In un papiro della XVIII dinastia, conservato al Museo del Cairo, viene descritto uno straordinario rituale di resurrezione con elementi comuni allo yoga indù.

“Coloro che dicono che prima si muore poi si risorge, si sbagliano. Se non si riceve prima la resurrezione mentre si è vivi, quando si muore non si riceverà, nulla”. Il Vangelo di Filippo

La “barca del Sole al tramonto” Abydos, tempio di Seti I, c. 3000 a. C.

Dire “Misteri” nel mondo antico significa abbracciare una quantità di fenomeni che si riferiscono ad epoche diverse e distanti, nelle loro espressioni, spesso migliaia di anni: uniti, però, da una comune caratteristica di fondo. In termini molto generali si può infatti parlare di Misteri quando ci si trova di fronte a riti segreti, a cerimonie solitamente notturne, che procuravano a coloro che venivano ammessi a parteciparvi un’esperienza mistica, cioè un contatto individuale con la divinità grazie al quale l’iniziato si attendeva una peculiare salvezza.

L’Egitto antico ha conosciuto espressioni di iniziazione che, dato il carattere rigorosamente riservato delle cerimonie, non assunsero mai forme di diffusione “popolare” (come i misteri di Iside), ma rimasero al contrario legate al ristretto entourage della corte del faraone e all’originale formulazione “stellare” dell’oltretomba egizio. Si deve a Boris de Rachewiltz, uno dei più prestigiosi studiosi dell’Egitto, un prezioso studio relativo ad un testo che ben illustra il sottofondo “esoterico” della religione egizia, offrendo al contempo interessantissimi scorci comparativi con altri sistemi religiosi. Tale testo è conosciuto come “Libro dell’Amduat”, che lo studioso ha preferito rendere, in più libera traduzione, come “Libro egizio degli inferi”, e fu in uso dei sovrani e di una ristretta cerchia sacerdotale a partire dalla XVIII dinastia, iniziatrice del Nuovo Impero.

Nel suo aspetto formale il libro descrive il viaggio che il Sole compie, dopo il tramonto, nelle regioni infere per poi riemergere vittorioso, assumendo l’aspetto di Kepri (il sacro scarabeo), dopo aver compiuto il suo periplo notturno in spaventose regioni popolate da entità mostruose e terrificanti. Il carattere particolare di questo libro è il suo contenuto “gnostico”: esso infatti fa da guida non al morto, bensì al vivo, che vuole sconfiggere l’apparente ineluttabilità del suo destino mortale. In verità sotto certi aspetti non è errato definire “morto” il non-iniziato, in quanto é solo dopo lo svegliarsi al termine dell’iniziazione che si configura lo status di “vivente”.

Viaggio ultraterreno.

Il fine effettivo di tali conoscenze si inferisce dalla presenza del geroglifico utilizzato per designarle. Questo è infatti l’Ankh, che rappresenta uno dei principi spirituali dell’individuo inteso come l’anima trasfigurativa del divino nell’umano”: cioè, nell’ordine gerarchico delle componenti spirituali dell’uomo egizio, il suo più alto principio, appannaggio in origine del solo faraone. E’ esclusivamente il possesso di una tale superiore qualificazione interiore che rende possibile la “revulsione”, ovvero il passaggio dal piano umano a quello divino. Tale revulsione opera una totale trasformazione del soggetto in quanto, durante il viaggio, l’anima vagante si trova a vivere esperienze drammatiche dovute alla presa di contatto con le radici stesse del sacro. Il mantenersi saldo in tali estreme situazioni conferisce all’iniziando un definitivo “potere” sulle esperienze dello stato di veglia in quanto sulla via iniziatica l’acquisizione della conoscenza corre parallela a quella della potenza.

Morto/Iniziando in forma di mummia Tomba di Nefertari.

Nella prima ora l’iniziato, assimilato al sole notturno, inizia il suo viaggio da “morto”. E’ un percorso che si svolge in una regione, il Duat, che è stata contrassegnata, agli albori della civiltà egizia, con l’ideogramma di una stella racchiusa in un cerchio.

