Affronteremo, in questa prima parte della trattazione, la tematica della creazione biblica narrata nella Genesi, cercando di interpretarla in chiave simbolica o come reminiscenza di un archetipo collettivo.

E’ d’obbligo, prima di tutto, anteporre qualche precisazione di ordine storico e letterario per una lettura obiettiva, priva dei pregiudizi tipici della mentalità moderna. La maggior parte di noi, infatti, pensa che un libro sia composto in un tempo più o meno individuabile da uno stesso autore, o da più autori che comunque siano in grado di coordinarsi nell’elaborazione di un progetto comune. I libri della Bibbia, invece, sono stati elaborati nel corso di una ventina di secoli e sono stati composti da autori diversi, con peculiari visioni teologiche in determinati contesti socio-culturali, molte volte contrastanti fra loro.

Per quanto riguarda la Genesi, comunque, gli studiosi moderni, analizzando i più antichi manoscritti, sono riusciti a distinguere, con ragionevole certezza, i brani che appartengono allo stesso gruppo di autori, individuando due fonti principali: quella denominata “jahvista” e l’altra  a cui si attribuisce la denominazione di “sacerdotale”. Nella tradizione jahvista, sviluppatasi intorno al X-IX secolo a.C., Dio è chiamato con il suo nome impronunciabile di “JHVH” ed è presentato con atteggiamenti quasi antropomorfi: cura l’uomo, si adira, soffia la vita nel primo uomo, passeggia nel giardino dell’Eden. Dio incontra l’uomo e gli progetta un piano di salvezza. Nella seconda tradizione, quella sacerdotale, sviluppatasi tra il VI e il V sec. a.C., durante l’esilio babilonese, prevale l’aspetto cultuale, la preghiera, il sacrificio, evidenziando maggiormente gli aspetti sapienziali ed il rispetto di tutte le norme sacre.

Il primo racconto della Creazione narrato nella Genesi (1,1- 2, 4a) è attribuito alla tradizione “sacerdotale”, apparendo molto più astratto e teologico del secondo (2,4b-25). E’ chiaro l’intento del redattore di dare una classificazione ed un significato logico alla creazione, avvenuta in una settimana, che si conclude con il riposo sabbatico di istituzione divina. E’ completamente inutile tentare di stabilire una corrispondenza tra il quadro della creazione biblica e la scienza moderna, anche di carattere simbolico, come ad esempio l’accostamento dei sette giorni della settimana al succedersi di diverse ere, ma bisogna intuire l’insegnamento rivolto a comprendere la trascendenza di Dio, che ha carattere permanente ed unico, anteriore al mondo ed allo stesso concetto di tempo. La creazione biblica non rappresenterebbe un mito atemporale, ma vuole indicare l’inizio della storia stessa. La luce è creata da Dio, mentre le tenebre ne sono la negazione, visione che influenzerà la teologia successiva sul concetto di “male” come “non essere”, cioè come allontanamento dall’Essere che è Dio. Nella genesi la parola di Dio è creatrice, Lui crea “dicendo”, pronunciando ciò che vuole formare: non a caso, in ebraico, la radice “dh” del verbo “dhabar” ( parlare) è la stessa del verbo fare, un’anticipazione di quello che sarà il “logos” della koinè greca, inteso come “parola” e come “pensiero”. E’ da notare, come nel primo racconto della creazione, i nomi dei “luminari” siano intenzionalmente pretermessi: il popolo ebraico vuole distinguersi dai popoli vicini che adoravano il sole, la luna e gli astri, volendo sottolineare l’assoluta trascendenza dell’unico Dio.

Grandi dibattiti ha da sempre destato il termine “Elohim”, plurale di “El”, Dio, quando esprime la volontà “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Nella tradizione monoteistica ebraica, si interpreta la frase, includendo le schiere di angeli che sarebbero stati creati da Dio prima dell’uomo, quindi una sorta di dialogo tra il Creatore e le sue creature più eccelse. Ma non si deve trascurare un’ importante considerazione, che cioè inizialmente il popolo ebraico era “monolatrico”, cioè concentrava il proprio culto di adorazione nei confronti di unico Dio, ma non “monoteista”, nel senso di possedere già una dottrina compiuta sull’esistenza di un unico Dio, dottrina che comincerà a concretizzarsi solo a partire dal VI sec. a.C nel periodo dell’esilio babilonese. Non si può escludere, pertanto, che il racconto della creazione di tradizione sacerdotale, per secoli trasmesso oralmente, non fosse stato originato da un’iniziale esperienza politeista. La tradizione cristiana più antica ha, invece, voluto vedere in questo plurale il senso della pienezza e della maestà di Dio e, ancora più arditamente, già una prefigurazione della santissima Trinità, un dogma così particolare e razionalmente complesso da caratterizzare “ab intrinseco” la stessa religione cristiana.

