Sin dai racconti più antichi dell’umanità emerge la presenza, presunta o meno, di esseri umani che servono un potere non umano, che qui indichiamo come “oscuro”, in quanto non del tutto delucidato dalle fonti storiche. Si tratta dei sacerdoti e dei maghi. I primi servono un potere oscuro accettato socialmente, gli altri un potere oscuro che rimane nell’ombra dei valori socialmente accettati.

            In Omero compare il termine greco daimōn per indicare una potenza divina che non si può o non si vuole nominare: Omero impiega il termine sia per divinità sia per il destino stesso. Chantraine fa derivare questa parola dal verbo greco daiomai, “dividere”, “distribuire”. Allora le potenze divine distribuirebbero agli esseri umani gli eventi o i beni materiali della esistenza. In seguito la parola daimōn passa ad indicare le divinità intermedie, quelle superiori agli uomini ma inferiori agli dei classici, senza alcun riferimento alla bontà o meno del loro agire. Platone parla di Eros come di “demone grande” (mega daimōn). Nella nuova interpretazione, quella cristiana, il sostantivo greco comincia a indicare le divinità intermedie negative, cioè i cosiddetti demoni o diavoli. 

           Il sostantivo greco theos, “dio”, deriva dalla radice indoeuropea *dhwes, “anima”, “spirito”. La ritroviamo nel verbo greco thuō, “sacrificare bruciando” e nel verbo latino suf-fio, “bruciare”. 

          In Omero di solito theos si riferisce a un dio maschile, mentre thea a una dea. In ionico-attico dell’epoca classica, anche epigrafico,  theos è sia maschile sia femminile. Il thea omerico viene inteso come una forma eolica. Quando in Iliade VIII, 7 theos concorda con un aggettivo femminile (mēte tis oun thēleia theos to ge mēte tis arsēn, “nessun dio, né femmina, né maschio”), i filologi omerici pensano a un atticismo di redazione successiva.   

         Invece il latino deus deriva da un’altra radice indoeuropea, *deyw, “luce”. Pensiamo al sanscrito dyu e al latino dies: “giorno”. In tutte le lingue semitiche (tranne etiopico e forse arabo classico) la divinità è indicata dalla radice che in ebraico ha come esito ‘el e che veicola primariamente l’idea della forza.

           Il Codice VI da Nag Hammadi (Alto Egitto) comprende tre trattati ermetici in copto, tra cui L’Ogdoade e l’Enneade. All’inizio di questo trattato ci sono queste parole riguardanti Dio: “Io invoco te, colui che domina il regno della potenza, colui il cui logos è frutto di generazione luminosa, le sue parole, d’altra parte, sono immortali, eterne, immutabili, colui la cui volontà genera la vita delle immagini in ogni luogo, la sua natura generatrice dà forma alla sostanza, da lui ricevono movimento le anime e gli angeli, la sua provvidenza si estende verso ogni essere, l’ingenerato che ha generato ogni essere”. 

           L’ordine semantico del divino è quello della grandezza. Agli dei, nelle varie culture, sono attribuite caratteristiche uniche e speciali. Tanto è l’amore per Dio nelle varie lingue che a volte ne risente anche la grammatica. In arabo una bestemmia non si può formulare quasi grammaticalmente. Andando indietro nel tempo, pensiamo a un passo del poema mitologico Atram-hasīs, in accadico, la prima lingua semitica attestata. Nelle righe iniziali del poema, nella copia di Ipiq-Aya, compare questo sintagma: rabatum anunnaku sibiitam, letteralmente “grandi Annunaki (che sono) sette”. Tra le varie considerazioni filologiche possibili, ne menzioniamo solo una. Non ci aspetteremmo di trovare l’accusativo sibiitam nell’ordine logico del sintagma. I filologi lo spiegano avente valore enfatico, in quanto segue il nome Annunaki e non lo precede. Perché questa strana costruzione che rasenta la scorrettezza grammaticale? Perché gli Annunaki sono divinità potentissime, possedendo la prerogativa di fissare i destini, infatti nelle righe successive stabiliranno l’ordine dell’universo.

          Alcune divinità greche rasentano la totalità delle loro espressioni. Esse sono il Tutto. Pensiamo a Apollo, le cui contraddizioni, se assunte nell’insieme, parlano di dio totale. Apollo è il dio della misura, dell’armonia, del rispetto delle leggi, della moderazione, dell’arte, della musica, della poesia, della medicina. Figlio di Leto, la più amabile delle dee. Tuttavia, prima di nascere, è conosciuto come atasthalos, cioè accecato, empio, sfrenato, tanto che le isole non vogliono far partorire Leto sul loro suolo per paura. Quando Apollo salirà poi sull’Olimpo, gli dei balzano in piedi tremanti (il suo altro nome, Febo, ricorda a tutti la paura, in greco phobos). Il dio della misura pecca all’inizio di dismisura.  

           Alcune divinità presiedono a tutto quanto c’è. Il greco Ferecide di Siro per Cicerone è antiquus sane (Tusculane I, 16, 38) e per Diogene Laerzio (I, 116) “fu il primo a scrivere sulla natura e l’origine degli dei”. Secondo la testimonianza di Probo (Commento alle Bucoliche di Virgilio 6, 31), Ferecide dice che “Zeus e Cton e Crono, alludendo al fuoco, alla terra e al tempo … sarebbero l’etere dominante, la terra dominata e il tempo in cui sono regolate tutte le parti”.      

           Così scrive il greco Arato (Fenomeni 1-5): “Da Zeus sia il nostro inizio, da lui che gli uomini non lasciano mai innominato. Piene di Zeus sono tutte le vie, tutte le piazze degli uomini, pieni il mare e i porti. Tutti noi di Zeus abbiamo bisogno. Infatti siamo una sua stirpe”. 

          “Iovis omnia plena, scriverà Virgilio (Bucoliche III, 60). Suona in queste parole la certezza di una presenza che si incontra ovunque nel mondo, nella molteplicità dei suoi eventi, nell’intrecciarsi delle sue forme. E parla anche una profonda familiarità, quasi una certa sprezzatura nell’accennare al divino. Che era latente in ogni angolo, pronto a espandersi. Mentre la parola atheos, molto più spesso dell’essere increduli verso gli dèi, designava il venir abbandonati dagli dèi stessi, che si sottraevano a ogni commercio con il mortale”. 

