Contrariamente alla normale percezione comune, l’animo umano non è “fermo ed immutabile”.

La stragrande maggioranza delle persone ritiene, errando, che esclusivamente durante il periodo dello sviluppo e della crescita infantile ed adolescenziale dell’individuo psiche e mente siano in evoluzione per diventare successivamente poi statiche ed immutabili con l’approdo all’età adulta. Ciò che invece accade nella realtà è un continuo rimodellamento della nostra mente, dettato dagli accadimenti emotivi e da tutte le esperienze della nostra vita psichica.

Anche la sofferenza, le difficoltà, i “Guardiani della soglia”, possono modificare la nostra mente?

La risposta è ovviamente si.

Difatti i periodi di difficoltà che si incontrano lungo l’arco della nostra vita e che tutti rifuggono perché ci fanno soffrire, in realtà, nel concreto, rafforzano le connessioni tra l’area prefrontale ed il sistema limbico del nostro cervello, ricostruendo, modificando e dando al cervello stesso le competenze per apprendere migliori capacità di calmarsi e controllarsi, aumentando la resistenza alla sofferenza nelle fasi difficili della vita stessa. Siamo di fronte ad un animo umano che, per potersi mantenere puro e preservare immutata quella che era la propria originaria forza, deve auto-analizzare giorno per giorno i propri difetti, le proprie asperità, per sgrossarle sino a levigare la pietra – che era un tempo grezza – ed evitare che l’ego prenda il sopravvento vanificando tutto il lavoro precedentemente compiuto. 

L’idea dell’esistenza di un’anima ha una probabile origine in Zarathustra, riscontrando successivamente grande importanza nella concezione orfica e pitagorica.

Anche nella cultura dell’antico Egitto è presente l’idea di anima uccello, che distaccatasi dal corpo inizia il suo viaggio astrale. Nella psicologia scientifica moderna molti risultati sperimentali hanno dimostrato che la fissazione prolungata della propria immagine allo specchio in un ambiente poco illuminato produce la percezione di facce strane al posto della faccia propria, ma, molti secoli prima, in Plotino, ritroviamo proprio una correlazione anima-specchio nella quale il filosofo attribuisce poteri magici allo specchio suddetto, strumento che produrrebbe apparizioni del demone dell’individuo, proprio come le “facce strane” riportate dai partecipanti agli esperimenti di psicologia sperimentale del ventesimo secolo.

L’anima sarebbe dunque una proiezione del Sé inconscio dell’individuo in una figura di demone.

La Psicologia Analitica di Jung potrebbe suggerire alcuni legami tra le strane facce che apparivano allo specchio durante le sperimentazioni psicologiche e gli archetipi dell’inconscio: deformazioni, inscurimenti e sparizioni di parti del volto sarebbero manifestazioni dell’archetipo dell’Ombra; antenati e animali sarebbero manifestazioni dell’archetipo del Sé; bimbi e mostri sarebbero manifestazioni dell’archetipo di Anima negli aspetti rispettivamente positivi e negativi. 

In realtà, in ambito psicologico e psichiatrico, i fenomeni illusori che avvengono durante una prolungata percezione visiva della propria immagine allo specchio si ipotizza che avvengano anche nelle altre modalità sensoriali, producendo illusioni dissociative simili. 

Se ad esempio ci riferiamo a quella che è la percezione uditiva, l’ascolto prolungato del suono del proprio respiro, secondo le tecniche classiche di meditazione Yoga e Buddhista, produce illusioni dissociative del Sé e in particolare esperienze extra-corporee di fuoriuscita del Sé del soggetto dal proprio corpo dissociato.

Da tale punto di vista appare allora esservi profondissima correlazione e inscindibile influenza dell’anima sul corpo e sulle sue percezioni fisiche, sia visive che uditive e tattili. 

La parte immateriale di noi, l’anima, controlla ed orienta la parte “materiale”, cioè il corpo. 

Anima che quindi va intesa come ciò che da vita.

Ma in realtà la mutabilità, la continua modificazione e  non “normalità” dell’anima risulta una ridondanza negli studi e nelle teorizzazioni filosofiche delle varie epoche storiche.

Gli egizi avevano elaborato un preciso concetto di anima andando addirittura a distinguerla in due diverse parti: il Ba, che rappresentava le manifestazioni dell’anima durante il periodo di vita dell’individuo  – il neneh, collegato alla ciclicità temporale vitale di Ra, il dio sole – mentre il Kah era la parte dell’anima che sarebbe rimasta per sempre, anche dopo la morte fisica dell’individuo, in un periodo chiamato Djet, il periodo dopo morte, l’immutabilità eterna che appartiene al regno eterno di Osiride, la divinità dei morti.

Alcuni millenni dopo gli egizi, Nel Moriae Encomium – l’elogio della pazzia – Erasmo descrive un preciso aspetto dell’animo umano, la stultitia, come una sorta di follia che è in realtà la vera molla dell’agire umano, un agire spontaneo che è il vero slancio alla vita, alle emozioni, ai sentimenti.

In ambito più prettamente esoterico e mistico il concetto di anima ricorre in Marsilio Ficino, importante filosofo medioevale, il quale asseriva nei suoi scritti che la religione è lo stesso infinito che è in noi .

In Ficino si passa dalla divinazione tipica di Dio del periodo medioevale al rivoluzionario concetto di divinizzazione dell’uomo, non da intendersi come il Dio che va a deificare l’uomo bensì, addirittura, come l’uomo che deifica se stesso quale depositario dell’anima dell’anima razionale che arriva ad essere l’unione del finito e dell’infinito così come della caducità del temporale e della permanenza dell’eternità:

“Le cose che sono sopra l’anima razionale sono solamente eterne: quelle che sono sotto lei sono solamente temporali; e l’anima razionale è parte eterna, parte temporale. Quest’anima imita Iddio con l’unità, gli Angeli con l’intelletto, la specie propria con la ragione, gli animali bruti col senso, le piante col nutrimento, le cose che mancano di vita con l’essere. È adunque l’anima dell’uomo in un certo modo tutte le cose” (De christiana religione, c. XVI).

In questo concetto l’anima umana diventa il tutto.

Da qua si arriva direttamente al concetto Ficiniano (molto pericoloso da esternare all’epoca!) che Dio diventò uomo non per altro fine se non per quello che l’uomo “qualche volta in qualche modo diventasse Dio”.

Ritroviamo in questo pensiero diversi insegnamenti che si possono conoscere solo nei rituali dei gradi superiori al terzo quali, fra tutti, il passaggio dal lavoro su se stessi da farsi nei primi tre gradi per arrivare al lavoro sulle leggi universali alle quali ci si inizierà ad orientare nel grado di maestro segreto.

Ma lo studio dell’anima ha continuato a rivestire grande importanza anche successivamente al medioevo. Se ci approcciamo al pensiero  di Erasmo noteremo che per lui La follia è la verità della vita, della scuola, della società. La follia non si può ne separare ne scacciare, sino al ribaltamento che porta consapevolezza della non scindibile connessione fra saggezza e follia.

Ecco allora che risulta esservi una più profonda chiave di lettura dell’agire umano, della sua anima e della sua evoluzione rispetto a quello che potrebbe apparire da una mera analisi scientifica della mente, una analisi che travalica le mere interpretazioni biologiche e biochimiche e va a situarsi su più profondi ed insondabili piani immateriali.

Fr. Amenemhat