Interpretazione iniziatica delle prime 7 parole della Torah

 

“Bereshit barah elohim et hashamaim veet haarez” è la traslitterazione in caratteri latini dell’inizio della Bibbia (vecchio testamento) e viene tradotto “profanamente“ con: <<in principio Dio creò il cielo e la terra>>.

Iniziaticamente, però, la traduzione è molto diversa e più complessa; ma prima di disvelare la stessa ed interpretare le varie parole e lettere e parti di esse in lingua originale, è necessario fare una premessa.

L’idioma usato è l’ivrit (di ascendenza fenicio-cananeo), conosciuto anche come ebraico biblico massoretico o leschion hakodesch (lingua sacra) vocalizzato tra il 3° e il 9° secolo dell’e.v. con segni vocalici al di sopra od al di sotto od all’interno delle lettere ebraiche, le quali  non avevano i detti tracciamenti fatti di linee, t, punti, ecc. e nemmeno (ancor più primitivamente) spazi tra le varie parole (ardua impresa saperle leggere!).

Tradizionalmente, il Pentateuco (cosi vennero chiamati dai cosiddetti 70 traduttori latini i primi 5 libri della bibbia) è stato scritto da Moshè (volgarmente chiamato Mosè):”Moshè kibel torah mi sinài“. Moshè ricevette la torah nel sinài (volgarmente chiamato sìnai), luogo geodetico neutro (il deserto), ed offerta a tutta l’umanità attraverso le 70 lingue conosciute (vedi la mishna, la torah orale, successivamente scritta, interpretazione sacerdotale della torah mosaica).

Il tutto su basi ancor più primitive da tradizioni orali e scritte, di derivazione adamitica (libro di Adamo o dell’angelo Raziel), noachita (vedi le 7 leggi di noah), mechilsedechiana (sacerdotale), enochiana (libro di enoch), abramitica (di ceppo zoroastriano), ecc. e dalle  “bibbie“ egizie o degli ebrei di Elefantina (un’isola in mezzo al fiume Nilo ai confini dell’attuale stato del Sudan), in geroglifico sacro e/o demotico e su pergamena e/o papiro e ritrovati anche (in tracce) nell’attuale Etiopia copta ma da probabile pre-custodia fatta dai famosi ebrei Falaschà, discendenti  dalla Regina di Saba, tutt’ora quasi tutti emigrati (meglio “saliti“ in senso re-iniziatico detta “aliah“, la risalita al Tempio) nell’attuale stato di Israele.

Non dimentichiamo, inoltre, che Moshè e gli ebrei sono vissuti in Egitto 400 anni e quindi l’influenza e la gnosi iniziatica e sacerdotale di ambedue le confessioni si sono, in parte, intrecciate e qui vale la pena ricordare la figura di Akenaton, il faraone “eretico“ che qualche storico sovrappone a Moshè come figura monoteista: che sia  stata la stessa persona? Voglio precisare che, prima di procedere oltre, la presente interpretazione non deve essere considerata come pura e inossidabile verità dogmatica, perché la verità assoluta non è di questo mondo e tanto meno del sottoscritto, che si limita solamente a cercarla instancabilmente come dovere iniziatico personale ed in catena d’unione con tutti i fratelli che vorranno lavorare in tal senso, spingendomi fin anche ad un operare congiunto al mondo profano.

La prima lettera che troviamo scritta nella torah (interessante è sapere che la sua “radice“ è “or“, luce ) è la bet con al centro la daghesch (un semplice puntino) che geroglificamente rappresenta il primissimo atto iniziatico d’inizio di ogni cosa, perché la bet oltre ad indicare la casa, la grotta iniziatica, il gabinetto di riflessione massonico, le viscere della terra, il ventre materno, è l’elemento femminile che, col suo punto centrale e richiamando lo jod (esso stesso un punto), l’elemento maschile e fecondante, danno origine al tutto, Essere Supremo escluso.

Oggi la scienza questo atto primigenio lo chiama “big-bang”, ma 4.000 anni fa già dei nomadi pastori avevano intuito ciò, ma essi erano gli astronomi di allora, gli iniziati “dello specchio“, da qui la parola speculare ed alcuni di loro divennero re e maghi (re magi).

La bet diverrà quindi la prima collinetta immersa nel mare del “nun“, fecondata e fecondante, l’uovo cosmico uscito dalla “grande papera“ egizia, sarà l’uovo fecondato e fecondatore con la punta rivolta in basso, diverrà l’antica massima: “è nato prima l’uovo o la gallina ?“ ed ora lo sappiamo!  E’ nato prima l’uovo, perché la gallina (la papera egizia, l’essere supremo che “aleggiò sulle acque“) non ha mai avuto origine, nemmeno da se stesso. Forse è una  massima che farà un po’ sorridere ma è appunto dal piccolo sbuffo nasale che provoca il sorriso che inizia la vita, anche dell’uomo “animato“ dal soffio dell’eterno attraverso le narici.

