra e quella Regale (la Via del Fuoco).

Il Tempio nella Tradizione massonica

La Regola Generale n. 39 delle Costituzioni di Anderson del 1723 così recita: “Ciascuna Gran Loggia annuale ha in sé il potere e l’autorità di fare nuove norme o di modificarle nel reale interesse dell’antica Fratellanza, purché gli antichi Landmarks siano sempre scrupolosamente mantenuti…”

Ci si deve accostare quindi alla Tradizione massonica come ad un immenso tesoro di conoscenze ed esperienze, accumulate nei secoli da generazioni di ricercatori dello spirito, ai quali dobbiamo rispetto e venerazione; ma allo stesso tempo dobbiamo entrare nel Tempio portando qualcosa di nuovo, perché questo patrimonio possa ulteriormente arricchirsi. La Tradizione è un organismo vivente, quindi in evoluzione, muore e rinasce sotto altre forme. Tende ad una Perfezione di forme e contenuti che non raggiungerà mai. Gli iniziati che si riconoscono nella Tradizione iniziatica unica e perenne devono immergersi in questo fiume che scorre senza fine, e muoversi seguendone il corso. Se si congela la Tradizione in una forma se ne uccide l’essenza. Gli Iniziati sono chiamati a Custodire e a Trasmettere il Fuoco della Tradizione, non a diventare i Custodi delle ceneri, cioè di forme cristallizzate e quindi appassite.

Pertanto, con questo spirito prenderemo ora in considerazione alcuni aspetti del Tempio massonico oggetto da diversi secoli di discussioni e polemiche, così come di modificazioni e cambiamenti intervenuti nel corso del tempo, e vedremo quanto lo schema dell’Albero della Vita possa esserci d’aiuto per ritrovare nel Tempio una concezione simbolica unitaria e coerente.

Dalla loggia al Tempio

In origine le “logge” massoniche erano locali riparati annessi ai cantieri, a scopo di ricovero o di preparazione dei materiali e degli attrezzi.[4]

Per metonimia, la Loggia-luogo che accoglieva i Libero-Muratori iniziò ad indicare il gruppo degli stessi muratori che li occupavano.

Nel corso del ‘600, sull’onda della trasformazione della Libera Muratoria provocata dal numero sempre maggiore di Massoni Accettati, i Massoni iniziarono a trovarsi in campi aperti o edifici isolati in campagna, e più tardi ancora nelle taverne[5].

Dopo la fondazione della Gran Loggia, nel 1717, i Massoni cominciarono ad avvertire la necessità di ambienti più confortevoli e destinati permanentemente alle attività massoniche.

Con l’affermarsi di istanze sempre più ritualistiche e spirituali, la Loggia massonica si trasforma gradatamente in uno spazio sacro, cioè in un tempio.

I templi dell’antichità non avevano finestre; la luce era data dall’unica porta d’ingresso, ma l’interno era illuminato da lampade. Il vuoto spaziale, l’oscurità e il silenzio erano gli elementi adatti a produrre una profonda impressione nei templi, così come nelle cattedrali. L’oscurità e il silenzio sono due potenti strumenti per rappresentare il divino: fatto significativo, e degno di riflessione, è che questi elementi sono entrambi negativi. Essi dovrebbero favorire in chi vi si trova l’insorgenza di uno stato spirituale trascendente: il “vuoto” mentale noto in Oriente come “stato di meditazione”. Per questo la decorazione del tempio dovrebbe essere, secondo alcuni, ridotta al minimo necessario.

Il Tempio massonico (così come molti Templi delle più diverse religioni) si arricchisce invece sempre più di un apparato simbolico di valenza iniziatica ed esoterica, a rappresentare il Macrocosmo come il Microcosmo.

Simbolicamente il Tempio è orientato come le chiese: l’entrata a occidente, il seggio del Maestro Venerabile a oriente, il lato destro a mezzogiorno e il lato sinistro a settentrione. In tutte le tradizioni il percorso iniziatico rappresenta un viaggio dalle Tenebre alla Luce, quindi da Occidente ad Oriente.

Il Tempio è quindi un luogo di Luce o di oscurità? il Tempio massonico è il luogo sacro di transizione dall’oscurità alla Luce, e su questa ambivalenza simbolica si basano anche alcuni passaggi del rituale.

Le prime testimonianze scritte di un’identificazione simbolica del Tempio massonico con il Primo Tempio di Gerusalemme risalgono alla fine del ‘600[6]; sempre negli stessi testi la Loggia massonica viene assimilata al Portico del Tempio stesso.

La sovrapposizione simbolica del Tempio Salomonico alla Loggia massonica non fu tuttavia priva di difficoltà, e tuttora presenta difficoltà concettuali difficilmente superabili: perché il Tempio massonico è orientato verso Oriente, mentre quello di Salomone lo è verso Occidente? Perché le Due Colonne sono dentro al Tempio massonico invece che fuori dal portale, come nel tempio salomonico?

