A completamento della trattazione pubblicata in luglio a proposito dei miti della creazione, cercheremo ora di fare chiarezza su un altro archetipo antico dell’inconscio collettivo: il paradiso perduto. Come già accennato nella prima parte, i versetti da 2,4b a 3,24 del libro della Genesi si ispirano alla fonte “jahvista” e comunemente viene denominato “secondo racconto della creazione”, a cui segue un racconto “della caduta”. In realtà, secondo la maggior parte degli interpreti, si tratta di due narrazioni distinte che provengono da due tradizioni diverse. Si tratterebbe di un “secondo racconto della creazione” che non sarebbe completo senza l’apparizione dell’uomo, con l’aggiunta della narrazione del “paradiso perduto”, la caduta nel peccato ed il castigo divino.

L’uomo ebraico è indicato come “adàm” che vuol dire “viene dal suolo”. Nella versione biblica è utilizzato proprio per indicare il primo essere umano. Il termine “nefesh”, invece, indica l’anima, una parola che serve ad identificare anche l’essere animato da un soffio vitale, “ruah”.                                                                                                                        Quanto al termine “giardino”, esso è stato tradotto nella versione greca ed in tutta la tradizione successiva con il termine “paradiso”. Ma “Eden”, che troviamo nel testo biblico, è considerato l’appellativo di un luogo che non può essere precisamente individuato, che sta ad indicare “un luogo di delizie”, contrariamente al deserto e alle steppe che tanti problemi e preoccupazioni creavano alle popolazioni nomadi del vicino oriente. La descrizione biblica adopera antiche concezioni della configurazione della Terra e risulta evidente che l’intento del redattore non è quello di fornire una localizzazione concreta del giardino dell’Eden, ma di dare un’interpretazione simbolica delle quattro principali “arterie del mondo”, che avrebbero giusto origine nel paradiso. In realtà il giardino dell’Eden, così come descritto nella Genesi, si potrebbe collocare nell’attuale della Mesopotamia meridionale. Ma non mancano altre interessanti teorie, come quelle di Juris Zarins, antropologo ed archeologo tedesco di etnia lituana, che colloca l’Eden in fondo al mare, e precisamente sommerso dal Golfo Persico. Questa teoria si basa sul fatto che la zona esaminata , prima dell’ultima glaciazione, verso il 6000 a.C., era completamente all’asciutto.                            E ancora più suggestiva è l’ipotesi di Felice Vinci che, nel suo saggio “Omero nel Baltico”, osservando le grandi analogie tra le mitologie mediterranee e quelle nordiche, colloca l’Eden nella penisola norvegese di Nordkynn, anche per la confluenza di quattro fiumi confluenti, a somiglianza della Mesopotamia asiatica.

Nella simbologia del paradiso perduto, l’albero della conoscenza del bene e del male, rappresenta il privilegio che Dio riserva all’uomo, ma che questi rovinerà con il peccato. Non si tratterebbe nè di una forma di “onniscienza”, che l’uomo avrebbe perso con la caduta nel peccato, e nemmeno una sorta di “discernimento morale”. L’interpretazione esegetica più corretta sarebbe quella di individuare in essa la facoltà dell’uomo di decidere liberamente, grazie al libero arbitrio, ciò che è bene e ciò che è male, agendo di conseguenza. In effetti l’uomo rivendicherebbe la propria autonomia morale, rifiutando lo stato di “creatura finita”, soggetta a Dio, “creatura infinita”, quasi si trattasse di un peccato di “orgoglio”, un attentato all’immensa sovranità di Dio.

Il racconto della creazione della donna, con ogni probabilità, proviene da una tradizione indipendente. Il termine ebraico “basar” (carne) sta ad indicare sia nell’animale che nell’uomo, la parte molle e tenera del corpo, ma anche lo stesso corpo intero, il legame familiare, l’umanità e gli esseri come “viventi”. Ma, d’altra parte, nella semantica ebraica “basar” sta ad indicare anche ciò che è fragile nell’uomo e destinato alla corruzione in contrapposizione allo spirito. L’immagine di “plasmare con la costola” vuole sottolineare lo strettissimo rapporto tra l’uomo e la donna. La dottrina cattolica, andando forse oltre il significato originale, ne individuerà il primo presupposto per elaborare il concetto di “indissolubilità” del matrimonio sacramentale, non riconosciuto come tale dalle confessioni cristiane evangeliche. Nella favola della creazione biblica della donna, risulta evidente come la lingua ebraica faccia derivare il termine “isha” (donna) da “ish” (uomo), frutto magari della mentalità patriarcale e maschilista dell’epoca, ma anche segno di una concezione già netta di totale compenetrazione tra “l’essere maschio” e “l’essere femmina”                                                                                                         .

