L’argomento della triplice cinta è molto complesso e affascinante, comprendendo tematiche di carattere storico, religioso ed esoterico. La simbologia della triplice cinta è davvero molto antica, di origine controversa e proveniente da tradizioni mitiche ed eterogenee. In via preliminare, si può dire, che essa rappresenti l’orientamento dell’uomo nello spazio e nell’ambito vitale, con riferimento alla posizione della terra e del cielo, non considerate in opposizione, ma come complementari.

L’aspetto iconografico più conosciuto è quello del quadrato, ben inciso, con un foro centrale profondo ed una linea intermedia verticale che interseca esattamente a metà il quadrilatero. Si suppone, anche, che si tratti di una sorta di “centro sacro” rimasto incompiuto, quando si presenta nella forma di un quadrato in cui sono iscitti 8 raggi, che, al proprio interno, formano due croci greche. Ed in un’ottica di carattere cosmico, la triplice cinta è stata collegata all’universo creato (terra e cielo), in contrapposizione al non-creato ed allo stesso creatore, formando, pertanto, un simbolo di assoluta trascendenza e di riconoscimento dell’esistenza di un essere superiore, il grande architetto dell’universo. Inoltre, la particolare forma dell’immagine della triplice cinta è stata associata al cosiddetto “omphalos”, quale simbolo del centro del mondo, inteso come convergenza delle energie della materia e dello spirito. In questi luoghi  correnti telluriche, magnetiche e cosmiche possono essere esaltate da persone che vivono lo stesso cammino spirituale. La Terra, infatti, nel simbolismo sacro, è rappresentata da un quadrato che, nella visione simbolica della triplice cinta, racchiude un quadrato più piccolo fino a focalizzare l’attenzione nello spazio minimo centrale del disegno, appunto l’omphalos, che possiamo tradurre in “ombelico”. Gli stessi tratti mediani della raffigurazione presentano la medesima convergenza verso il centro.

Per quanto riguarda la diffusione, si può agevolmente affermare che la triplice cinta si rinviene, con una certa frequenza, nell’ambito dell’archeologia misterica, assumendo varie forme di espressione artistica, come il graffito, la scultura, l’incisione, in numerosi siti, soprattutto di origine medioevale.

I recenti approfondimenti storiografici hanno dimostrato notevoli collegamenti tra luoghi appartenuti ad alcuni ordini monastici e cavallereschi con la simbologia della triplice cinta. Entrando più nel particolare, è ormai quasi accertato che i principali fautori di tale sacra icona fossero i Cavalieri Templari. L’ordine monastico, che era nato, per difendere i pellegrini cristiani, si era insidiato in alcuni siti strategici dell’Europa e del Medio-oriente. E, proprio in questi luoghi, nel periodo tra il XII e il XIV secolo, sono stati ritrovati molteplici esemplari della triplice cinta, che potrebbe aver avuto il significato di indicare l’appartenenza mistica ad un gruppo, come segno di riconoscimento. A tal proposito, è utile rammentare che, tra i compiti principali dei Cavalieri Templari, vi era quello di proteggere i resti del Sacro Tempio di Salomone a Gerusalemme, distrutto l’ultima volta nel 70 d.C., sotto l’imperatore Tito. La descrizione del tempio, riportata dal Libro delle Cronache del vecchio testamento biblico, è piuttosto evocativa: “il cortile dei sacerdoti, il gran cortile e le porte di detto cortile, che rivestì di bronzo (Cronache II, 4,9). Sembra quasi di leggere un’accurata raffigurazione della triplice cinta!

Ma non è assolutamente escluso che tale simbolo possa implicare dei riferimenti impliciti al cristianesimo ed ai luoghi di culto. La figura, infatti, potebbe sottendere una rappresentazione della santissima Trinità che sormonta una croce. Parimenti potrebbe indicare la “Merkavah”, il carro di fuoco citato da Ezechiele che si muove contemporaneamente in tutte le direzioni, come allegoria della parola di Dio. La Triplice cinta è suddivisa in quattro quadranti, allo stesso modo degli angeli presenti nella scena della “Merkavah”, o come gli evangelisti Marco, Matteo, Luca e Giovanni, ai quali spetta il compito di trasmettere la parola di Dio.