Queste difficoltà dovrebbero farci ricordare un elemento importante: la metafora del Tempio di Salomone è appunto una metafora, una simbolizzazione astratta. Il Tempio massonico NON è la ricostruzione del Tempio Salomonico, così come la Massoneria NON è una religione. Il Tempio massonico è universale, non legato ad una particolare tradizione. Infatti, in numerose iconografie del XVIII secolo il Tempio era significativamente rappresentato come un Pantheon, cioè uno spazio sacro universale accessibile ai seguaci di qualunque religione. Tuttavia, alcuni elementi architettonici del Tempio salomonico presentano un particolare valore simbolico, possono essere caricati di un significato esoterico più universale, e pertanto possono essere inquadrati in un universo simbolico coerente svincolato dalla pedissequa imitazione del suo riferimento storico.

Le due Colonne e i due Sorveglianti.

Figura 3 – Le due colonne

Nella Massoneria Operativa i Sorveglianti erano numerosi. Col prevalere degli aspetti speculativi, quindi simbolici, appare dapprima la figura di un unico Sorvegliante, e poi, a partire dal 1700, di due Sorveglianti.

All’inizio sembra che la loro posizione per entrambi fosse all’Occidente. Non si sa con precisione le loro posizioni, ma probabilmente, trovarono posto il Primo a Nord-Ovest e il Secondo a Sud-Ovest.

Parallelamente cominciano a comparire riferimenti a due “Colonne”, che in origine erano attribuite ad Enoch, un patriarca biblico considerato il mitico fondatore della Tradizione Unica e Perenne: solo in un secondo tempo furono associate alle Colonne del Tempio di Salomone, Jakin e Boaz, forse semplicemente a scopo mnemonico, per aiutare i fratelli a tenere a mente le parole dell’Apprendista e del Compagno (che compaiono in antichi documenti massonici molto prima di qualsivoglia raffigurazione delle Colonne). Vedi figura 3.

Nel 1739 i Moderns invertirono le parole di Primo e Secondo Grado; di conseguenza cambiarono l’attribuzione dei Sorveglianti alle Colonne, invertendoli quindi di posto ma mantenendoli entrambi a Ovest.Le colonne compaiono dapprima nei Quadri di Loggia, in corrispondenza delle posizioni dei due Sorveglianti; questi ultimi furono infatti presto associati alle due colonne: la colonna B, della “Forza”, fu associata al Primo Sorvegliante, la colonna J, della “Stabilità”, al Secondo.

Contemporaneamente gli Ancients spostarono invece il Secondo Sorvegliante a Sud, in quanto la posizione delle Tre Luci della Loggia dovevano corrispondere alla posizione nel Tempio dei Tre Assassini di Hiram (vedi Figura 4).

Figura 4 –
Posizione delle Tre Luci della Loggia

Solo verso il principio dell’Ottocento i Moderns iniziarono a costruirle fisicamente all’entrata del Tempio: B a sud-ovest e J a nord-ovest, seguendo l’Inversione da essi attuata per i Sorveglianti.Nel corso del ‘700 gli Ancients iniziarono ad usare delle “colonnine simboliche” (il Primo “B” e il secondo “J”), mentre i Moderns cominciarono a disegnarne le sagome e i tratti essenziali sul pavimento.

Ma ben presto la riconciliazione con gli Ancients portò ad un nuovo assetto, che divenne definitivo per il Rito Scozzese: dopo il 1810 la posizione del Secondo Sorvegliante venne fissata a Sud, mentre Boaz e Jakin vennero nuovamente invertite, andando la prima a nord-ovest e la seconda a sud-ovest.

In continente però, in particolare in Germania e nel Rito di Memphis, il Secondo Sorvegliante continuò a stare a Nord-Ovest e il Primo a Sud-Ovest.

Tralasciamo per brevità le discussioni e le variazioni che le colonne hanno subito, dal punto di vista del colore, della struttura architettonica e delle sovrastrutture.

Ogni soluzione è legittima, se ispirata ad una concezione simbolica: proponiamo quindi una possibile interpretazione alla luce della visione cabalistica dell’Albero della Vita.

Boaz è la colonna maschile, Jakin quella femminile. Rappresentano inequivocabilmente il principio della Dualità, l’Eterno Mascolino e l’Eterno Femminino. Non possono quindi non rammentarci i due Pilastri Laterali dell’Albero sephirotico.

Boaz significa “Forza”, Jakin “Stabilità”: appare naturale identificarli quindi rispettivamente con il Pilastro della Forza e quello della Forma, che dà stabilità agli oggetti della Creazione.

La posizione degli Ufficiali nel Tempio.

Figura 5 –
Le Sephiroth e la posizione degli Ufficiali nel Tempio Massonico

Lo schema sephirotico può aiutarci a dare un senso anche alla disposizione rituale degli Ufficiali nel Tempio massonico, se solo si prova a sovrapporre la posizione dei singoli Ufficiali a quella delle sephiroth nell’Albero cabalistico (vedi Figura 5).