E l’apparizione del serpente serve ad identificare l’essere nemico di Dio e dell’uomo, che verrà poi individuato in tutta la tradizione cristiana con il diavolo. Gli Ebrei demonizzavano il serpente, anche perchè era adorato come idolo dai popoli limitrofi. La tentazione del serpente consente la scoperta della concupiscenza, l’incedere del disordine nell’armonia ontologica della creazione. E’ interessante, a questo punto, evidenziare la differenza del testo ebraico e della traduzione greca, nella parte profetico-escatologica a proposito dell’ostilità tra il serpente e la discendenza della donna. Nel testo ebraico si fa riferimento alla “razza” della donna, all’umanità in senso generale, lasciando intravedere anche la vittoria finale della stessa. Non a caso, questo passo della Genesi è chiamato “protovangelo”. La traduzione greca, invece, introduce l’ultima frase con un pronome maschile, attribuendo la vittoria finale non alla discendenza della donna in generale, bensì ad un particolare “figlio” della donna. La traduzione greca, forse voluta, forse modificata, ha di conseguenza originato l’interpretazione messianica del protovangelo, che sarà poi sviluppata  da molti “Patres” cristiani anche in chiave mariologica. La corrente dello gnosticismo cristiano, poi dichiarata eretica, ha dato un’interpretazione del serpente completamente diversa. Lo gnosticismo credeva che il Dio del vecchio testamento non fosse lo stesso del nuovo testamento, elaborando una dottrina di chiara ispirazione neoplatonica. Il mondo materiale sarebbe stato creato dal malvagio Demiurgo, il creatore della materia, il Dio del Vecchio testamento, cioè l’Avversario, Satana. Ma l’Eone, principio di tutte le cose, l’Uno, il Dio del Nuovo Testamento, si sarebbe manifestato tramite Gesù per liberare il mondo dal demiurgo, tramite la “gnosi”, una sorta di elevazione spirituale in grado di riportare l’uomo di nuovo al cospetto dell'”Uno”. Il serpente sarebbe, pertanto, una manifestazione dello spirito santo (Sophia), inviata dal Dio buono per cercare di liberare l’umanità dal dio tiranno.

Il castigo di Dio colpisce l’uomo e la donna, nelle loro funzioni principali: la donna come madre e come sposa, l’uomo come lavoratore. L’atto di ribellione, che dai posteri sarà denominato “peccato”, sconvolge il perfetto ordine stabilito da Dio e, pertanto, la donna apparirà come seduttrice dell’uomo, che la sottometterà per generare figli. L’uomo non potrà più godere beatamente dei frutti del giardino dell’Eden riservati da Dio, dovendo lottare contro un mondo duro e ostile, in mezzo a tantissime difficoltà. Notiamo. come nella parte finale del capitolo terzo della Genesi, si torni a parlare di “albero della vita”, al posto di “albero della conoscenza”, probabilmente si tratta di un’espressione proveniente da una tradizione diversa, magari di origine sumero-babilonese. L’uomo ha natura mortale, ma aspira all’immortalità: il paradiso perduto per la colpa dell’uomo è un’immagine che si svilupperà nei miti di tante religioni. Ma analizziamo l’accostamento dell’albero della vita all’albero della conoscenza: esso è un chiaro riferimento all’uso del libero arbitrio concesso da Dio all’uomo, rappresentando l’ago della bilancia sulla riuscita del destino dell’uomo. L’interpretazione dell’albero della conoscenza del bene e del male deve essere considerata alla luce delle tematiche sapienziali, in quanto ha la funzione di insegnare come bisogna vivere con la divinità, affinchè l’uomo raggiunga la piena realizzazione della propria esistenza. Nella cultura dell’Europa occidentale, principalmente a partire dal Medioevo, si comincia a considerare l’albero della conoscenza come un “melo”, e di conseguenza la mela diventa il simbolo usato per indicare la tentazione.

Non bisogna trascurare l’assonanza dei termini latini: “malum”, come male, ma avente anche il significato di “mela”. Inoltre si deve precisare che in alcune culture anteriori al cristianesimo, la mela era l’attributo di Venere, la dea dell’amore nel suo significato più erotico. Perciò si pensa che l’iconografia di due giovani che si scambiano una mela di origine classica, abbia col tempo assunto il significato cristiano della tentazione di Eva, identificando l’immagine del “frutto proibito” biblico con la mela stessa.

Secondo la tradizione della Cabala, l’albero della vita rappresenta un diagramma,  astratto e simbolico, formato da dieci entità, denominate “Sefirot” e disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro nel centro. Le “Sefirot” corrispondono ad importanti concetti metafisici, in pratica a veri e propri attributi o emanazioni della divinità.

Molto efficace è l’esegesi della Genesi di Barthelemy, secondo il quale, l’evento della drammatica caduta dell’uomo non consiste nel fatto di aver cercato di divenire DIO e di sostituirlo, ma alla base del suo comportamento vi sarebbe proprio l’ignoranza di chi sia il creatore, aggiungendo a ciò la volontà di illudersi e di immaginare il creatore come un padrone geloso, quasi per trovare una giustificazione alla propria disperata ribellione.

Mi piace concludere citando il capolavoro letterario, “Il paradiso perduto” di John Milton, in cui l’autore cerca di narrare in maniera originale il racconto di Adamo ed Eva, trovando la teologia cristiana insufficiente e lacunosa ed attingendo anche a miti di origine pagana. Lucifero, l’angelo caduto, è il vero protagonista del poema, egli è presentato come un eroe romantico, ambizioso ed orgoglioso che sfida un Dio onnipotente, tirannico ed irascibile: “Supporre che l’uomo è libero, significa renderlo simile a Dio”, una delle frasi più celebri del testo.

 

 

Luigi Angelino

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