La bet col punto centrale e chiusa successivamente ad occidente diverrà l’antico geroglifico della Loggia massonica con il suo simbolismo di  dualità, maschile e femminile, simboleggiata anche dalle due colonne del tempio di salomone e, successivamente, quelle  libero-muratorie (forza e bellezza), la Jakin e Boaz che, come già sappiamo, lette al contrario daranno “pugnale e vaso“, eufemismi che indicano organo maschile e femminile ( ^ , V )  che sovrapposti come squadra e compasso sul libro sacro saranno emblema del “principio primo“ attraverso l’unione mistica attiva e passiva universalmente  indispensabile al divenire e alla vita.

Ma procediamo oltre e consideriamo l’intera parola, la prima della torah e cioè: bereshit, che in realtà è l’unione di be + reshit, in + principio ( e non “il principio“ , come qualcuno scrive) che, iniziaticamente e con regole sintassico-kabbalistiche, è divisibile (e vocabilmente intercambiabile) in  barà + shit e qui stà il nocciolo più importante, sia dal punto di vista iniziatico che profano, modificando, ma molto più tardi, addirittura tutto il comportamento dell’umanità, non solo quello ebraico, sotto il profilo di rapporto tra giorni lavorativi e non lavorativi, sacri e profani, per tornate obbligatorie di studio, per la teschuvah, il ritorno alla prima ri-creazione biblica (e in massoneria la ricreazione ha iniziaticamente il medesimo concetto: ri – creare ancora, è l’agape rituale, è la cena domini).

Sarà la prima “idea“ di settimana (6+1 giorni,  la menorah) avversa al mondo profano di allora: la schiavitù non era più possibile! l’intera economia mondiale sarebbe crollata! Perfino gli animali 1 giorno ogni 6 non potevano (e non possono) lavorare, ma ci vorranno millenni perché ciò possa concretizzarsi. Un giorno alla settimana si studia e possibilmente in compagnia di almeno 10 persone (miniam, il minimo per “tornate regolari“).

Ma vediamo il concetto dal punto di vista iniziatico e cioè barà + shit, viene interpretato con: “creò il sei“ (elohim creò o fece il sei) e cioè creò i sei punti dello spazio e la sua collocazione nello stesso ed, in contemporanea, i sei punti del tempo reale (i sei giorni della settimana ed, interrompendola al settimo, e schabbat vuol dire appunto interrompere il sei). Siamo quindi giunti alla creazione dello spazio e del tempo con l’elemento fecondante (la bet iniziale) di ogni cosa, ma l’iniziazione primigenia non sarà completa senza i 4 elementi base: terra, acqua, fuoco ed aria (o vento o spirito vitale).

L’elemento terra è palese: è l’ultima parola delle prime 7 della Torah, è l’ “aarez“ diventando anche “sacra“: erez, il Sancta Sanctorum del Tempio di Salomone, ove nessuno poteva accedere, salvo il Gran Sacerdote.

Per trovare invece l’acqua e il fuoco dobbiamo scomporre la parola hashamaim (il cielo o meglio “i cieli“, essendo un duale: cielo inferiore e cielo astrale) in Hash + maim, fuoco + acqua  ed il  gioco è fatto ed è semplice, ma nascosto ai profani, che non possiedono le conoscenze intuitive iniziatiche.

Per completare la grande iniziazione manca solo l’aria, che è complementare al vento e allo spirito vitale, all’anima collettiva in pectore di tutti gli esseri animati del Supremo Artefice dei Mondi: la schechinah, l’elemento femminile dell’Eterno che, unendosi alla terra (aarez) ed insufflando il proprio vento-aria-spirito dentro di essa e plasmata dal fuoco e dall’acqua, genererà l’Uomo, l’Adam primordiale, contemporaneamente maschio e femmina ed, ancor prima, tutto l’Universo.

L’iniziazione è avvenuta!  Il Malkut, il regno, la sacra e rossa argilla dell’adam sarà il primo punto di partenza ma i 32 sentieri per l’irraggiungibile (sul piano fisico)  Keter (la corona di luce), saranno impervi, in salita, irti di ostacoli; ma noi iniziati, già dai tempi (e nei templi) di memphis e delle terre di misrahim, procediamo nel cammino senza indugio.

A volte cadremo e già siamo caduti, ma pronti a rialzarci ed ad elevarci ulteriormente ed iniziaticamente, nella infinita ricerca di quel nome ineffabile che ha 72 (od infinite) emanazioni diverse: è la nostra sfida di iniziati!