          La tragedia greca esprime mirabilmente come il mondo degli dei sia intrecciato a quello dei mortali. Nel genere tragico il conflitto è aperto dalle due accezioni di ciò che l’avverbio greco aei, “sempre”, vuol dire:

  1. Sempre nel tempo degli dei, tempo immutabile;
  2. Sempre nel tempo degli uomini, tempo della passione e del caso.

          Nella tragedia greca il conflitto si situa in entrambi i piani. Anche se vi è un prevalere della passione umana sul tempo senza temporalità degli dei. 

          Secondo certe tradizioni, Dio sarebbe l’equivalente del Nulla. Ogni cosa “poggia” su ciò che viene detto in sanscrito shunyata, “nulla”, concetto cardine del buddhismo. Saraha, grande monaco buddhista indiano, scrive (Dohakosha-giti, 27): “Qui non esiste Principio, non c’è il Mezzo, non esiste una Fine, non c’è samsara né nirvana”. Prima di lui, ma su questa linea di pensiero, che da sempre ha caratterizzato il buddhismo, Nāgārjuna, importante esponente indiano del buddhismo, ha queste parole (Madhyamakakārikā, cap. 25): “Se per intero questo mondo è negato ontologicamente, non sussiste né sorgere né venire meno”, yadi sūnyam ida sarva/ udayo nāsti na vyayaḥ. 

Santa Veronica Giuliani

           Secondo le rivelazioni concesse a Veronica Giuliani, una delle più grandi mistiche della storia, Dio in sé è una relazione di amore e così si manifesta agli uomini con cui Egli si relaziona. Ma il massimo grado di amore e benevolenza che Dio può riservare agli uomini si trova nella croce. 

             In Dio – questo essere che la piccola ragione umana non può classificare né conoscere adeguatamente – sta il mistero della sofferenza umana e di tutto il creato. La croce di Cristo è il simbolo della rinascita di tutto: per rinascere bisogna soffrire. La trasformazione è non voluta perché dolorosa, ma per altri aspetti ricercata perché necessaria. Non trasformarci sarebbe un male peggiore. Spesso l’uomo desidera superficialmente cose che non vuole e vuole cose che superficialmente non desidera. Questo grande mistero dell’uomo trova forse traccia nelle lingue semitiche. Ogni lingua è espressione dello spirito dell’uomo. Il radicale ‘bj ha nelle diverse lingue semitiche significati opposti: “volere” in ebraico, aramaico egizio, aramaico giudaico e egiziano, “non volere” in arabo, etiopico, antico arabo meridionale; nell’Antico Testamento il verbo ebraico derivato dalla radice ha quasi sempre accezione negativa, con la particella negativa ebraica, quindi Nöldeke ipotizza che tale accezione sia quella originaria. 

           Dio opera nella creazione incessantemente e dona all’umanità, tessendo la trama dei giorni, quanto è a essa più necessaria per l’evoluzione. Secondo una visione, noi siamo cellule di un Grande Essere (detto Dio) il quale si deve evolvere: quindi anche noi dobbiamo cambiare come parte della sua trasformazione. 

           Questo potere oscuro – che dirigerebbe la società umana e che richiederebbe da essa sacrifici, dal Minotauro alla classe sacerdotale intenzionata a immolare Ifigenia, da Isacco al sacrificio di Cristo sulla croce che si perpetua verbalmente in ogni Messa – è stato immaginato dagli uomini nelle maniere più divergenti. Gli attributi conferiti a Dio e ai suoi emissari non umani testimoniano, da un lato, la grande fede verso queste entità, ma, dall’altro, il contributo della fantasia umana riguardo tali presunti contatti. 

            Il cristianesimo ha abituato le masse a pensare a un Dio personale, circoscrivibile entro il concetto di figura paterna o provvidente verso gli uomini. In Giovanni 13, 34 Gesù dà il nuovo comandamento dell’amore tra fratelli, basato sull’amore che Cristo ha verso i suoi: “Come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri”, kathōs ēgapēsa umas ina kai umeis agapate allēlous. Bultmann e Brown intendono l’avverbio kathōs non con valore comparativo bensì causativo e costitutivo: i discepoli devono amare sul fondamento del fatto che sono stati amati da Cristo. 

Aristide nella sua Apologia testimonia così dei primi cristiani: “sono dolci, buoni, pudichi, sinceri, si amano tra di loro”. L’Itinerario di Egeria è un testo latino del V secolo che mostra il mondo dei primi cristiani. Si tratta di un’opera importante anche dal punto di vista linguistico perché testimonia l’evoluzione del latino (si avverte che gli aggettivi dimostrativi latini hanno già una funzione che nelle lingue romanze sarebbe diventata quella dell’articolo determinativo). Ma qui ci interessa che, in tale viaggio in Terra Santa, Egeria (non si sa se monaca o badessa o semplice cristiana) nelle varie città visitate viene accolta sempre valde humane, cioè molto fraternamente, una cristiana tra i cristiani. 

             Nel capitolo 27 degli Atti degli Apostoli si racconta del viaggio in nave di Paolo verso Roma, della tempesta che li ha colti e del pasto fatto con tutti gli occupanti della nave dopo giorni con essa in balia delle onde. I termini usati dall’autore al versetto 35 sono quelli della Agape (banchetto eucaristico): ma essa è offerta non solo ai cristiani ma a tutti, dimostrando l’afflato universalistico dell’amore cristiano.     

           Ma già Esodo 34, 6 rivela che il Signore è: “Dio di pietà e di misericordia, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”. L’originale ebraico (‘El rachum wechanun ‘erek ‘apaym werab chesed we’emet) contiene tutte le parole fondamentali della rivelazione biblica. Ester 4, 17 T così invoca la misericordia di Dio: “Salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore!”. Isaia 50, 8: “È vicino chi mi rende giustizia”. 

            Deuteronomio 6, 5: “Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. E sin dall’Antico Testamento si esalta anche l’amore fraterno: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19, 18). Salmo 133, 1: “Ecco, come è bello e come è dolce che i fratelli vivano insieme!”. 

             Dal 1947 in poi sono stati rinvenuti nei pressi di Qumran, sul Mar Morto, soprattutto in XI Grotte, molti frammenti e circa 900 opere intere, tra copie di libri biblici e altra letteratura giudaica, in ebraico, aramaico e greco. Una estesa pubblicazione di questo materiale è costituita da: Discoveries in the Judaean Desert, Oxford 1955-2010, in molti e costosi volumi.  Nei manoscritti di Qumran l’amore tra esseri umani, indipendentemente da qualsivoglia connotazione sessuale, è presente molto raramente e limitatamente a contesti biblici e non a testi della comunità di Qumran. Probabilmente l’amore verso gli altri uomini è per la comunità di Qumran un tabù. Tuttavia l’amore fraterno è presente: pensiamo alla Regola della Comunità. Il Documento di Damasco lo conosce come trasformazione del comandamento dell’amore per il prossimo di Levitico 19, 18. 

