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MEDITAZIONE E LAVORI DI LOGGIA

Chiudiamo gli occhi ed entriamo nel silenzio, quello profondo, quello interiore: il silenzio dell’anima. Un silenzio dove il lavorio continuo della nostra mente non può avere accesso. E’ la mente che tace, laddove l’ego e la pesonalità in cui siamo incarnati si dissolvono permettendoci finalmente quel contatto con la parte più intima e più autentica del nostro Essere, il nostro vero Sé.

Ancora prima di essere Iniziati ai nostri Misteri, primo e assoluto compito, ci veniva chiesto di spersonalizzarci, di abbandonare tutto quanto ci identificava in quella personalità, finanche il nostro nome. Non a caso, tra l’altro, l’Iniziato necessita di un nome iniziatico proprio per abbandonare tutto ciò che aveva precedentemente costruito attorno al proprio ego, giorno dopo giorno. Il lavoro da fare ora è l’opposto, togliere, levare, tornare alla nostra essenza prima.

Nel giusto equilibrio tra mente ed intuizione, tra razionalità e processo creativo, la nostra condizione di uomini di questa epoca e di questo luogo fa però sì che l’ago della bilancia penda troppo spesso a favore del mentale. Ma l’essere androgino, così ben rappresentato dal Rebis Ermetico, deve aver compreso e racchiuso in sé tutte le qualità maschili e femminili in modo bilanciato. Lo stato androgino è lo stato umano completo, in cui i complementari, invece di opporsi, si equilibrano in modo ideale…  Teniamo bene a mente quella immagine del Rebis Ermetico, costituito da un corpo con due teste, l’una maschile e l’altra femminile, che rappresentano l’essere reintegrato nella totalità delle potenzialità umane e naturali, pronto ad elevarsi verso gli stati superiori della manifestazione.

Il Rebis -cioè l’opera finale dell’alchimista- rappresenta l’Essere Spirituale che ha raggiunto la perfezione, cioè uno stato di unione ed armonia tra i principi maschile e femminile. L’essere androgino indica l’Unità Originaria, la condizione dell’umanità prima della caduta iniziale. La nostra anima, la nostra vera essenza non è né maschile né femminile.

Semplicemente E’.

L’essere umano su questo piano, quello della caduta, è uomo o donna a seconda del principio che predomina in lui o del corpo in cui si è incarnato, mentre l’altro rimane allo stato latente o è comunque poco sviluppato. Il principio maschile è attivo, energico, volitivo, razionale. Il principio femminile si manifesta invece attraverso la dolcezza, la tenerezza, la sensibilità, l’intuizione. Il Sigillo di Salomone, così come il segno del Tao, sono simboli potentissimi nel richiamare dentro di noi quel ricordo ancestrale della compenetrazione degli opposti. Sviluppare in sé i due principi, l’emissivo ed il ricettivo per essere androgeni perfetti. Chi si vive solo nella propria sfera maschile o femminile è debole o incompleto e necessita, per sentirsi completo, dell’altra metà.

Nel Vangelo di Tommaso troviamo un profondo insegnamento di Gesù che ci dice: “Quando farete in modo che due siano uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e  quando farete del maschio e della femmina una cosa sola, cosicché il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina…allora entrerete nel Regno…e diventerete Figli dell’Uomo”.

Perché l’essere umano raggiunga quello stato di androginia e completezza dovrà far sì che le qualità maschili si amalgamino armoniosamente con quelle femminili  e che i due emisferi cerebrali, quello maschile (sinistro) e quello femminile (destro) lavorino sincronicamente per raggiungere uno stato di pienezza e di consapevolezza superiore.

L’emisfero sinistro del nostro cervello è quello adibito al linguaggio, alla parola, alla sequenzialità degli eventi, ai processi logici, alla comprensione analitica della realtà, alla scomposizione di ciò che è esperito, alla razionalità, che ci porta ai fondamenti di un processo utilizzando la ragione. All’emisfero destro, invece, spetta il compito di vedere l’insieme delle cose, di comprenderne l’unità, di darne una interpretazione emotiva; esso è atemporale, cioè non crea sequenze temporali, e non necessita della razionalità per comprendere le cose, bensì dell’intuizione. 