Ora, abbiamo fondato motivo i di ritenere che tale viaggio si compisse, originariamente, in un’epoca in cui le condizioni astronomiche lo permettevano, osservando ed allineandosi al sorgere eliaco di Orione. Tale epoca, che è stata centrale nell’elaborazione dei testi sacri indoeuropei, i Veda, è durata un periodo di tempo che va dal 4000 a.C. al 2500 a.C., ed abbiamo ragione di ritenere che la posizione degli astri influenzò il formarsi del pensiero mitico-religioso in tutto il mondo in quel lontano periodo storico. Dopo quella data Orione abbandonò l’orizzonte e fu sostituito dalle Pleiadi.

Tutte le mitologie concorrono nell’affermare che agli equinozi (e l’inizio della catarsi misterica doveva necessariamente svolgersi in questa circostanza in quanto il rituale si compie nella fase notturna di 12 ore, e solo all’equinozio, com’è noto, la durata del giorno è uguale a quella della notte) sono aperte le porte del cielo in quanto solo questi giorni partecipano della virtù originaria dell’età dell’oro. Questi accessi all’altro mondo sono posti sotto la tutela di due guardiani stellari, le due costellazioni del Canis maior e Canis minor.

Per dimostrare l’assoluta universalità di tale immagine cambiamo continente ed emisfero. In Polinesia si riteneva che in due soli momenti dell’anno fosse possibile la partenza per l’altro mondo: cioè quando il sole calante, nel giorno dell’equinozio, sta per toccare l’orizzonte e manda una scia di luce sul mare. In quei giorni, avverte de Santillana, “ … il sole era “aperto” come una porta (porta solis) perché in quei punti si trovava e sullo zodiaco e sull’equatore. La barca magica andando nella scia di luce doveva raggiungerlo prima che calasse in mare…”.

Questa immagine polinesiana dell’individuo che su una barca si accinge a percorrere, accompagnando il sole nel suo viaggio notturno, le oscure regioni meridionali è perfettamente identica a quella offertaci dal “Libro degli Inferi”. Seguendo il prezioso papiro apprendiamo che una delle entità in cui s’imbatte l’iniziato nel suo viaggio notturno è il dio Sokar, patrono dei morti a Menfi, assimilato a Osiride e conseguentemente controparte terrestre della costellazione di Orione. Un corridoio discendente, il Ro-stau, immette in questo regno, attraverso una porta lasciata aperta e significativamente chiamata “Colei che taglia l’unione con la Terra”; il percorso è definito “La strada delle cose segrete del Ro-stau” e reca come indicazione che il dio “non passa attraverso i battenti della porta, ma essi odono la sua voce”.

Attracco per gli Inferi.

De Rachewiltz, prima di Baudal, aveva intuito la doppia collocazione del Duat (in cielo ed in terra). Seguiamo quello che scrive a commento di questa strada segreta. Il capitolo IV ha per titolo “Formula per passare la celeste strada del Ro-stau”, e questo è il commento del de Rachewiltz: “Il Ro-stau è il nome della necropoli menfita, posta sotto la protezione del dio Sokar e l’attribuire, nel “Libro dei morti” una qualità celeste alla strada per gli Inferi, mostra la fusione delle due concezioni tanatologiche, quella aristocratica e quella democratica (la celeste e la terrestre)”. Secondo il nostro punto di vista, il Ro-stau conduceva agli Inferi, situati nella regione australe del cielo, con una sorta di “punto d’attracco” sulla Terra. Infatti, attraverso l’orientamento cerimoniale dei templi si stabiliva una correlazione con il cielo e più precisamente (pare) con la stella Rigel. Su questo argomento scrive il de Santillana: “Si tratta di un gruppo di stelle chiamate “gorgo” (ingresso, imbuto) situate al piede di Orione, vicino a Rigel (che in arabo significa la stella piede) il cui grado veniva detto morte secondo Ermete Trismegisto ed è la sorgente della costellazione di Eridano”, e la cui controparte terrestre era secondo molti autori classici il Nilo. Eridano sfociava presso la stella Achernar, “Foce del fiume”, nei pressi di Canopo. A dimostrazione dell’universalità di queste concezioni, vale la pena di ricordare che i Maori della Nuova Zelanda, (di nuovo, altro continente ed emisfero) ritengono che da Rigel si diparta la via dell’Ade (ed è nostra ferma opinione che anche lo stesso re Artù sia temporaneamente dipartito per la medesima via).