A questo punto, vorrei commentare la brevissima parola “et“ e cioè l’alef-tau, che profanamente viene semplicemente tradotta con l’articolo “il“ (“il cielo”, ecc. ) ma noi iniziati intravediamo ben altro: in questo caso non è solo un articolo (improprio) ma un ben preciso messaggio, essendo l’alef la prima delle lettere ebraiche e la tau l’ultima  e quindi, iniziaticamente, si intende quello che i greci antichi chiameranno l’alfa e l’omega e cioè la vita e la morte, il bianco e il nero, il divenire naturale.

Diverrà, nel tempio di Salomone, il pavimento a scacchi bianco e nero, la bandiera di guerra templare ed il pavimento a scacchi massonico: l’alef e la tau contengono inoltre tutte le altre lettere dell’alfabeto e, quindi, tutte le parole possibili e, con queste, tradizionalmente, si formò il mondo: “abracadabra” (“parlo e creo”) è una antichissima parola magica che alcuni maghi “moderni“ hanno rispolverato dalle antiche liturgie sacerdotali egizie, passate poi a Moshè, lui stesso si stirpe levitico–sacerdotale.

La parola crea, guarisce ed il verbo, il logos, inizia alla vita: il pensiero primitivo si fa suono, canto, musica, l’idea primordiale del G.A.D.U. si fa materia e la sua scekinah animerà tutto e, non a caso, i liberi muratori pongono i propri strumenti sulla frase: “in principio era la parola“.

Un‘altra parola che assolutamente merita una certa interpretazione è elohim. Il pensiero profano lo traduce con d-o o d-i ed abbiate pazienza se non lo scrivo integralmente, ma il motivo è di rispetto alachico e tradizionale per questa parola, ch,e in realtà, non equivale per essa stessa, ma è una delle tante manifestazioni dell’Eterno (luce, illuminazione e simili), di derivazione lontano-orientale (forse indiana o limitrofa o di area attualmente buddista).

Bisogna precisare che in tutto il ta.na.ch (acronimo ebraico che equivale a circa – e sottolineo circa – al vecchio testamento così detto “dei 70”) non esiste nemmeno una volta la parola “d-o“, di acquisizione più moderna rispetto ai tempi della torah scritta.

L’ebraismo ha da sempre avuto delle parole sostitutive, essendo il tetragramma impronunciabile, per mancanza delle vocali ed altro (e molto altro….), ma solo computabile (jod, he, vaw, he): shadday, adonai, ah shem, ecc.

Circa la parola elohim, nessuno – e ripeto nessuno – sa cosa precisamente voglia dire, ma, in ogni modo e per giusta sintassi, non è una parola al plurale (anche se a fine parola compare la “im“, plurale maschile), perché è mancante della he, l’articolo, facendo in tal modo corrispondere alla parola stessa il cosiddetto “plurale di astrazione”, che vale a tutti gli effetti ad un singolare.  La parola elohim però è sicuramente una parola arcaica di area egizio–fenicio–cananea, che sta ad indicare il concetto delle infinite manifestazioni   dell’Eterno, ma esso è impronunciabile, indivisibile, invisibile, inconoscibile, ineffabile, unico, al di là del tempo e dello spazio, unico Creatore dei mondi visibili ed eterei, Colui che attraverso le lettere ha formato l’Universo e la sua vita e la sua morte.

Moshè, davanti al roveto ardente, pose questa domanda: “ma come devo chiamarti, Signore?” e l’Eterno rispose (nella sua mente): “io sono….” e “l’io sono“ si trasformò nel tetragramma, con un concetto ancor più granitico ed unitario dell’elohim arcaico.

La primitiva corrente mechilsedechiana, noachita ed abramitica si svilupperà ulteriormente confermando la stessa, ma arricchendosi di gnosi iniziatico-sacerdotale e da questa nasceranno altre fronde di pensiero monoteista: samaritanesimo, islam, bahai, caraitismo, cristianesimo, i fratelli mi perdoneranno se, da vecchio sionista, concludo con una vecchia canzone e musicata da un fratello di “sangue“ di Modena, ove è inserita una nostra familiare parola: Oriente (misrah, da cui si ricaverà misraim) ed essa è la seguente (tradotta in italiano): Fin, che nel cuore e in profondità e l’anima ci sussurrerà che alle porte d’oriente, là dove nasce il sole, un occhio guarda al monte sion.

Non è persa la speranza, speranza bi-millenaria di essere un popolo libero, un popolo libero come l’aveva pensato e poi scritto Moshè, liberando la sua “stirpe“ dal giogo della schiavitù, perché la speranza, fiaccola di luce eterna, sempre brilla per tutti i popoli della terra.

Nel 1° giorno di Thot, primo mese della stagione di Akhet, dell’anno 3309° di L.E.

Fr. Kum Naim