Laddove l’Ego, cioè il senso dell’Io,  e l’individualità sono legati all’emisfero sinistro, il senso di unità e la parte istintuale, spirituale e mistica dell’uomo  hanno sede nell’ emisfero destro, così come il contatto con l’invisibile e lo stato dell’estasi mistica.

I condizionamenti che abbiamo in quanto creature incarnate nel mondo moderno occidentale fan sì che prevalga un approccio alla realtà, ma spesso anche al piano iniziatico, dominato dal pensiero logico ed analitico. Come conseguenza siamo portati a concettualizzare troppo ogni cosa senza lascarci il tempo di comprenderla nel profondo del nostro sentire. Ricordiamoci che la nostra Anima sa tutto…. Dobbiamo unire al pensiero “logico-intellettuale” dell’ emisfero sinistro, l’esperienza del “sentire” dentro di noi.

Con la meditazione spostiamo l’attività cerebrale nell’emisfero destro e questo ci rende possibile andare nel campo delle intuizioni profonde, ma anche della sfera mistica.

Quando iniziamo a meditare le onde cerebrali cominciano a rallentare e  l’attività del nostro sistema nervoso centrale passa da uno stato mentale di  lavorio, pensiero ed elaborazione dei dati (cioè dalle onde Beta) ad uno stato di rilassamento (onde Alfa), in cui il mondo interiore diventa molto più reale del mondo esterno. Con la pratica si passa quindi ad uno stato di meditazione profonda (onde Theta), che è il regno della conoscenza intuitiva, del contatto col subconscio, del senso di totalità. Si cominciano ad intuire altre dimensioni, altri mondi e quando si torna al cosidetto “stato di veglia” ci si sente cambiati. Abbiamo acquisito nuove conoscenze, ci siamo perfezionati in qualcosa. Difficile utilizzare la parola o la logica, (emisfero sinistro) per spiegarci cosa si sia modificato dentro di noi ma sappiamo che qualcosa è accaduto.

La meditazione assume a mio avviso un carattere fondamentale nei nostri lavori di Loggia: comprendere la parola seme con l’emisfero destro vuol dire non solo capirla concettualmente ma esperirla dentro noi stessi.

Il respiro è di fondamentale importanza per entrare in uno stato meditativo: esso sarà lento e profondo per permetterci di passare facilmente al rilassamento fisico e mentale. In Loggia la posizione sarà quella del faraone: la sua stabilità ci darà un aggancio interiore che nulla potrà smuovere; le braccia abbandonate con i palmi delle mani appoggiate sulle coscia ci permetteranno un profondo rilassamento della parte superiore del corpo che renderà possibile il distacco dallo stesso; il busto sarà eretto e la colonna vertebrale distesa: il capo potrà essere leggermente inclinato in avanti o il mento leggermente rientrato per facilitare uno stato introspettivo di unione col nostro Sè ma soprattutto per favorire la distensione delle vertebre cervicali, permettendo alla nostra colonna vertebrale di esprimersi nella sua massima potenza.

Essa è infatti la nostra bacchetta magica, il nostro centro di forza. Non a caso, la bacchetta magica, come esprime anche nella sua forma, rappresenta il prolungamento della colonna vertebrale; quasi a voler ricordare all’uomo la forza che potenzialmente risiede in essa. La colonna vertebrale è lo Djed, ma è anche la via del Kundalini e il pilastro fondante dell’alchemico Piccolo Circuito Celeste dei Taoisti.

Poste così le fondamenta passiamo alla parte operativa e alchemica della meditazione, lasciando che la parola-seme germogli dentro di noi e dia i suoi frutti.

Possiamo meditare sul Rituale affinchè ogni sua parola lasci un segno indelebile nel nostro animo; possiamo meditare sui concetti e sui principi massonici, spesso svuotati del loro profondo significato e rilegati alla sfera speculativa senza essere veramente introiettati quali qualità dell’anima; possiamo meditare sui simboli per farli vibrare dentro di noi affinchè essi siano vivi e potenti al nostro interno; possiamo meditare sull’Eggregore e percepirne tutta la potenza attraverso l’aumento della nostra frequenza; possiamo meditare sui Maestri Passati ed avvertirne la presenza e gli insegnamenti, che otterremo non attraverso la parola ma tramite il Silenzio ed una intuizione a livello di Anima.