L’iconografia di Sokar ben spiega la confusione millenaria che ha circondato le piramidi, ritenute nulla di più che tombe prestigiose. Esse effettivamente erano in connessione con la “morte”, ma in relazione alla funzione iniziatica che assumevano mercé il loro orientamento verso il Duat celeste. Infatti chi affrontava il viaggio sulla barca celeste nella direzione del sole calante doveva assumere le caratteristiche della regione che andava ad attraversare. E gli era un “morto” che viaggiava attraverso le regioni dei morti, in cui gli unici esseri “viventi” erano le creature mitologiche custodi della regione, drammatizzazioni fantastiche che compaiono a colui che infrange i sigilli della coscienza ordinaria per accedere a piani mentali normalmente preclusi allo stato di veglia. Orbene, questa assimilazione è appunto descritta in una delle prime vignette del papiro che stiamo esaminando. L’iniziato è infatti rappresentato in aspetto mummiforme. Si deve ritenere che tale condizione non fosse puramente simbolica ma riflettesse una reale condizione di “nigredo”, di vuoto interiore, in cui il miste si era artificialmente posto. Tale condizione era verosimilmente propiziata dall’utilizzo di un potente allucinogeno la cui presenza nel rituale appare fortemente probabile operando dei riscontri presso culture limitrofe. 

La terra degli immortali.

Per raggiungere la luce spirituale che si “occulta” ad Occidente sotto le acque (il sole al tramonto come simbolo) è necessario procedere sulla barca del sole fino alla “terra degli immortali”. Questo viaggio ha come tappa principale la “stella immobile”, cioè Canopo che contrassegna il Polo Sud dell’Eclittica, unico astro del cielo che goda di quelle caratteristica di stabilità ed immobilità perdute dopo la flessione dell’asse terrestre. Per tali motivi il Polo Sud è ricettacolo di una serie di attribuzioni che, senza le premesse esposte, sarebbero difficilmente comprensibili. Esso è difatti definito come il “felice” o altrimenti “gioioso polo Sud”, oggetto, in passato, di inesplicabili migrazioni di interi popoli, studiate con grande accuratezza in una ponderosa ricerca, in cui si afferma che “la costellazione d’Orione e il brillante astro Sirio guidano verso il polo di Canopo”. E con ciò torniamo al punto di partenza forti di qualche briciola di comprensione circa le ragioni di questo oscuro percorso. Viaggio in cielo attraverso regioni spaventose, sperimentazione della morte, sono come dicevamo le stesse esperienze che il “Libro degli Inferi” (papiro n. 133 del Museo del Cairo) descrive minutamente ora dopo ora. Quali prove possiamo ulteriormente addurre per dimostrare che l’esperienza iniziatica del miste oltre ad essere spazialmente orientata verso la regione celeste del Duat si produceva come esperienza di catarsi interiore?

I “Campi Felici” come meta finale dell’iniziato.

In questa circostanza è l’iconografia medesima del papiro che fornisce le prove della conoscenza di una fisiologia occulta dell’organismo umano, patrimonio sapienziale comune di molte culture giunte agli albori della storia. Il testo è presumibilmente il prodotto di quella misteriosa istituzione a carattere magico denominata “Casa della Vita”, ove una élite sacerdotale elaborava tali viatici iniziatici. L’istituzione era circondata dal massimo riserbo: qualsiasi conoscenza infatti il trasgressore avesse diffuso sarebbe morto folgorato dalla magia. I sacerdoti che curavano la compilazione di questi testi erano sicuramente in possesso di un superiore sapere che ritroviamo, spesso insospettabilmente, sparso in altre culture lontane nello spazio e nel tempo, traendo ognuna origine da una lontanissima sapienza primordiale, che solo il segreto iniziatico riuscì a far mantenere per interi millenni.