              Il Cantico dei Cantici, delizioso poemetto biblico, intende il rapporto tra Dio e il suo popolo come una autentica relazione d’amore. Dio ama i suoi fedeli e l’uomo risponde a tanta grazia con un atto di amore. In 2, 16 è condensata tutta la storia della salvezza giudeo-cristiana: “Il mio diletto è mio e io sono sua, di lui che si pasce tra i gigli”. Nell’originale ebraico abbiamo il participio haro’eh, che può significare sia “colui che pasce” il gregge tra i gigli sia “colui che si pasce” (si ciba). Per Haupt l’immagine è carica di tutta la sensualità di un rapporto amoroso vero e proprio tra Dio e il suo popolo, passionale, carnale: i “gigli” in questione sarebbero il vello del triangolo pubico della donna, quindi l’autore biblico vorrebbe dirci che l’amato scopre le nudità della sua amata. 

           Deuteronomio 10, 12: “Che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio … ?”. Il Talmud, che costituisce una serie di profondissime interpretazioni della Torah, dice: “Tutto è nel potere del Cielo, tranne il timore del Cielo” (Berakhot 33 B). Il Cielo, cioè Dio, limita il suo potere, che tutto può, volendo che l’uomo scelga e quindi tema liberamente il Signore. In altre parole, Dio ama talmente l’uomo che non lo vuole schiavo. Per adempiere tale progetto, Dio limita addirittura la propria onnipotenza.

            Secondo la teologia cattolica, Dio ama talmente l’uomo che lo rende libero addirittura di rifiutare Dio stesso. Tra la apokatastasis di Origene (alla fine tutti si salveranno, anche i diavoli) e la gemina praedestinatio di Gotescalco (Dio predestina alcuni alla salvezza, altri alla condanna), la via di mezzo consiste nella assoluta benevolenza di Dio che rispetta fino all’ultimo la libera scelta dell’uomo di accoglierlo o meno.   

              Il sacrificio di Cristo che istituisce l’Ultima Cena come prefigurazione del suo martirio è il massimo atto di amore verso gli uomini per due motivi. Il primo è chiaro: Cristo si dona come sacrificio espiatorio dei peccati degli uomini. Il più preciso racconto dell’Ultima Cena lo abbiamo in Luca (capitolo 22). Gli esegeti osservano come Luca faccia trasparire tre azioni di Gesù, una dopo l’altra (versetto 19). Egli prima di tutto prende di sua mano il pane (labōn arton), poi lo spezza mentre rende grazie (eucharistēsas eklasen), quindi  lo dà ai discepoli mentre proferisce parola (edōken autois legōn). Logicamente l’azione del dare è successiva a quella dello spezzare. E il dare è un atto accompagnato dal proferir parola per via di un fatto grammaticale: il participio presente legōn indica la durata di una azione simultanea, quindi non può che essere concordato con “diede” (edōken) anziché con “spezzò” (eklasen).

           Secondo gli studiosi cristiani, il processo a Gesù è una farsa. Lo arrestano di notte e subito lo conducono davanti al Sinedrio. Ma il processo ebraico non avviene mai di notte, come succede da noi anche oggi. Poi il processo ebraico inizia con la difesa, invece Marco 14, 55 ricorda che “cercavano una testimonianza contro Gesù per farlo morire”. Gesù è un personaggio scomodo per la religione e i giudici ebraici, che sono sacerdoti, non fanno altro che cercare un pretesto per metterlo a morte. Non per nulla, davanti a Pilato, che non è una autorità religiosa, bensì civile, gli accusatori non presentano l’argomento per cui Gesù si dice Figlio di Dio ma quello per cui si professa re dei Giudei, sollevando così l’ipotesi che Gesù sia pericoloso anche per la autorità civile romana. Ma Pilato non cade nell’inganno, “sapeva infatti che per invidia, dià phthonon, i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato” (Marco 15, 10).  Secondo una possibile intenzione degli evangelisti, Gesù viene a riparare il peccato dell’uomo. Nella Genesi l’uomo pecca prima contro Dio (mangiando il frutto da Dio proibito) poi pecca contro i suoi simili (uccidendo Abele). Allora, in questa chiave, Gesù davanti al Sinedrio ebraico (religioso) sconterebbe sulla propria pelle il primo peccato, invece davanti a Pilato, autorità solo civile, Gesù sconterebbe il peccato contro l’umanità.       

            Ma c’è un altro motivo, meno chiaro, che rende il gesto di Cristo il supremo atto di amore nei confronti dell’uomo. Gesù si allaccia al sacrificio ebraico, nel quale il sangue della vittima sacrificale è riservato solo a Dio: il semplice fedele non ne dispone. Cosa significa che Cristo dà da bere ai discepoli il calice indicante il suo sangue? Significa equipararli al rango divino, a cui Cristo appartiene per natura e che egli concede per grazia ai suoi discepoli. Abbiamo a che fare quindi con la divinizzazione dell’uomo.  

           Il dono più grande che Dio ci abbia fatto è la vita. Traendoci all’essere dal non essere, Dio ci ha fatti entrare nel suo regno. La natura (tutto ciò che ci circonda) è in sé la impronta della infinita bontà e sapienza di Dio. In essa noi troviamo il senso della nostra vera natura (essenza). È significativo che la parola ebraica derek, “via”, entra nel lessico filosofico ebraico medioevale con il senso di “metodo”, ma un autore la usa con il senso di “natura”. Per questo ultimo significato, si tratta di un calco semantico dall’arabo ṭabi’a: sia la radice ebraica sia quella di questa parola araba significano “imprimere”, “stampare”. Il mondo è fatto a caratteri divini e il nostro cuore, essendo parte del Tutto, ha impresso in sé gli stessi caratteri.   

           Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae I, 6, 1): “L’essere buono conviene principalmente a Dio, bonum esse praecipue Deo convenit. Infatti una cosa è buona nella misura in cui è desiderabile. Ora, ogni ente desidera la propria perfezione, unumquodque autem appetit suam perfectionem. Ma la perfezione e la forma di un effetto non sono altro che una somiglianza partecipata della causa agente, poiché ogni agente produce qualcosa di simile a sé. Dal che ne consegue che ogni agente è desiderabile (da parte dell’effetto) e ha natura di bene: infatti ciò che si desidera è di parteciparne la somiglianza. Essendo dunque Dio la prima causa produttiva di tutte le cose, è evidente che a lui compete la natura di bene e di appetibile”. 