Con la Meditazione potremo nutrire quel settimo senso che ci donerà la facoltà di ricevere la Conoscenza e l’aiuto da fonti spirituali, cosicchè i Grandi Maestri Passati a cui ci appelliamo affinchè ci assistano e ci guidino durante i nostri Lavori possano aiutarci, passo dopo passo, nella via della Conoscenza.

Sr. ELISHEVA

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Il Discepolo

Nella produzione letteraria moderna, di risvolto esoterico, la parola discepolo, acquisisce un significato molteplice. Spesso il significato profondo è corrotto dagli strati grossolani dell’interpretazione del volgo. Premettendo che, dove esiste un maestro, esiste un discepolo, si comprenderà, quindi, che se non esiste un discepolo non ha senso parlare di “maestranza”.

A questo punto, se Immaginiamo un cerchio, dove al centro di questi, v’è il maestro e sulla circonferenza i discepoli (qui v’è il concetto di rosa mistica) il ruolo dei petali sarà ivi attribuito ai discepoli, mentre quello del bocciolo sarà ascritto al maestro). Ora la domanda è …

‹‹Come apprezzereste la bellezza di una rosa, dal bocciolo “nascosto”, oppure dai sui petali esterni, comunque legati ad esso?››

Quindi concettualmente discepolo è colui che uscendo dal mare della volgarità entra nell’irradiazione di un centro, unendosi ad esso simbioticamente. Molto importante da dire è che se il Maestro è di manica larga, i “discepoli” saranno in tanti, ma poveri, al contrario invece, se questi è “selettivo” nelle Iniziatura, i discepoli saranno in pochi ma “ricchi. Chi tra i discepoli ha possanza, compie l’opera di purificazione e si stacca completamente dallo stato grossolano, che è scorza del volgo, e viene in qualche modo, trasportato nella corrente più pura, dove il VOLGO non è ammesso per sua “gravità” e “PESO“. Tant’è vero che chi tra i discepoli non acquisisce questo stato, si allontanerà lentamente ma inesorabilmente dal centro della Rosa.

Saulo

Questa legge ricorda il piombo degli alchimisti. L’uomo, infatti, è costituito da MASSA e popola in questo modo il Mondo visibile, ossia il Mondo degli effetti, che si alimenta continuamente della paura di non avere e non possedere. Mentre al contrario, il Modo Invisibile, l’astrale, prende solo quando si vuole e solo quando si ha necessità.

L’uomo volgare è galante con tutti solo per vanagloria, ed egli cammina con bandiera al vento del suo proprio stendardo, degradando così, la natura umana (che è divina ed UNA) nel fango della bestialità. Il Discepolo pio, invece, possiede una volontà sottile, che egli mai sopprime. Questa volontà lo spinge costantemente verso la corrente al centro della rosa, con lo stato d’animo rivolto alla luce promessa. Infatti finché il discepolo è sotto irradiazione lucifera del maestro, questi assorbe tutte le virtù occulte, e nulla, potrà interferire nella catena.

Ma appena il discepolo si distacca dal centro della rosa, la corrente volgare lo corrompe ancor più forte e prepotentemente si impossessa di lui. Quindi, un discepolo può essere considerato tale:

  • Quando, uscirà definitivamente dalla corrente del volgo
  • Quando, cozzerà con le opinioni del pubblico profano ma resterà saldo all’albero della nave
  • Quando, pur distaccandosi dal maestro, mai penserà di sostituirvisi.

In breve, il discepolo se profondamente convinto di voler intraprendere, a cuore puro, questo viaggio pericoloso, gli dev’essere data , da parte del maestro, la facoltà di prevedere il pericolo che questi comporta. Infine il Viaggio si “completerà” solo quando la previsione del viaggiatore si sarà esaurirà….

