Gli sviluppi derivanti dalla correlazione tra il nome-funzione – assunto da Cheope al momento dell’ascesa al trono – e la Grande Piramide, mi hanno condotto ad un’indispensabile indagine sulle ragioni che convinsero il sovrano a questa particolare scelta. L’unico punto di partenza disponibile, però, era solo il cartiglio contenente il nome Horo del discusso faraone. Mi sono soffermato su un simbolo in particolare, ovvero sulle due torri collegate tra loro per mezzo di tre sottili linee orizzontali che, nella traduzione ideografica, significa “colui che colpisce”. L’intera traduzione del cartiglio, invece, menziona anche le “due signore”, aprendo la strada ad un possibile riferimento, per estensione analogica, alle costruzioni maggiori di Giza. Considerando che si fa riferimento ad un numero ben preciso, ovvero al due, ho dovuto – inevitabilmente –  allargare l’indagine anche alla seconda piramide maggiore, costruita – nella versione storica ufficiale – dal figlio terzogenito di Cheope, ovvero Chefren. Anche in questo caso, ne ho analizzato i simboli che compongono il nome Horo del Faraone e i risultati si sono rivelati molto interessanti. Nell’immagine, possiamo notare come la composizione dei geroglifici che formano il nome-funzione di Chefren è palesemente differente da quello di Cheope, pur mantenendo – nel suo intrinseco significato – una sottile similitudine rispetto al suo predecessore.

nome horo di Chefren

nome horo di Cheope

Il cartiglio è costituito da tre elementi ideografici, la cui lettura è: nbt wsr m, ovvero nella traslitterazione italiana, possiamo leggerlo: nebty user em. Il significato del nome Horo del faraone, quindi, è letteralmente: “Colui che è forte con le due Signore”. Pertanto, si può concludere che, come per Cheope, anche Chefren presenta un tratto distintivo molto importante, facendo espresso riferimento al significato di forza e/o di potenza tra “le due signore[1].

[1] Cosa ne pensano gli Egittologi dell’espressione “Le due Signore”? In genere, ritengono che il termine faccia riferimento alla formula Nesut-Biti, che precede il nome del sovrano e sottintende il dominio sull’Alto e Basso Egitto.

E’ l’ennesima coincidenza che emerge dall’investigazione sui misteri della Piana di Giza? Oppure è possibile che gli indizi contengano delle antiche verità che si sono perdute nel corso dei millenni? La scelta dei nomi – compiuta dai due sovrani – indica che non è stata fatta casualmente, bensì racchiude nel suo mistero, una tradizione antica connessa a qualcosa di straordinario e di potente. Chi la possedeva, accumulava in se un potere totale sulle cose e sulle popolazioni sottomesse alla sua autorità. Cosa ancora più interessante è il testo del famoso ideogramma contenuto nel nome Horo di Cheope, la cui lettura è: mdd w ovvero medjedu nella traslitterazione. Il significato della parola medjedu è, appunto, colui che colpisce, ma ciò che meraviglia è la composizione della parola stessa che fa riferimento al termine “m djedu”[2], ovvero all’espressione “terra dello Zed”.

[2] La parola Djedu è richiamata nel “libro dei morti Egizio”, non solo nelle traduzioni storiche proposte in ambito accademico, ma anche nella traduzione dell’archeologo Boris de Rachewiltz. La lettera m, secondo l’archeologo Mark Lehner significa “strumento” oppure “luogo”. Pertanto “m djedu” significa il “luogo dello Zed”.

A questo punto, la ricostruzione del modello di ricerca ha assunto una configurazione ben definita, poiché dallo studio dei nomi si è giunti – come nel caso della regina Khentkhaus –  alla correlazione con i monumenti e, nel caso specifico, con la terra che li ospita, ovvero Giza, la terra dello Zed.