          Aristotele (Metafisica XII, 1072 B) ha delle parole molto belle quando sostiene che Dio è Intelletto al massimo grado: dato che la contemplazione è la cosa più piacevole e migliore, se dunque Egli si trova in questa modalità di Bene, come noi ci troviamo talvolta, Dio è un essere meraviglioso, thaumaston.     

           In Summa Theologiae I, 20, 1 il grande teologo sostiene questo. L’amore è il primo moto della volontà, primus motus voluntatis est amor. La volontà tende prima di tutto al bene e secondariamente al male. Quindi gli atti volitivi che riguardano il bene hanno una priorità sugli altri. Ciò che è generico ha una priorità. L’amore è un bene più generico di altri tipi di bene. Quindi Tommaso d’Aquino conclude che l’amore è naturalmente il primo atto della volontà. Allora in qualunque essere che ha volontà si trova amore. In Dio c’è somma volontà, in quanto è causa di tutto, quindi in Dio c’è sommo amore.

            Per la riflessione scolastica medioevale la misericordia di Dio verso gli uomini dipende dalla sua onnipotenza. Per Aristotele (Metafisica III, 1000 B), dato che in tutte le cose c’è sia amore sia odio, accade che Dio sia meno saggio degli altri esseri, theon ētton phronimon einai tōn allōn, giacché non conosce tutte quante le cose, dal momento che non possiede l’odio, to gar neikos ouk echei, mentre la conoscenza è del simile con il simile.

           Per la Scolastica rappresentata da Suàrez (Disputazioni metafisiche, pubblicata nel 1597), ogni ente è tale non in senso estrinseco, in quanto partecipe dell’essere di Dio, ma perché ha in sé stesso l’essere. Invece per la riflessione scolastica medioevale tutti gli attributi (Essenza, Unità, Bontà, Verità, Bellezza) in Dio coincidono, convertuntur, e gli enti li ricevono da Lui per partecipazione. Di conseguenza, se l’amore è un bene, esso è in sommo grado in Dio e gli enti da lui lo assumono. 

           Teresa d’Avila nel recitare la preghiera del Padre nostro si è concentrata spesso in meditazione sulla parola “padre”, entusiasmandosi e commovendosi a tal punto da non riuscire a proseguire l’orazione. Un Dio che ci ama come un Padre, ci ha creati e ha inviato addirittura suo Figlio in sconto dei nostri peccati! Agostino (Discorsi nuovi 25, 15): “Ora poni l’attenzione che a recarci la salute è venuto come medico il nostro Signore Gesù Cristo”, attende nunc medicum salutarem venisse ad nos Dominum nostrum Iesum Christum

           Paolo dice chiaramente che siamo per natura meritevoli di condanna. Secondo la teologia paolina, l’uomo è dominato dalla “carne”, sarx, che costituisce il principio maligno che lo abita. Solo la grazia, charis, può salvare l’uomo. Nel Nuovo Testamento la “grazia” riecheggia il significato della hesed ebraica, l’amore di Dio verso il suo popolo. Già le Lamentazioni (3, 22-23) recitano: “… è per le misericordie di Dio, che non siamo completamente distrutti, perché non si esauriscono mai le sue compassioni, si rinnovano ogni mattina”. C’è in merito una curiosità filologica. “Non siamo completamente distrutti”: il testo masoretico presenta una prima persona plurale, come dalla traduzione proposta; invece la traduzione siriaca e quella aramaica del Targum suppongono un originale ebraico avente la terza persona plurale (“non sono finite”) con soggetto “le misericordie del Signore”. Nel primo caso la preposizione ki (hasede YHWH ki) ha valore causale (non siamo finiti a causa delle misericordie del Signore), nel secondo caso la preposizione ha una sfumatura assertiva (il continuo rinnovarsi della compassione divina è il motivo della speranza dell’orante). In ogni modo, sintatticamente entrambe le soluzioni comportano difficoltà.  Ma le due lezioni dicono in sostanza la stessa cosa: non siamo distrutti per via della misericordia di Dio/la misericordia di Dio non si esaurisce pertanto non siamo distrutti. 

           Come l’uomo risponde a tanto amore? Amando a sua volta. Caterina da Siena si chiede chi è quel peccatore che, guardando l’amore di Dio espresso nel Crocefisso, non riamerebbe a sua volta. Come?  Innanzitutto conoscendo e seguendo liberamente la Parola di Dio, cioè il suo insegnamento. Apocalisse 14, 4: i veri cristiani “seguono l’Agnello dovunque vada”, nell’originale greco vi è un participio, più diretto, oi akolouthountes tōi arniōi opou an upaghēi

            Per gli ebrei la grande salvezza offerta da Dio è la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Ma tale salvezza non è completa fino a quando Dio non concede a Israele la Torah, cioè la Legge, la Parola di Dio su cui fondare rettamente la propria vita. L’ebreo che osserva la Torah è “corretto” (kasher). La Pasqua ebraica commemora la liberazione dall’Egitto, invece Shavu’ot commemora il dono della Torah. Secondo Levitico 23, 15-21, Israele deve contare i giorni dalla seconda notte di Pasqua fino al giorno prima di Shavu’ot. Questo periodo si chiama Omer.   

           Abramo di Natpar, interessante autore entro la tradizione cristiana siriaca, ha queste parole: “La Sacra Scrittura, anche se meditata da un intelletto puro, è capace di uccidere e di dare la vita. Uccide, infatti, segretamente, colui che le si avvicina con negligenza e dà la vita a colui che la affronta con la necessaria sollecitudine … Quando ti accosti alla lettura, innanzitutto raccogli i tuoi pensieri, monda il tuo cuore da qualsiasi riflessione estranea ed entra prontamente in te stesso. Quindi accendi con l’olio della fede la lampada della tua mente che è nel tempio santo del tuo uomo interiore, e lega i lombi della tua intelligenza con la cintura dell’amore”. 

           Per il chassidismo il massimo servizio a Dio corrisponde a deveikuth, “unione” con Dio attraverso l’ascesi. 

