La Poesia presa dal lato critico

Cultura

Paolo Febbraro. Saggi e interventi documentano un esercizio di lettura e di giudizio concreti, in cui i classici della tradizione e gli autori delle ultime generazioni vengono trattati con lo stesso puntiglio

Da Montale a Sanguineti, da Pasolini a Raboni, l’Italia del ‘900 vanta una grande tradizione di poeti critici. Si tratta di personalità forti, spesso ingombranti; eppure, anche nelle pagine più tendenziose, il loro impegno è uguale a quello dei critici-critici, ossia di chi prova a cogliere la verità dell’opera altrui indipendentemente dal suo grado di vicinanza al proprio percorso. Resta poco spazio, da noi, per una saggistica alla Eliot o alla Auden, cioè per la saggistica dei poeti che ritagliano un’idea di letteratura su un proprio personale metro tipologico, riscrivendo a loro misura la tradizione mentre la descrivono, e collocando l’arte in un discorso sulla civiltà che non sappia di editoriale engagé. Si può forse citare Mario Luzi. Ma l’esempio più recente è quello di Paolo Febbraro, che conferma ora la sua vocazione con Poesia allo stato critico (Inschibboleth). I temi di questi saggi sono molti: discussioni teologiche, appunti sul tradurre, commenti alla Costituzione, ritratti di autori (parecchi di lingua inglese, da Ashbery a Muldoon), bilanci della lirica italiana contemporanea.

Febbraro vuole che si senta che a scrivere è un poeta: ogni resoconto sulle opere altrui implica un paragone con la propria officina. Il metro di misura è qui un’idea di poesia opposta a quelle sulle quali si fondano le più autorevoli correnti culturali moderne, che si perpetuano con una forza d’inerzia difficile da contrastare. Riassumendo, queste correnti presuppongono o il mito populista di chi insegue la Realtà, o un mito del Negativo che si risolve nella “smagata misurazione dello iato fra parola e cosa”. “In entrambi i casi”, chiosa Febbraro, “la poesia è un atto di testimonianza per qualcosa che già si conosce”, una “didascalia” inerte. Cioè non è vera poesia.

La vera poesia, infatti, non deve inseguire la realtà, “perché ne fa parte”; e la sua parola “non è in una condizione di vedovanza o indigenza” rispetto alle cose, “perché è in sé stessa una relazione con il mondo”. Non nasce nel vuoto, o come scarto dalla norma, ma in un confronto continuo tra una lingua comune (limite che ci salva dal gorgo del Tutto) e un individuo che la adatta ritmicamente a un evento puntuale, a un’esperienza concreta.