ascoltare la propria anima

Anzitutto occorre precisare cosa significhi per noi COMUNICARE, che senso attribuiamo alla parola.

Derivata da commune (insieme) e munis (funzione) indica in questo le proprie finalità ovvero rendere pubblica una parte privata di noi stessi.. un pensiero, un ricordo o un progetto per esempio. Grossa importanza si da giustamente allo sapersi esprimere (exprimere: premere fuori).
L’atto del comunicare è oggi quasi unicamente incentrato sull’arte del sapersi esprimere infatti impariamo già da subito a saper parlare, scrivere e poi ad usare perfino i gesti e gli sguardi per  comunicare efficacemente. Il mondo della telecomunicazione gira unicamente attorno a questo cardine.

Ma che sappiamo dell’ascolto? Vi e’ mai stato insegnato ad ascoltare?

In Matteo, 15 il Maestro Gesù si rivolge ai propri discepoli dicendo loro “ascoltate ed intendete!”. Vi è quindi un modo di ascoltare intendendo ed uno senza intendere. Il Maestro sprona i propri discepoli, uomini di grossa levatura Iniziatica, a porre attenzione all’atto dell’ascolto per comprendere. Tutti noi possediamo un bagaglio di cognizioni, esperienze, pregiudizi a cui si aggiungono le sofferte complicanze della nostra vita di rapporto.
E’ questo il terreno su cui il nostro modo d’ascoltare si impianta.

Avete mai osservato come ascoltate?

Non importa cosa:  il vento, la moglie o voi stessi, se ci fate caso osserverete che l’ascolto integrale è molto difficile perché ci troviamo sempre dentro la proiezione delle nostre idee, dei nostri pregiudizi. Provate per un attimo a “silenziare” la vostra mente, a fermare anche il più piccolo dei vostri pensieri. Vi accorgerete che è operazione davvero ardua. Coloro i quali praticano la meditazione lo sanno benissimo.

Il sottofondo mentale ci domina al punto da ostacolare la percezione esatta di quel che viene detto.

Vi sono però altri impedimenti: se vi siete fatti una immagine di colui che parla, gli attribuite ad esempio una autorità, ascolterete non lui ma il riflesso delle vostre prevenzioni. Ogni singolo uomo è il risultato certamente delle proprie esperienze ma anche il deposito di un passato sociale, familiare e individuale. Le nostre divinità o i nostri nazionalismi ci separano e ostacolano l’ascolto interponendo tra noi e questo i pregiudizi.

Ciò che ci proponiamo è imparare riguardo a noi stessi, e non secondo il parere di chi vi scrive, di Freud o Jung. Deve terminare ogni autorità sul nostro pensiero, quella del maestro, dello psicanalista famoso o del filosofo ai quali tentiamo di far corrispondere la direzione delle nostre esperienze.

E’ compito veramente arduo liberarsi da questo condizionamento, affrancarsi dalle memorie di ieri che divengono l’autorità di oggi.

L’atto di imparare riguardo a noi stessi esclude l’autorità di ieri come quella di mille anni fa … anche quella della Tradizione, perché noi siamo cosa vivente e in continuo mutamento. Se ci osserviamo nel nome di una autorità, importante sarà il suo dettato e non il fluire della bellezza del movimento, non la vita diverrà l’oggetto della nostra osservazione, questo sarà costituito invece dall’accumulo di teorie e conoscenze nelle quali siamo portati a credere e verso le quali tenderemo a far coincidere le nostre, ad esse uniformeremo la nostra esistenza.

Ascoltare vuol dire morire a tutto quel che appartiene allo “ieri” sicché la mente sia sempre innocente e pronta a vedere ed imparare con occhi sempre nuovi, solo cosi verremo a possedere una vera consapevolezza, una reale presa di contatto con quel che accade entro di noi, inizialmente senza pretendere di correggerlo, interpretarlo secondo ciò che dovrebbe o non dovrebbe essere ma semplicemente osservarlo nella sua realtà fattuale.

Continua il Maestro Gesù in Matteo 15: “non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!”.

E’ ovvio che qui non di cibo materiale si parli ma  si intenda, con ogni probabilità, cibo spirituale altrimenti non avrebbe senso il seguito in cui i discepoli avvertono il Maestro: “sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?” e per questo lo stanno cercando.

Non è dunque ciò che introitiamo nella nostra mente ad inquinare il nostro spirito ma il modo in cui lo tratteniamo, lo elaboriamo e alla luce di questo guardiamo ed ascoltiamo ciò che è intorno a noi. Più puro e libero sarà questo atto più chiara e profonda sarà la nostra capacità di osservare e comprendere.

Occorre per questo una intensa energia, noi non guardiamo mai una cosa cosi come è, mai ci incontriamo con la significanza dell’albero, dell’ombra o del fiore … ne abbiamo già un’idea precedente all’osservazione che ci impedisce di vedere realmente, abituati a guardare sempre attraverso le lenti dei nostri condizionamenti che divengono in effetti il centro dominante del nostro Se.

Ascoltare è mettersi difronte a ciò che viene detto senza alcuna idea o immagine o proiezione, stabilire il giusto contatto con l’albero, l’ombra o il fiore o con il vivente processo della nostra interiorità. Solo così, nella diretta comunicazione, non insorgeranno problemi di sorta, conflitti o avversità, solo così saremo pronti ad ascoltare e conoscere.