            Ma anche il Corano parla di un Dio di amore. La basmala (che si ripete prima di ogni sura, tranne la 9) definisce Dio “clemente e misericordioso”, rahman e rahim. Corano 12, 87: “E non dubitate della misericordia di Dio, perché della misericordia di Dio non disperano se non i miscredenti”, che nell’originale arabo suona in maniera molto melodiosa, wala tay’asu min rawhi l-lahi innahu la yay’asu min rawhi l-lahi illa l-qawmu l-kafiruna. In 5, 54 il Corano rivela: “… Iddio susciterà uomini che Egli amerà come essi ameranno Lui”, ma l’originale arabo è più icastico, yati l-lahu biqawmin yuhibbuhum wayuhibbunahu

            Nel Corano si legge spesso una apostrofe, “o voi, esseri umani!”, che in arabo suona ya ayyuna n-nasu. Secondo una interpretazione, si tratta di una esaltazione della fratellanza tra persone in quanto il radicale anisa (da cui derivano importanti parole arabe con il senso di uomini, umanità) significa di base “essere socievole”. Corano 49, 13: “Vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina, abbiamo fatto di voi popoli e tribù, per darvi la possibilità di conoscervi tra di voi”, lita’arafu.  

            Ma ancora prima, tra le sabbie dell’Egitto, si dice del faraone che è amato dagli dei. Nelle iscrizioni di Thutmosi IV sull’Obelisco Laterano si legge in egiziano antico: nsw-bit mr ntrw dwaww psdt nfr.f, “il re dell’Alto e del Basso Egitto (cioè il faraone), che gli dei amano, la cui perfezione l’Enneade adora ….”. La caratterista del faraone di essere l’Eletto si giustifica con il fatto che egli è Amato dagli dei. Un titolo di Ramses II è meri Amon, “amato dal dio Amon”. Spesso l’intervento divino a favore del faraone è motivato con l’espressione “secondo il mio amore per te”. 

            È significativo che in sanscrito eka, “uno”, e kama, “amore”, abbiano in comune la stessa sillaba. Sia l’unità divina sia l’amore indicano quelle essenze primordiali da cui tutte le cose sorgono. Ṛg-Veda X, 129, 2 rivela che all’inizio: na mtyur āsīd amta na tarhi na rātryā ahna āsīt praketa/ānīd avatā svadhayā taṇḍ eka tasmād dhānyan na para ki canāsa, “non c’era morte allora, né immortalità. Non c’era giorno. Non c’era notte. Quell’Uno viveva in sé e per sé, senza respiro. Al di fuori di quell’Uno, c’era il Nulla”. Ṛg-Veda X, 129, 4: kāmas tad agre sam avartatādhi manaso reta prathama yad asit, “all’inizio sorse poi l’Amore, che era il primo seme della Mente”.      

             Questo carattere dell’Assoluto e delle divinità – il loro amore verso il genere umano – è necessariamente legato ai miti che raccontano le imprese degli esseri superiori. Ma, per il mondo vedico, il mito non è una storia del passato. La società vedica è molto differente dalle nostre. Nel Ṛg-Veda le narrazioni sacrali sono in genere con verbi al passato, ma è caratteristico anche l’uso dell’ingiuntivo, una speciale forma senza tempo e senza modo, la quale accenna all’impresa dell’agente senza caratterizzazione temporale né altra. Pertanto i miti vedici sono considerati senza tempo. Per questo, possiamo dire che l’Amore primordiale non indica un atto del passato verso gli uomini, ma una continua relazione di amore tra divinità e esseri umani. Il sacrificio vedico è un continuo scambio: il sacerdote offre l’offerta e il dio permette la vita e la stabilità della società vedica. Non solo, ma è caratteristico dei ṛṣi, i poeti-veggenti vedici, di  pregare gli dei di ripetere le azioni fatte nel passato. Per di più, l’atto rituale di pronunciare ad alta voce il mito coincide come l’atto di formulazione del vero. E ogni formulazione della verità dà forza a colui che la pronuncia. La parola vedica ṛta significa sia “verità” sia “legge cosmica”.     

             In Omero l’eroe gioca la propria esistenza all’interno di un triangolo divino: giudice, dio ostile, dio salvatore (Louden). Ciò che spinge un dio a intervenire a favore di un mortale è senza dubbio la pietà (eleos) o l’affetto (philia). È significativo che in Odissea IV, 364 alcuni manoscritti presentano la lezione “se qualcuno degli dei non aveva compassione e provava pietà di me”, m’eleēse, invece altri manoscritti (di Eustazio) ne presentano un’altra, hanno la lettura a fine verso m’esaose, “mi salvava”. Pertanto anticamente la pietà è profondamente associata alla salvezza. I filologi omerici osservano che nei poemi omerici vi sono molti termini della salvezza (saoein, boethein, alexein, …), dal significato non sempre equivalente. 

            Invece Al Jilwah e il suo popolo hanno creduto a Dio come a una entità demoniaca nel senso peggiore del termine, un po’ come gli  aztechi che per ingraziare queste entità spirituali hanno fatto spesso sacrifici umani. Ancora oggi i satanisti occultisti adorano Satana come dio del male. Il satanismo ONA (Ordine dei Nove Angoli) si rifà a un satanismo terribile, violento e rivendica di essere il vero culto del male. 

          Satana viene invece esecrato proprio come spirito del male dalle religioni monoteiste. Questa figura compare innanzitutto nei racconti mesopotamici (Shaitan) e in quelli egiziani (Set), dove però non avrebbe connotati negativi come li intendiamo oggi. Nella Bibbia ebraica il nome viene accostato al verbo ebraico “accusare”. Nel Corano questa figura è chiamata ragim, “lapidato”, parola che forse deriva dalla lingua ghe’ez con il senso di “maledetto”. 

           Il satanismo spirituale o teista interpreta la figura di Satana non come il Male ma come il vero Dio, infangato a torto dalle religioni monoteiste che gli attribuiscono i misfatti che le loro stesse divinità subordinate in realtà compirebbero. Per Crowley il numero 666 non avrebbe nulla di demoniaco nel senso volgare del termine. Infatti, per la cabala ebraica 666 è il numero del Sole e la sfera del Sole è la sesta emanazione della pura essenza di Dio. 