E’ necessario precisare che, nonostante l’estesa diffusione di essa in età medioevale, sono state individuate incisioni del simbolo che risalgono all’età della pietra, soprattutto in ambito celtico e druidico, elemento questo che testimonia un’origine antichissima ancora avvolta nel mistero. All’inizio del diciannovesimo secolo fu scoperto un simbolo inciso su una pietra druidica a Suevres, in Francia. Secondo gli studiosi, il luogo del ritrovamento si identificherebbe con la località sacra in cui, nell’antichità, i Druidi si incontravano in occasione della loro riunione annuale.  E non bisogna dimenticare che Platone, nei dialoghi Timeo e Crizia, descrive la capitale di Atlantide, come un’enorme triplice cinta. Un tracciato che è possibile scorgere nelle civiltà preistoriche e megalitiche, e perfino nella Gerusalemme celeste, con dodici porte, del libro dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos.

Un’ipotesi interessante ritiene la triplice cinta una riproduzione stilizzata dello schema di un gioco da tavolo. Esso è stato considerato, probabilmente, come un gioco che, nel corso del tempo, ha posseduto vari nomi, a seconda del luogo di riferimento: in Italia, Filetto o Mulino, in Inghilterra Nine Men’s o Morris, in Francia Jeu du Mulin. Si tratterebbe una sorta di gioco precursore dell’attuale dama.

Molto suggestiva, sul significato recondito della triplice cinta, è l’ipotesi formulata da Renè Guenon, secondo il quale, in essa, sarebbero rappresentati i tre gradi dell’inizazione delle gerarchie tradizionali, che erano presenti in molteplici scuole esoteriche del passato. E’ interessante notare come le quattro linee, che secondo la visione giudaico-cristiana, simboleggiano i quattro fiumi dell’Eden, in chiave esoterica, sarebbero legate ai canali mediante i quali l’insegnamento iniziatico della dottrina tradizionale si trasmette in via gerarchica, conquistando graduali livelli di conoscenza.

In Italia, il simbolo della triplice cinta è molto diffuso soprattutto nell’area del Gargano, in tantissime chiese, come quella di San Nicandro, dove l’icona è collocata sullo stipite destro del portale di ingresso, o come l’immagine che possiamo ammirare nell’eremo di San Giuseppe. La triplice cinta è stata individuata anche presso il santuario di san Michele Arcangelo sul Gargano, luogo famoso soprattutto per la misteriosa ed inquietante iscrizione sopra la lunetta del portale destro: “Terribilis est locus iste. Hic  domus dei est et porta coeili”. La storia di questo santuario, che risale alla più antica leggendaria apparizione dell’Arcangelo Michele in epoca cristiana, nel 490 d.C. e che costituisce uno scrigno di testimonianze misteriche e di devozione popolare, meriterà una futura trattazione a parte. E ancora, si possono annoverare numerosi esempi di triplice cinta sparsi sul nostro territorio nazionale, come nella chiesa di Santa Irene, a Catignano (PE), nella chiesa della SS. Trinità di Venosa (Pz), nel Duomo di San Donnino a Fidenza (PR), l’affascinante chiesa dei 4 santi coronati a Roma, l’antichissima chiesa di Santa Prudenzana a Narni (TN), la chiesa di Pantalica (SR) e così via. Si tratta soltanto di pochissimi esempi di un vasto itinerario che collegava i pellegrini italiani al resto dell’Europa, e che serviva, come si è detto in precedenza, anche come mezzo identificativo.

Gli studi sulla simbologia della triplice cinta non sono affatto terminati, ma proseguono di pari passo con le ricerche su altri ambiti di studio. Ciò si rende necessario, perchè intuire il vero e originario significato di questo simbolo, potrebbe chiarire alcuni punti controversi sulla formazione del nostro “humus” culturale, come la preesistenza di un’unica civiltà supermondiale scomparsa, dalla quale, come echi lontani, abbiano attinto le proprie conoscenze fondamentali le più avanzate civiltà antiche, “in primis” quella egizia.

Luigi Angelino

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