Conoscere non è semplicemente sapere ma entrare in comunione, stabilire un intimo contatto con ciò che osserviamo, oltrepassare  una zona grigia in cui il labile confine tra osservatore ed osservato si confonde o cessa addirittura di esistere. Le domande che ci hanno spinti alla ricerca e all’indagine dell’oggetto ora mutano di segno e vengono rivolte a noi stessi e tanto più sono appassionate e serie tanto più profondo risulterà il solco che lasciano dentro di noi e nel risultato delle nostre azioni.

La memoria di ieri opera costantemente modificando l’oggi e contemporaneamente preparando il domani: mettiamo che ieri abbia sperimentato un momento di ira o gioia (è indifferente) di cui mi rimane memoria, questa memoria tenderà a condizionare il mio agire di oggi, essa servirà a predispormi ad incrementare l’ira o a prolungare il piacere passato, ne sarà per cosi dire la proiezione, il mio agire sarà non attenta azione ma semplicemente un momento di inerzia, inazione o addirittura stasi, l’ombra proiettata. La cosa peggiore è che io avrò invece la sensazione di agire mentre di fatto sono fermo.

Non viviamo mai un attivo presente.

Nel campo delle attività professionali le competenze acquisite, quindi la memoria,  sono ovviamente indispensabili: non si potrà costruire un palazzo se non si hanno conoscenze di fisica o ingegneria ma nel campo delle speculazioni spirituali la memoria non conduce all’azione ma serve solo a proiettare nel futuro cose defunte, pensieri partoriti in società diverse da uomini che si sono liberati da condizionamenti diversi dai nostri. Gesù  non era cristiano, Gautama il Buddha non era buddista ne tantomeno Maometto poteva definirsi maomettano.

Ciò, batate bene, non vuol dire attaccarne l’autorità, l’estrema limpidezza di pensiero, ma spronarci ad agire come loro hanno agito.

Con mente innocente.

Non posso vivere il mio pensiero nel presente se lo stesso presente nasce all’ombra del passato. Per comprendere dovete imparare ad ascoltare e ci riuscirete solo quando ascolterete senza che intervenga condanna, confronto, conforto o giudizio, come guardasse un tramonto nello splendido fulgore di quell’unico momento. Come detto però, abbiamo difficoltà a guardare con semplicità un albero, l’ombra o un fiore figurarsi là molto più complessa struttura della nostra memoria o dell’altrui pensiero.

L’azione che si conforma alla memoria è come spiegato completa inazione, inerzia. Non produce un mutamento radicale. L’autorità che essa produce in noi non ha altra cagione che la sicurezza, l’uomo attraverso i secoli ne ha creato o subito l’influenza perché tanto più è disorientato ed infelice tanto più ha bisogno di chi lo guidi, ma noi volgiamo uomini liberi (di pensare) dal pensiero.

Ancora in Matteo 15 il Maestro dice dei Farisei: “lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi, e quando un cieco è guida di un cieco tutti e due cadranno in un pozzo”. I Farisei erano uomini di grande cultura, con la mente piena della loro dottrina, un sapere talmente ingombrante da eclissare tutto il resto, tale da renderli ciechi e guide di altri ciechi.

Tutti noi cerchiamo la sicurezza in ogni forma possibile: nel lavoro attraverso il denaro; nella continuità del piacere sessuale che si oggettivizza anche in altre formule meno evidenti come ad esempio il possesso di questo o quel nuovo gadget, dell’auto o, per l’appunto,  della mera erudizione… sostituti umani della coda di pavone o della danza di accoppiamento dell’ubara in amore.

E’ evidente che la dove si manifesti un’esigenza di sicurezza nasca un’autorità.

E’ l’assioma su cui si fonda la nostra cultura e la psicologia della nostra società.

Ma esiste davvero questa sicurezza?

La perseguiamo da secoli attraverso la religione, la politica, le relazioni sociali e più recentemente con i consumi. I più attenti attraverso questa o quella filosofia. Quale è il risultato di questa ricerca nella società odierna?

Sono sparite le guerre? I soprusi ? Viviamo veramente in una società più libera?
Forse più comoda per alcuna parte del mondo, ma le nevrosi e le depressioni sempre crescenti ci dicono qualcosa di più su questa apparente agiatezza.

Avete raggiunto davvero la sicurezza dei legami con gli altri?

Indubbiamente per l’individuo il problema della ricerca della autorità è assai complesso, si tratta di comprendere se stesso nel collettivo perché è qui che l’autorità trova strutturazione. E’ qui che il nostro modo di vivere apparentemente pacifico dimostra invece che siamo brutali, aggressivi, ancorati a crudeli pregiudizi, divisi in categorie e interessi che si odiano e combattono.

Tutto tende a condurre alla più sottile divisione perché l’essere soli produce voglia di sicurezza… e ancora bisogno di autorità. Non di questo o quel personaggio, non di una lobby celata agli occhi dei più, ma l’autorità di questo tipo di società cui nostro malgrado continuiamo ad appartenere e contribuiamo ad  autoalimentare.

Ci stupiamo dunque che nostro figlio preferisca stare ore al computer piuttosto che con noi? O ci stupiamo che gli interessi di qualcuno in Occidente produca guerre e catastrofi in Oriente? Il più delle volte tendiamo ad ignorarlo coscientemente.

Noi siamo questa società, se vogliamo un cambiamento dobbiamo cambiare noi stessi e in primis il nostro modo di ascoltare. Quando diciamo “la mia religione” o “il mio partito”, “la mia Gran Loggia” o “il mio pensiero” non alludiamo forse al principale investimento a favore della nostra sicurezza?

Fr. ABULAFIA

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