«L’angelo dei muri», nostalgico thriller italiano

Cultura

Da vedere al cinema il nuovo lungometraggio di Lorenzo Bianchini, una delle sorprese di questi ultimi tempi. Tra le novità anche il divertente «I tuttofare»

Come generare tensione senza effetti speciali: ce lo insegna ancora una volta Lorenzo Bianchini, regista italiano classe 1968, che era riuscito a stupire con «Oltre il guado» del 2013 e che conferma il suo talento con «L’angelo dei muri», uno dei film protagonisti del weekend in sala.

Ambientato a Trieste, racconta la vita di Pietro, un uomo la cui quotidianità regolare e solitaria viene interrotta da un’ordinanza di sfratto dal suo vecchio appartamento. L’anziano non vuole andarsene e mette a punto una strategia per continuare a vivere segretamente dentro casa: un muro in fondo al lungo corridoio dell’appartamento, un vero e proprio nascondiglio verticale dietro cui sparire. Un giorno, però, una madre disperata arriva a stravolgere i suoi piani.

Bianchini gioca ancora una volta in sottrazione, attraverso un minimalismo narrativo e una rarefazione dei dialoghi portata all’estremo: «L’angelo dei muri» è un prodotto essenziale in tutto e per tutto, che riesce a tenere alta la tensione facendo leva soltanto sui movimenti della macchina da presa e sull’ottima fotografia di Peter Zeitlinger, artista noto per la sua collaborazione con Werner Herzog. Attraverso una serie di lunghe inquadrature, il regista ci offre costantemente il punto di vista del protagonista Pietro, che si trasforma presto in un vero e proprio voyeur: spiando gli inquilini del suo appartamento, è come se diventasse uno spettatore cinematografico che segue “le vite degli altri”. Una scelta visiva capace di aumentare il coinvolgimento dal primo all’ultimo minuto.