           La massoneria ora si è rivestita del monoteismo ebraico assieme alle virtù cristiane. Ma, secondo una interpretazione, la massoneria è esistita da sempre. Essa non è, come si dice oggi, un sistema morale velato dall’allegoria e illustrato da simboli. La massoneria sarebbe una vera e propria religione, un culto tributato a Dio, chiamato Grande Architetto dell’Universo. Il vero massone deve credere in Dio e, in secondo luogo, deve avere in mente le virtù verso l’ordine giuridico (stato) come importanti punti di riferimento del proprio agire. Ma l’essenza della massoneria è un atto religioso. La cosa più importante per un uomo non è seguire le virtù morali, ma prepararsi ad entrare con la morte in un altro mondo. E questo lo si può ottenere solo servendo Dio, che dei mondi e della vita delle persone è padrone. La morte di Osiride e la resurrezione di Horus sono simboli del decesso del compagno artigiano e della nascita di un nuovo maestro massone. Ma il fulcro non è tanto un grado iniziatico in sé ma il perfezionamento della propria anima, garantito da Dio entro la massoneria, in vista dell’accesso a una vita futura. Perché la massoneria è coperta da segretezza? Perché solo alcuni uomini sono degni di accedere a questa religione.       

            Altri pensatori, soprattutto molti esoteristi occidentali odierni, non parlano di entità personali, dotate di coscienza, ma di forze occulte, magiche, manovrabili a piacimento dall’operatore. Queste sarebbero sopra-naturali oppure semplicemente energie della natura. “Per il tantrico, come per Crowley, nel termine ‘occulto’ non è implicato nulla di sovrannaturale. Anzi, le leggi occulte, una volta scoperte, non sono più occulte nel senso stretto del termine, ma possono bensì continuare a rimanere celate alla visione e all’apprendimento fisico, così come la mente rimarrà sempre invisibile anche se il cervello può essere rilevato dai sensi. Per quanto profondamente si possa penetrare nei Misteri, rimarremo sempre nel campo di un ordine esclusivamente naturale”. 

           Lo stesso Eraclito (fr. 16) dice: “In relazione a ciò che non tramonta, come potrebbe nascondersi qualcuno?”. In greco abbiamo: to mē dunon pote pōs an tis lathoi; In questa espressione eraclitea, tramandata da Clemente Alessandrino, to dunon è accusativo di relazione. Oggi si tende a considerare questo qualcosa che non tramonta come il keraunos (cfr. il fr. 64), cioè il fulmine, cioè il fuoco universale espressione del logos eracliteo che tutto governa. Gli studiosi hanno ravvisato un collegamento con il vajra indiano, il diamante-folgore che domina l’essere concentrandolo in sé stesso. Per i Veda il governatore assoluto di tutto ha una essenza di luce (Katha Upanisad 2, 5, 15) ed è chiamato fulmine.  Quindi, detto in altri termini, Eraclito si chiede: l’Assoluto, l’essere, oppure Dio, come può avere natura personale? 

          In ogni modo, qualcuno dona al potere oscuro dei sacrifici. Le motivazioni possono essere diverse. Il potere oscuro potrebbe nutrirsi delle offerte sacrificali oppure il mago nero (magari un satanista) potrebbe sacrificare per nutrirsi direttamente di quelle energie scaturite dall’uccisione. Quindi, in questo ultimo caso, il potere oscuro potrebbe essere costituito dalla stessa persona del mago o da quelle di coloro a cui egli vende, in varie forme, tale energia.

          Secondo alcuni esoteristi, la preghiera stessa è una fonte di nutrimento che le varie entità pretendono dai fedeli. Queste entità provocherebbero falsi segni per fare in modo che molte persone si radunino in luoghi particolari e lì pregare in massa: la enorme energia psichica che scaturisce dalla preghiera di gruppo servirebbe da nutrimento a questi esseri non umani. 

           Per Blavatsky, la preghiera non servirebbe a nulla perché “l’Inconoscibile può avere relazioni unicamente tra le sue parti, le une con le altre, ma è non esistente per quanto concerne qualsiasi relazione finita. L’universo visibile dipende, per la sua esistenza e per i suoi fenomeni, dalle sue forme che agiscono reciprocamente l’una sull’altra e dalle loro leggi, non dalla preghiera o dalle preghiere”. 

          Le cronache serbano il ricordo di spietati assassini di esseri umani, tra i quali spesso si nasconderebbero adepti al satanismo o a altri culti che prevedono riti di sangue. Il dolore scaturito dalla tortura di un essere vivente attira entità che si nutrono di esso. La morte è in sé un processo lento e complesso, che attira particolari mostri spirituali ghiotti di tali energie. Il sangue e il cuore delle vittime sono carici di energie vitali, quindi sono offerte ai demoni o consumate anche dai satanisti.

         Forse i più spietati conosciuti dal grande pubblico sono questi:

  1. Erzsébet Bàthory (1560-1614, che si è nutrita per anni del sangue di giovani ragazzi e ragazze per ottenere l’eterna giovinezza);
  2. Pedro Alonso Lòpez (nato nel 1948);
  3. Leonarda Cianciulli (1894-1970);
  4. Enriqueta Martì i Ripolles (1868-1913, che ha ucciso innumerevoli bambini con lo scopo di creare unguenti magici miracolosi da vendere a nobili persone malate);
  5. Gilles de Rais (1404-1440);
  6. Henri Landru (1869-1922);
  7. I cugini (fratelli?) Harpe (1700);
  8. Béla Kiss (nata nel 1877);
  9. Magdalena Solìs (nata nel 1930, una sacerdotessa di un culto sudamericano che ha ucciso molti adepti e ne ha bevuto il sangue).

          Ma la violenza può essere non solo uno scopo ma altresì una conseguenza della familiarità con il potere oscuro. Le “acque corrosive” (uso di droghe, controllo della respirazione, magia sessuale) sono estremi strumenti magici che permettono un potente risveglio delle facoltà latenti dell’uomo. Ma si tratta di un risveglio talmente forte e immediato che tutte le manifestazioni più basse vengono ingigantite dall’afflusso di nuova energia e risultano indomabili. Ne consegue che l’individuo si trasforma in breve tempo in un folle lussurioso, spietato e desideroso oltre ogni limite di potere materiale. I 12 capi delle SS, gli “apostoli neri” di Heinrich Himmler, sono un esempio eclatante di cosa può generare l’uso delle “acque corrosive”. 

            Chi vuole essere un mago deve risvegliare le proprie energie. Ma si tratta di un processo lento, se non si usano le pericolose “acque corrosive”. Una volta che la persona ha acquisito questo potere spirituale, può usarlo per manipolare la realtà che sta attorno. Per questo la magia è considerata il potere della mente di influenzare la realtà. 