Non mancano affascinanti ricostruzioni, ma ancora non suffragate da adeguate prove scientifiche, secondo cui gli “Elohim” sarebbero individui provenienti dallo spazio, per conquistare il nostro pianeta. Essi avrebbero raggiunto un altissimo sviluppo tecnologico ed avrebbero alterato geneticamente alcuni esseri trovati sul nostro pianeta, in modo da renderli “coscienti” e “capaci”, per un loro recondito progetto. Queste teorie si basano sul fatto che i principali miti biblici sono raccontati, con alcune varianti, non troppo significative, da tutti i testi delle antiche civiltà. Dai popoli mesoamericani ai popoli dell’antica India, dalla mitologia greca ai poemi mesopotamici e ai papiri egizi, i ricordi dei vecchi invasori sarebbero stati trasfigurati in miti letterari e religiosi. Secondo il professor Zecharia Sitchin, esperto soprattutto nella decifrazione delle iscrizioni cuneiformi, molti straordinari successi della scienza moderna affonderebbero radici nelle conoscenze perdute nel nostro passato più remoto. Tali conoscenze avrebbero consentito ai popoli antichi di descrivere, con dovizie di particolari, alcuni dettagli del nostro sistema solare che l’uomo moderno sta scoprendo, solo grazie all’esplorazione dello spazio più profondo. La visione di Zecharia Sitchin è tutto sommato lineare, ma sconvolgente: gli Annunaki provenienti dal misterioso pianeta Nbiru sarebbero i creatori dell’homo sapiens. Pur ammettendo l’innegabile fascino di queste teorie, che giustamente individuano numerosissime contraddizioni nei testi biblici e nelle relative interpretazioni, dal punto di vista filosofico il problema non cambia, si sposta soltanto. Se noi siamo stati creati da una civiltà aliena, chi ha creato i nostri creatori?

Ma come possiamo armonizzare il racconto biblico con le conoscenze della scienza moderna? Davvero fede religiosa e scienza vivono un contrasto inconciliabile, oppure è possibile in qualche modo conciliarle? Galileo diceva che l’insegnamento della Bibbia serve “per andare in cielo”, mentre la scienza serve “a conoscere il cielo”. Contrariamente a quanto si possa pensare nell’opinione comune, Galileo Galilei, pur essendo uno scienziato rivoluzionario per i suoi tempi, era un uomo profondamente religioso, e fu molto turbato dalla condanna  oscurantista della Chiesa nei confronti delle sue teorie. La scienza non risponde al “perchè” delle cose, ma si limita a delinearne la struttura e l’evoluzione, non essendo in grado di spiegare il mistero della vita, o di come sia sorta improvvisamente la materia. Anche la Bibbia parla in maniera figurata di “evoluzione”: la luce, il firmamento, le stelle, i pesci, gli animali, fino ad arrivare all’uomo.

Il “big bang”, indicato dalla maggior parte della comunità scientifica, come origine dell’universo, è ancora  confuso, quasi filosoficamente irrazionale, in quanto attribuisce “una data”alla formazione dell’universo (circa 14 miliardi di anni fa), ma prima del big bang cosa c’era, come si comportava questa massa enorme? E se individuiamo la nascita dell’universo nel big bang, significa che “nulla” preesisteva ad esso, ma dal nulla come poteva esplodere la materia? Domande che attualmente rimangono irrisolte. Il mondo comprende infiniti misteri che la scienza nemmeno prende in considerazione. Il mistero della creazione biblica aggiunge qualcosa di “razionale”, quando afferma che l’evoluzione non fu semplicemente frutto del caso, attribuendola, invece, alla volontà e all’intenzionalità di Dio: il big bang potrebbe essere, pertanto, il tocco creatore dell’Essere infinito ed eterno.