La dea assetata di sangue.

In una immagine del “Libro degli Inferi” è rappresentata la pupilla di Ra. Orbene, tale pupilla fu assunta dalla dea Hathor quando fu inviata, nella sua forma leonina, a distruggere il genere umano, manifestazione che le valse l’epiteto di Sekhmet, cioè “la possente”.

Nel mito Sekmeth venne inviata sulla Terra da Ra che, disgustato dal comportamento del genere umano, decise di procedere al suo sterminio. Ella si dedicò con tale accanimento a questa sua opera mortifera che l’assemblea degli dei pregò Ra di fermarla per sospendere lo spaventoso massacro. Accolta tale richiesta, Ra fece spargere nei campi una birra mascherata con una sostanza rossa per conferirle il colore del sangue. L’espediente ebbe successo. La dea, assetata, si inebriò a tal punto da cadere a terra sopraffatta dal sopore alcolico. Lo sterminio venne pertanto scongiurato.

Come possiamo facilmente arguire, la dea si manifesta in due aspetti o modalità. In un contesto ella è la dea dell’amore e quindi datrice di benessere, vita e piacere; in un altro aspetto diviene una impietosa entità assetata di sangue e portatrice di morte. Entrambe queste modalità sono comuni anche alla dea del tantrismo indiano. Qui si conosce appunto un aspetto creativo ed amoroso della dea, chiamata Cakti (colei che gioca, che danza, che trae in essere la manifestazione per una sorta di straripamento di forza ludica) e nel suo aspetto distruttivo come Kali, dea della morte, caratterizzata dalla sua inesauribile sete di sangue, che è il principio vitale per eccellenza. E’ evidente che l’assumere il sangue delle proprie creature significa il riassorbire in sé il principio dell’esistenza manifestata così gioiosamente donato. Orbene, la tecnica operativa posta alla base del sistema dello yoga tantrico presuppone la risalita del potere igneo serpentino, posto alla base della colonna vertebrale, fino al suo totale dispiegamento ed alla ricongiunzione con il principio maschile. La presenza della pupilla di Ra, “aspetto” del binomio Hathor-Sekmeth, testimoniata nell’iconografia del libro, assolve alla stessa funzione operativa. Qui si nota un personaggio, in caratteristica posizione flessa, che sorregge la pupilla circondato da altri quattro personaggi antropomorfi (i pesci nar che avendo la proprietà di nuotare si sottraggono alla passività dell’elemento liquido e sono in grado di muoversi e risalire la corrente, il cui senso simbolico potrebbe essere reso come il sapersi sottrarre dallo scorrere travolgente del divenire al fine di pervenire all’essere). Tale illustrazione viene comparata dal de Rachewiltz ad una vignetta del “Libro dei Morti” in cui è dipinta una scena completa del rituale che descrive una vicenda di resurrezione e della quale utilizzeremo alcuni dati essenziali. Quello che di centrale va colto è che tale scenografia rituale discenderebbe da un prototipo, addirittura protodinastico (seguendo le date ufficiali dell’egittologia, risalente ad un’epoca anteriore al 3200 a. C.), di cui sarebbe prima testimonianza la placca di re Djer, faraone, appunto, della prima dinastia. La pupilla di Ra nella vignetta del “Libro dei Morti” viene fatta scorrere, partendo dal basso, lungo la spina dorsale di un sarcofago antropoide con il palese intento di ottenere l’attivazione del “centro” posto alla base della colonna vertebrale. L’operazione magica è posta sotto la tutela del “sole” rappresentato in alto. Che il sarcofago stia per il “morto” è reso evidente dalla presenza, proprio alle spalle dei due personaggi, di due “lamentatrici” con il caratteristico copricapo rituale. Questa comparazione dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, la conoscenza e l’utilizzo, da parte degli antichi egizi, di pratiche rituali di “risveglio” comuni anche a tradizioni assai diverse, e forse derivanti da una sola radice.