           “La molla che mette in moto la catena di eventi seguendo la quale l’iniziato perviene dallo stato umano a quello divino è la volontà. Gli occultisti le attribuiscono un ruolo fondamentale nei processi di auto-realizzazione perché uno dei loro modi di concepire l’ente divino è come Volontà Pura: una grande forza di volontà che pervade tutto l’Essere nel suo complesso, e anzi ne è il fulcro della manifestazione: il Tutto è, in effetti, il risultato del desiderio di questa volontà suprema di tradursi in un oggetto per estrinsecare le proprie potenzialità creative. E poiché nell’uomo si rispecchiano, su scala microscopica, tutte le potenzialità divine, è alla propria volontà che l’uomo deve appellarsi per trascendere sé stesso”.  

          Gli alchimisti parlano di Zolfo, Mercurio e Sale. Lo Zolfo è il principio interno, corrispondente allo spirito, quindi alla Volontà. Il Mercurio è il principio esterno, corrispondente all’anima. Il Sale è la unione tra i due e corrisponde alla individualità, è un po’ il corpo, che, unendo i due principi, interno e esterno, permette la individualizzazione dell’essere. 

           Lo scopo principale della magia (e di ogni altro tipo di iniziazione) è di donare all’uomo quella evoluzione superiore a cui tende. L’uomo tende alla terza esistenza, cioè alla vita di spirito, dopo la morte fisica mediante la quale esce dalla dimensione terrena. Le tecniche che permettono il risveglio delle facoltà magiche latenti in ogni uomo, anticipano i poteri psichici che si avranno nella vita oltre la morte.  

           “Secondo la costituzione che il discepolo ha sortito dalla natura, i risultati saranno massimi o minimi, ma non possono né potranno mai essere nulli addirittura; perché, a misura che lo stato di purificazione aumenta in un uomo, egli anticipa la sua vita di spirito: se non che, invece di essere un completamente nato nel mondo invisibile, partecipa della vita umana e della vita ultra-umana”. 

            Ma per dominare la realtà è possibile anche farsi aiutare dalle entità che il mago può evocare (Alta Magia): buone (teurgia), cattive (goetia), defunti (negromanzia). 

            Dio è unico, il Principio non è duale, ma lo è la Natura. “La Natura ha due qualità in sé, fino al giudizio di Dio: una degna di lode, celeste e santa e l’altra rabbiosa, infernale e assetata. Ora, quella buona qualifica e lavora con tutto il suo impegno per portare buoni frutti; in essa governa lo Spirito Santo e dona inoltre linfa e vita; quella Malvagia sgorga e spinge con tutto il suo impegno per portare sempre frutti malvagi, e il Diavolo le dà inoltre linfa e fuoco infernale”. L’uomo vive in questo giardino ed egli, se eleva lo spirito, fa nascere in sé l’azione dello Spirito Santo, ma “se lascia sprofondare il suo spirito in questo mondo, nel desiderio del male, allora sgorga e domina in lui il Diavolo e la linfa infernale”.  

           La dualità della Natura (angeli e demoni) nasce quando gli angeli si ribellano a Dio, Dio quindi li punisce: quando Dio ha iniziato a punirli, ha creato questo universo fisico nel quale questi spiriti sono reclusi e tormentati. L’uomo all’inizio ha avuto potere sul Diavolo e i suoi angeli, poi anche l’uomo, che ha aderito al sibilo del Serpente, è stato punito. Dio dice all’uomo: “Se avessi voluto perderti, ti avrei separato del tutto da me, come ho separato colui che ti ha fatto prevaricare. Invece ti ho voluto dare il vantaggio del combattimento, ti ho armato contro il nemico, ho sparso attorno a te le prove della mia potenza, per impegnarti con dei segni sensibili ad indirizzare gli omaggi tuoi solo a me”.   

            Posto un Principio, gli uomini si chiedono: in quale rapporto sta l’uomo con questo Principio? L’uomo è un suo burattino/servitore o l’uomo può utilizzarlo per i propri scopi?

            Il termine corrispondente greco archē deriva dal verbo greco archō, “essere il primo della fila”, quindi “comandare”. Il latino principium significa in sé “primo”. In siriaco il primo termine impiegato per “principio” è risita, da risa, “capo, principe”. È impiegato per rendere la parola greca già nella Peshitta, la famosa traduzione siriaca della Bibbia. Un’altra parola siriaca è risanuta, di per sé “presidenza, l’essere a capo”, che compare in altre traduzioni, come quella anonima del Contro i Manichei di Tito di Bostra, ma anche altre. Nella traduzione siriaca degli Analitici primi di Giorgio delle Nazioni, e in altre, si usa la parola siriaca suraya, dal verbo siriaco sri, “sciogliere”. I traduttori arabi delle opere della filosofia greca adoperano mabda’. Oppure al, di per sé “radice, origine”, mutuato forse dal mediopersiano zoroastriano altomedioevale bun, “base, inizio”.        

             Per il pensiero religioso, il Principio sta prima perché è una potenza superiore, che ci comanda: bisogna servirlo. Per il pensiero magico, il Principio sta prima dell’uomo, ma non è detto che sia sempre superiore all’umanità: allora si può usare magicamente, particolarmente nelle sue varie manifestazioni spirituali (angeli, demoni).  

          L’iscrizione di Bala’am dell’VIII sec. a.C. da Deir ‘Alla è una antica testimonianza epigrafica dipinta su intonaco con inchiostro nero e rubriche rosse. Probabilmente questa, tra le tante, attesta dell’esistenza, accanto a figure professionali (i sacerdoti), anche di figure non istituzionali che sono state in contatto con gli spiriti. Per alcuni si tratta di una iscrizione in aramaico antico, per altri in cananaico. 

        Il primo frammento di questa iscrizione è così traslitterato e ricostruito: spr.bl’m.brb’r.s.hzh.’lhn.h’.wy’tw.’lwh.’lhn.blylh … La traduzione proposta è la seguente: “Resoconto di Bala’am, figlio di Be’or. Egli era un uomo che vedeva gli dei. E vennero da lui gli dei della notte …”.

             La espressione wy’tw.’lwh.’lhn.blylh, “e vennero da lui gli dei della notte”, è molto simile al passo biblico Numeri 22, 20 facente parte della pericope di Bala’am: “venne dio da Bala’am nella notte”, nell’originale ebraico wayyabo’ ‘elohim ‘el Bil’am laylah. La espressione aramaica: w– è la congiunzione “e”;  y’tw è il verbo “vennero” alla terza persona plurale; ‘lwh è “a, verso, per” + il pronome suffisso “lui”; ‘lhn è “dei”; blylh è “notte”.

           Ogni tradizione dell’umanità parla di esseri divini o angelici che si mettono in contatto con gli esseri umani. Il Libro di Enoch, che è un apocrifo dell’Antico Testamento, parla di un certo numero di angeli che scendono sulla terra per insegnare agli umani le varie arti, dalla guerra alla divinazione e all’astrologia, dalla magia alla medicina.  

