“Se mi faccio comprare, non sono più libera, e non potrò più studiare: è così che funziona una mente libera”.

La figura di Ipazia di Alessandria è diventata un simbolo della libertà di pensiero e dell’emancipazione femminile, a tal punto da essere mitizzata dalla letteratura e dalla cinematografia recente (ad esempio il fortunato film del 2009).

In questo articolo, si cercherà di evidenziare i dati storici più attendibili che parlano delle vicende della filosofa e matematica di Alessandria d’Egitto. Le principali fonti antiche sulla vita di Ipazia sono “La storia ecclesiastica” di Socrate Scolastico, avvocato alla corte di Costantinopoli e contemporaneo della filosofa, nonchè gli scritti di Damascio, filosofo neoplatonico vissuto un secolo più tardi.

E’ necessario sottolineare  che gli scritti originari di Ipazia, sembra siano andati perduti oppure incorporati in pubblicazioni di altri autori. Dalle precitate fonti, è stato possibile stabilire che Ipazia nacque intorno al 370 d.C ad Alessandria d’Egitto, una delle città più prospere del Mediterraneo, vivacissimo centro culturale fin dall’epoca ellenistica, e fu avviata allo studio della matematica, della geometria e dell’astronomia dall’affettuoso e coltissimo padre Teone di Alessandria. Suscita molta commozione il commento che lo stesso Teone appose alla sua opera “III libro del commento al sistema matematico di Tolomeo”, che suona così: “Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”. Non si conoscono dati riguardo alla madre, si ritiene che ella sia morta quando Ipazia fosse ancora in tenera età. La giovane donna perfezionò il sapere di suo padre, dedicandosi con slancio e passione alla divulgazione del sapere matematico, geometrico ed astronomico, ma andò 0ltre gli ambiti di ricerca dell’illustre genitore, in quanto si applicò anche allo studio della filosofia vera e propria, approfondendo le idee di Platone, di Aristotele, ma soprattutto di Plotino, il fondatore del neoplatonismo.

La fama di Ipazia brillò a tal punto che, nonostante fosse donna, riuscì a succedere a suo padre nell’insegnamento presso il Museo di Alessandria d’Egitto già dal 393, un’impresa davvero straordinaria per quell’epoca. Ma Ipazia era conosciuta anche per la sua bellezza, tanto che si narra la grande passione di uno dei suoi allievi, divenuta in seguito uno dei pretesti per la condanna dei suoi avversari; non si sposò mai, scelta coraggiosissima per una donna di quel tempo, consacrando la propria esistenza alla ricerca del sapere, raggiungendo un traguardo oltremodo prestigioso, cioè la nomina a “Direttrice della Scuola neoplatonica di Alessandria”. Filostorgio, storico della Chiesa, narra che la donna “introdusse molti alle scienze matematiche”, ricevendo lodi e appezzamenti per la sua illuminata conoscenza e per la grande generosità. Tramandava pubblicamente il sapere, rappresentando un’autorità nei circoli culturali della cosmopolita Alessandria e un punto di riferimento insostituibile nello scenario ideologico dell’epoca. Socrate Scolastico riferisce che Ipazia si distingueva per la sua straordinaria saggezza, tanto che la maggior parte dei cittadini di Alessandria provava per lei una sorta di timore reverenziale. Era molto amata dal popolo, non apparendo mai gelosa del suo sapere, che non riservava agli “iniziati”, come avveniva in molti ambienti gnostici e pagani, ma sempre disposta a condividerlo con gli altri. Delle sue opere, da fonti indirette, si sa che abbia scritto: a) Commento in 13 volumi all’Aritmetica di Diofanto (II sec.), nel quale Ipazia sviluppò soluzioni alternative a vecchi problemi e ne formulò nuovi; b) Commento in 8 volumi a Le Coniche di Apollonio di Pergamo, un’analisi matematica delle sezioni del cono; c) Commento, insieme al padre Teone, all’Almagesto di Tolomeo, un’opera in tredici  libri che segnalava tutte le conoscenze astronomiche e matematiche dell’epoca.

La grande fama, tuttavia, circa la figura di Ipazia, si diffuse per la tragica morte avvenuta nel 415 d.C.. La fonte più attendibile è rappresentata dalla “Vita di Isidoro” di Damascio, dove si narra che ad Ipazia fu teso un agguato ordito dal Vescovo di Alessandria Cirillo, che fomentò un gruppo di fanatici cristiani. Questi l’avrebbero tirata giù da un carro mentre tornava a casa, conducendola poi in una chiesa, dove sarebbe avvenuto il suo supplizio, strappandole tutte le vesti e facendola letteralmente a pezzi. Dopo l’orribile delitto, le parti smembrate del corpo di Ipazia furono addirittura portate al luogo denominato “Cinerone”, perchè della celebre pensatrice non rimanesse più nulla. Anche altri autori come Filostorgio, Socrate Scolastico, Esichio, Malalas, Giovanni di Nikiu e Teofane, che scrissero tra il quinto e il nono secolo, riportano versioni concordi sulle modalità e sulle cause della morte di Ipazia, con varianti trascurabili. Occorre una riflessione sui motivi che portarono il Vescovo Cirillo ad organizzare il supplizio di Ipazia. Sicuramente la cultura e la saggezza della donna umiliarono la superstizione e l’ignoranza di alcuni ambienti della nuova “setta dei cristiani” (così come veniva allora denominata). Se gli ambienti cristiani colti ed ai limiti dell’ortodossia tolleravano Ipazia, lo stesso non si può dire di quelli più intransigenti e fanatici.

Ma perchè Cirillo odiava tanto Ipazia? Di certo l’invidia per la notorietà raggiunta dalla donna giocò un rilievo importante, ma le cause del rancore del Vescovo di Alessandria hanno radici politiche ed ideologiche più profonde. Nel 391, Teodosio aveva proclamato il Cristianesimo “religione di stato” e nel 392 fu promulgata addirittura una legge contro i riti pagani. Le strutture organizzative della Chiesa, soprattutto le diocesi, cominciarono a soppiantare le ormai decadenti istituzioni politiche dell’impero romano. I Cristiani, soprattutto nell’impero romano d’oriente, dove si era imposto il sistema “cesaropapista”, ossia nessuna distinzione tra potere temporale e spirituale, riuscirono a contare sull’appoggio delle istituzioni politiche. Alcuni gruppi cristiani ripagarono i pagani dei torti e dei pregiudizi subiti nei secoli precedenti con altra violenza: da perseguitati divennero persecutori. Una tendenza ad imporre il proprio credo religioso, da parte della Chiesa Cattolica, che purtroppo rimarrà invariata per secoli (come ad esempio l’Inquisizione o la persecuzione delle sette eretiche come i Catari o gli Ugonotti). Solo di recente, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa  ha cominciato a chiedere scusa per gli innumerevoli misfatti del passato. Pertanto Cirillo (canonizzato perfino santo!) vedeva in Ipazia una grande minaccia alla sua autorità, rappresentando la donna l’apice della cultura di Alessandria, dove le successioni dei professori di filosofia erano registrate in città, per sottolineare l’immenso prestigio della carica.

Mi piace concludere questo breve omaggio ad Ipazia con l’epigramma a lei dedicato dal poeta Pallada, suo contemporaneo. “Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto, Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura”.

Luigi Angelino

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