Nella piramide di Cheope uno Zed gigantesco conferisce al Faraone l’immortalità e gli permette l’ingresso nel mondo dell’aldilà”

oppure

“Osiride entra in Djedu e ha ivi trovato l’anima di Ra: le due anime si abbracciano reciprocamente divenendo due anime gemelle” (Libro dei Morti Egizio)

 

Ra-Osiride-Zed rappresenta una trilogia che non ha bisogno di particolari approfondimenti, bensì esige la consapevolezza di trovarsi in presenza di una correlazione tra antichi dèi ed i relativi strumenti del potere che essi stessi – in tempi remoti – hanno utilizzato per sottomettere i popoli. Purtroppo, sia le Piramidi maggiori che tutti i monumenti inglobati nel Progetto Unitario di Giza, sono privi di qualsiasi iscrizione, pertanto, risulta estremamente complicato trovare un indizio sul quale poter costruire un’indagine scientificamente apprezzabile. Per questo motivo, ho voluto rivolgere l’attenzione alle numerose tombe ritrovare in Egitto, per dedicare una sezione della mia ricerca alla ricostruzione – nell’immaginario dei sacerdoti egizi – degli dèi e delle rispettive funzioni, nonché dell’utilizzo degli strumenti sacri e delle loro caratteristiche operative. I templi e le tombe costruite durante il Medio e Nuove Regno sono semplicemente fantastiche, soprattutto per la qualità delle raffigurazioni pittoriche in essi contenute. I meravigliosi affreschi sono fondamentali per comprendere gli orientamenti dell’evoluzione culturale del tempo, soprattutto in ambito religioso, poiché la centralità delle immagini si concentrano, molto spesso, sugli dèi del Pantheon Egizio. Le divinità maggiormente rappresentate sono, naturalmente, quelle provenienti dalla tradizione religiosa eliopolitana, in particolare Ra, Osiride, Iside, Nephthis e Seth; ma anche ad Anubi, Thot e Horus è riservata un’autorevole presenza, soprattutto a partire dal Medio Regno. Le scene si suddividono, generalmente, in momenti di vita quotidiana che si riferiscono al defunto, in cui vengono tracciate le fasi più rappresentative del ruolo avuto nel corso della sua esistenza; altre scene, invece, lo ritraggono nei rituali di mummificazione e sepoltura, dove viene condotto davanti agli dèi-giudici. E sono proprio queste ultime riproduzioni che evidenziano particolari molto interessanti poiché, attraverso esse, traspare un antico retaggio caratterizzato dall’utilizzo di strumenti che predispongono il defunto alla futura condizione di rinascita. Queste pratiche, tuttavia, generano non poche perplessità per i contenuti espressi in forma artistica. Come può, ad esempio, un popolo, sostanzialmente primitivo, concepire una filosofia caratterizzata da concetti – ancora oggi, straordinariamente compositi – che si rifanno alla resurrezione o alla rinascita dopo la morte? Nel secolo XXI, la tradizione religiosa cattolica propone il Mistero della Resurrezione come un dogma centrale, i cui fondamenti mettono in crisi profonda gli stessi fedeli per la sua peculiare complessità, figuriamoci un popolo primitivo come quello egizio predinastico. Si può ipotizzare che, una filosofia così articolata e profonda, si origini da pratiche perdute nella memoria del tempo, svolte da qualcuno che è ricordato come dio, poiché era in grado di sfidare le leggi della natura? Questo enigma racchiude tutta la complessa architettura che parte dalla realizzazione dei monumenti costruiti sulla Piana di Giza, fino alle più recondite espressioni artistiche concepite in Egitto, passando per i misteriosi nomi Horo dei faraoni della IV Dinastia. Un unico filo conduttore sembra collegare tutti gli aspetti più misteriosi, fino al pesante velo che ricopre gli eventi che si sono svolti durante lo Zep Tepi. Dèi oppure uomini? La mitologia è figlia di una spettacolare invenzione dei nostri avi, oppure è la storia di una civiltà perduta nella memoria del tempo? Il dilemma ha una sua valenza sostanziale poiché, dai misteri del passato remoto della nostra specie, si sono generate una serie di conseguenze che hanno fortemente condizionato le coordinate dell’evoluzione culturale. Se la protostoria è stata dominata da una civiltà avanzata, significa che l’eredità trasmessa nelle tradizioni orali – all’indomani della sua scomparsa – ha fortemente suggestionato le culture delle società post diluviane. E le credenze religiose ne sono una componente fondamentale, poiché hanno trasformato “uomini di conoscenza” in dèi potenti e senza scrupoli, con tutte le conseguenze che ne possono derivare. Pertanto, se concettualmente nella religione egizia trova fondamento il modello politeista, ampiamente giustificato dalle raffigurazione di una moltitudine di divinità che svolgono le funzioni più disparate, è forte la sensazione che, il background della nostra storia, nasconda eventi molto più articolati. Si tratta di storie talmente eccezionali che sono sfuggite alla comprensione di popolazioni culturalmente rozze e, per questo, adattate alle esigenze dei loro tempi, fino a quando “la loro memoria” non è stata utilizzata come mezzo coercitivo per controllare i sudditi. Quindi, l’origine della religione Egizia richiede un ulteriore sforzo per comprenderne le sottili dinamiche che l’hanno generata. Accettare tout court l’idea politeista, senza acquisire i fondamenti che l’hanno generata, equivale a pagare un conto salato al ristorante senza conoscere le pietanze da mangiare. Il Politeismo adottato dalle società post diluviane può essere considerato la sintesi del ricordo di remoti avvenimenti perduti nella memoria e trasformati in canone teologico? L’indagine sul ruolo e sulle funzioni delle divinità, nella dinamica filosofica del periodo dinastico, potrebbe rappresentare una fonte inestimabile per acquisire informazioni fondamentali sulle origini dei culti e dei miti. Per questa ragione ho scelto di sviluppare una ricerca particolareggiata sugli dèi dell’Antico Egitto, partendo dalla percezione che le rappresentazioni artistiche, nonché le funzioni stesse attribuite agli esseri divinizzati, non fossero nient’altro che la sintesi, alla buona, di antiche conoscenze scientifiche. E’ possibile, quindi, che la straordinaria sapienza di un popolo dimenticato si sia originato attraverso eventi di carattere storico, poi trasformatisi in epopee leggendarie, quindi in formule espressive mitologiche ed infine, in canoni teologici, dove gli stessi uomini sono venerati come dèi, ovvero come titolari di una Conoscenza Superiore. Gli indizi rilevati nel corso della mia ricerca, evidenziano una molteplicità di situazioni che conducono, inesorabilmente, ad una matrice dalla quale si sono originate le culture a noi note. Non a caso, la quasi totalità dei miti e dei culti delle civiltà post diluviane, a qualsiasi latitudine, si riferiscono a fatti e personaggi, sostanzialmente simili. Da ciascuna di esse, è possibile ricavare gli indicatori di comparazione che possono essere così sintetizzati:

– La ribellione ad un dio supremo;

– L’evento catastrofico del diluvio che ha ridotto le popolazioni sull’orlo dell’estinzione;

– Il ricordo dell’Eden;

– Il ricordo degli dèi apportatori di Civiltà (Osiride, Thot, Viracocha, Quetzalcoàtl, Kukulkàn, ecc…);

– L’attesa del ritorno degli déi.

I cinque punti, così riepilogati, nascondono un enigma straordinariamente affascinante, poiché rappresentano una conferma alla varietà di indizi che puntano in una direzione ben precisa, ovvero la prova dell’esistenza di una civiltà avanzata vissuta in epoche remote.  Infatti, se alle diverse latitudini planetarie, nei miti e nella teologia di ciascuna civiltà, si fa riferimento alla medesima sequenza di eventi, significa che non siamo in presenza di una pura e semplice coincidenza, ma di fatti e circostanze storiche che hanno caratterizzato i tempi remoti. Quindi, è possibile che la progressione delle vicende, opportunamente schematizzate, possa nascondere qualcosa di storicamente rilevante. La spasmodica corsa verso le meraviglie dell’Antico Egitto, quindi, non è altro che un inconsapevole percorso verso le origini delle civiltà protodinastiche e, la concentrazione dell’attenzione sulle antiche vestigia faraoniche, nasce dall’indubbia evidenza che l’Antica Tradizione si è conservata in maniera davvero eccezionale, rispetto ai resti che caratterizzano altri enigmatici siti dislocati sul nostro pianeta.