Seguendo ad esempio la disposizione degli Ufficiali nel Rito di Memphis-Misraim si trovano le seguenti corrispondenze:

  • Kheter – Maestro Venerabile
  • C’Hokhmah – Oratore
  • Binah – Segretario
  • C’Hesed – Esperto
  • Geburah – Maestro delle Cerimonie
  • (Tipheret – Ara o Quadro di Loggia)
  • Netzah – Secondo Sorvegliante
  • Hod – Primo Sorvegliante
  • Jesod – Copritore interno (Capitano delle Guardie)
  • Malkuth – Copritore esterno.

 

Le Tre Luci

Anche il significato e la posizione delle Tre Luci o Candelabri di Loggia sono stati oggetto di discussioni.

Sembra che tre candelieri comparissero già nelle primitive cerimonie di accettazione massonica, quando ancora i Liberi Muratori si riunivano nelle taverne.

Con il prevalere degli aspetti speculativi si cominciò ad attribuire un ruolo simbolico alle tre Luci, ma posizione e significato variano a seconda della fonte[7].

Per quanto riguarda il significato, secondo il Manoscritto “Edinburgh Register House” (1696) dovevano rappresentare il Maestro, il Sorvegliante e il Compagno d’Arte.

Secondo il Ms. “Sloane n 3.329” invece le Tre Luci rappresentavano il Sole, il Maestro e la Squadra.

In alcuni testi risalenti al 1725 circa esse simboleggiavano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, incarnando già quindi, in un un’ottica cristiana confessionale, il principio ternario.

Dal 1727 si cominciarono a distinguere le tre Grandi Luci, il Sole, la Luna e il Maestro Massone, dai Tre “Grandi Pilastri”, che cominciano a rappresentare la Saggezza, la Forza e la Bellezza, significato che mantengono tuttora in quasi tutte le ritualità. Dopo il 1739 le tre Grandi Luci saranno associate al Maestro di Loggia e ai Due Sorveglianti. Più tardi ancora, sempre presso gli Ancients, queste tre figure divennero le Piccole Luci, mentre il ruolo delle Grandi Luci fu assunto da Squadra, Compasso e Bibbia.

Per quanto riguarda la posizione dei candelabri, anche in questo caso le cose non sono così chiare e uniformi.

Nelle figure 6-9 potete osservare diverse disposizioni delle Tre Luci adottate nel ‘700,

Figura 6
Figura 7
Figura 8
Figura 9

Presso gli Ancients le tre Luci andavano posizionate ad Est, a Sud e a Ovest, ai vertici di un triangolo equilatero, in rapporto ai luoghi più significativi del momento culminante della Leggenda del Terzo Grado. Questa posizione è interessante, perché riproduce il Delta e quindi il significato iniziatico del numero tre, ma appare sbilanciata perchè non simmetrica rispetto all’asse principale del Tempio, quello Ovest-Est.

Dopo il 1730, Presso i Moderns i Tre Candelabri assunsero una nuova posizione a triangolo equilatero, intorno al Quadro di Loggia, con base a Est e vertice ad Ovest, e furono identificati con i Tre Grandi Pilastri fino ad allora soltanto astratti (Figura 10).

Figura 10

Qual è quindi la posizione “giusta” delle Tre Luci? Non c’è, dipende da quale significato si voglia attribuire ai simboli.

Diamo ancora una sguardo all’Albero della Vita e scopriremo forse un possibile significato che renda giustizia al Ternario Universale, vale a dire ai Tre Principi supremi che governano l’Universo:

FORZA = Colonna della Forza

SAPIENZA = Colonna della Consapevolezza

BELLEZZA = Colonna della Forma.

Una posizione cabalistica coerente delle Tre Luci potrebbe essere quindi quella di un triangolo equilatero: la Luce della Sapienza sull’asse centrale, verso oriente, e le altre due allineate fra loro, a occidente del Quadro di Loggia e del Pavimento a scacchi.

Se questo breve scritto avrà suscitato in qualcuno il desiderio di conoscere meglio le meraviglie dell’Albero sephirotico e di intraprendere un percorso iniziatico sui suoi Sentieri avrà raggiunto il suo scopo.

HERMETICUS

 

 

[1] G. Bruno, “Opere magiche”, ed. Adelphi.

[2] Cornelio E. Agrippa, “La filosofia occulta o la magia”, 2 voll., Ed. Mediterranee.

[3] E. Levi, “Il dogma dell’Alta Magia”, Ed. La Luna Nera.

[4] L.Sessa, “La Massoneria – L’antico Mistero delle origini”, Ed. Bastogi, pag. 96.

[5] L.Sessa, “I simboli massonici”, Ed. Bastogi, pagg. 27-30.

[6] manoscritto “Edinburgh Register House”, 1696.

[7] per un approfondimento dell’evoluzione storica delle Tre Luci vedi L.Sessa, “I simboli massonici”, Ed. Bastogi.