          Secondo una certa interpretazione, ogni tipo di magia, anche quella evocatoria, dipende dalla forza della mente del mago. La mente può dirigere la luce astrale, che permea di sé ogni cosa, così da poter fare ogni cosa e ogni prodigio. “Tutti questi prodigi si operano per mezzo di un solo agente che gli ebrei chiamavano OD, che noi chiamiamo Luce Astrale, che Mirville chiama Diavolo, che gli antichi alchimisti nomavano Azoto. È l’elemento vitale che si manifesta coi fenomeni di calore, di luce, di elettricità e di magnetismo, che calamita tutti i globi terrestri e tutti gli esseri viventi”. 

           Anche gli spiriti proverrebbero dalla mente del mago. “Gli antichi Egizi possedevano una profonda conoscenza dell’inconscio nei suoi aspetti magici, anche se non in quelli psicologici. Essi compresero la meccanica della manifestazione dei passati atavismi nel presente. Questi sé passati, latenti nella coscienza preumana, erano simboleggiati da dèi che portavano maschere di animali …. Queste due maggiori correnti di energia inconscia, simboleggiate rispettivamente da automi elementali e da spiriti familiari intrusivi, corrispondono ai diavoli e agli dèi dell’antichità”. 

         Il vero potere magico non sta nella mente cosciente ma in quella inconscia. In ogni tipo di magia il vero potere magico consiste nella volontà cosciente nella esecuzione del rito che si riflette nella volontà inconscia la quale determina la riuscita del rito. 

         In un rito qualsiasi (una benedizione o una fattura) il mago è in grado di attivare il proprio inconscio per uno scopo buono o uno scopo nocivo. Nella evocazione di una entità il mago attiva il proprio inconscio tramite il simbolismo del rito. Nella magia sciamanica l’inconscio viene attivato tramite droghe. Nella Magia del Caos (Spare) si crea un sigillo, cioè un geroglifico, il quale è collegato all’inconscio del mago e da questo trae la propria efficacia.  

            “Come la coscienza normale ha sede nell’anima ed è attivata dal cervello nel corpo, quindi dalla testa, così l’inconscio è una proprietà dell’anima e risiede nel cervelletto, ossia nella parte posteriore della testa … Non esiste alcuna facoltà nell’universo e nemmeno nell’uomo che non vari fra posizioni opposte. Possiamo quindi considerare l’inconscio come l’opposto della coscienza normale. Ciò che si intende, nella coscienza normale, con i concetti di pensiero, sentimento, volontà, memoria, ragione, intelletto, viene riflesso nel nostro inconscio nel modo contrario … Gli impulsi a tutto ciò che è indesiderabile … hanno origine proprio nella sfera dell’inconscio … L’inconscio ha bisogno di tempo e di spazio, nel mondo materiale, per la sua realizzazione …. Sottraendo tempo e spazio  dall’inconscio, la polarità opposta cesserà di far sì che la sua influenza ci condizioni e noi saremo capaci di realizzare i nostri desideri attraverso l’inconscio”. 

             “La comunicazione delle cose spirituali con l’uomo si produce in differenti modi, cioè con la parola, con l’udito, con la vista, con l’effetto della presenza dello spirito, con l’anima e con l’intelletto”. Gli antichi maestri dicono che uno spirito buono si manifesta nel lato destro dell’uomo, invece uno spirito cattivo nel lato sinistro.   

             Il teurgo sa che “la base divina dell’Universo è onnipresente, e dota di coscienza la Natura totale, in modi diversi; non si può dire che una particella contenga più o meno Divinità di un’altra, ma i modi di espressione differiscono secondo il tipo”. Dato che l’Uomo assomma in sé tutto l’Universo, “ogni entità (da evocare) è correlata a lui, ed egli è relato a ogni entità”. “la Volontà è il grande agente di ogni Opera Occulta; essa regna potente sul sistema nervoso. Grazie alla Volontà la visione fuggevole viene fissata sulle onde infide della Luce Astrale”.

            Una forma affascinante e assai potente di teurgia è la Magia Enochiana, rivelata alla fine del XVI secolo a John Dee e Edward Kelley dagli angeli. Gli angeli che hanno rivelato il sistema sono vari, tra cui il Re Carmara, detto anche Baligon, il primo ad apparire a Kelley, che Dee mette in relazione con il lunedì (Luna) e con il venerdì (Venere). Il Principe Hagonel serve Carmara. “Carmara fu chiamato nella pietra delle visioni dall’arcangelo Uriel. Egli giunse sotto le sembianze di un uomo ben proporzionato, vestito con una lunga veste color porpora (il colore regale degli imperatori romani), e una triplice corona sul capo. Altri sette spiriti che presero la forma umana e subito dopo dissero di essere i sette Principi eptarchici erano al suo servizio … Possiamo ritenere che i Principi fossero convocati per primi in quanto sono gli agenti effettivi della magia eptarchica. I Re siedono in autorità al di sopra dei Principi e ne comandano le azioni, ma non agiscono direttamente. I re sono le sedi del potere, e i Principi i loro strumenti”. Gli uomini scelti da questi angeli, tramite questa particolare forma di teurgia possono usare tale mirabile potere. 

            Invece nella goetia si chiamano forze oscure, che per i più è pura follia richiamare dall’altro mondo. Nella Piccola Chiave di Salomone, un testo del XVII secolo, che costituisce un manuale di ritualistica ebraica, si insegna a intrappolare queste forze e a servirsene sotto minaccia. “La ritualistica consiste nella creazione di un cerchio magico tramite forze angeliche, all’interno del quale si procede con l’evocazione forzata del demone. Dietro la meschina minaccia di sofferenza, costrizione e incarcerazione all’interno del cerchio magico, qualora non dovesse eseguire il desiderio del richiedente, generalmente il demone tende ad accettare il patto”.

          Nella Quimbanda, cioè il rapporto quasi religioso con il mondo spirituale, da una parte si adora Dio, ma dall’altra si venerano e si evocano gli spiriti, detti Nkisi. Il principale è Exu, poi ci sono le controparti femminili Pombagira e molte altre entità. La Quimbanda è una specie di religione afro-brasiliana che tiene stretti legami con quegli spiriti che in Occidente si chiamerebbero “del male”. Importante è il Rituale dei Sette Giorni, dedicato alla invocazione di Exu durante sette giorni.

Modrax