Nello stesso istante la virtù del Maestro cesserà d’agire sul soggetto.

Dal canto suo, il discepolo continuerà, aspirando come chi lo ha preceduto, al completamento inesprimibile, ed ineffabile dell’OPERA.

Fr. Fabio Da’ath

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Il Triangolo Egizio di Napoli, luogo di Potere.

Il Triangolo Egizio di Napoli.

In un luogo, distinto, nella città di Napoli esiste un triangolo geografico che da origine ad un centro energetico che parte da tre punti: il Convento di San Domenico, la statua del Nilo a Piazz.ta Nilo e il Palazzo Di Sangro (Cappella di San Severo) .Qui possono accadere fatti inspiegabili per gli ignari, ma non per le persone particolarmente sensibili. Infatti, aleggia in quei luoghi un’energia “ArcanA” che è attiva di giorno e di notte e la sua essenza è perennemente attiva. Essa risale alla notte dei tempi ed è legata a una tradizione di tipo Egizio i quali la “sfruttavano” per fini pratici e curativi. Quest’energia occulta impregna quel luogo e lo consacra a “Luogo di Potere”.

Esiste una testimonianza scientifica su quel “Potere”, infatti, circa quarant’anni fa’ un gruppo di scienziati tedeschi, approfondendo degli studi sulla Geologia della Terra, scoprirono che questa è attraversata da una fitta rete di raggi di perturbazione cosmo tellurica. I cosiddetti raggi di “H” dal nome dello scopritore Hartmann, questa rete è composta da linee invisibili ma nel contempo misurabili, conosciute anche come le Lieux-dits, linee sincroniche che rappresentano dei grandi fiumi di energia che circondano il nostro pianeta e lo collegano all’Universo.

Triangolo egizio

Triangolo egizio

Nel loro insieme queste linee costituiscono una sorta di sistema nervoso della Terra, poiché trasmettono nel loro flusso pensieri ed emozioni collettive, e possono accelerare il corso degli avvenimenti intervenendo sulle probabilità. La rete non ha una natura elettromagnetica ma le linee che la compongono sono attraversate dalla coscienza collettiva, dall’immaginazione, dal linguaggio emozionale, dall’elevazione dello spirito, dagli elementi psichici, e dalla materia tutta, cioè quella forma di energia sottile che è modellabile con il pensiero.

Unknown

“Non è la materia che genera il pensiero, ma è il pensiero che genera la materia”

G.Bruno

Ma che cos’è in realtà un “Luogo di Potere”?

E’ scientificamente provato che utilizziamo solo il 10% del nostro potenziale cerebrale, così come la percezione, attraverso i nostri sensi. Riusciamo a udire solo determinate frequenze sonore, così come riusciamo a vedere e percepire solo una gamma limitata di colori. Tutto ciò è considerato normale, mentre non si pensa altrettanto di persone che manifestano capacità “extrasensoriali”. Tali facoltà erano nei tempi passati considerati doni. Ebbene, nei Luoghi di Potere, naturali o creati con intervento umano attraverso particolari rituali, le nostre percezioni, il nostro benessere, il nostro metabolismo, aumentano sostanzialmente di sensibilità fino a giungere il diretto contatto con il trascendente.

Nelle antiche culture come quell’Egizia si poneva particolare attenzione nell’ascoltare il ritmo della terra, tanto da condizionale nella scelta dei luoghi dove stabilirsi, vivere e lavorare. Difatti, tornando alla città di Napoli, la statua del Nilo segna uno dei punti dell’antico quartiere abitato dagli Alessandrini d’Egitto. Un luogo scelto, appunto, dai sacerdoti, custodi della tradizione egizia e della “rete”. In codesto luogo, e sotto il basamento della statua del Nilo, fu eretto un tempio, dove si venerava la statua “velata” della dea Iside. Il culto Isiaco, in quel luogo resistette nel mondo occidentale fino alla fine del paganesimo; gli ultimi riti ufficiali furono celebrati a Roma nel 394 d.C. Rimangono innumerevoli invocazioni, preghiere, rituali dedicati ad Iside.

Fabio Da’ath

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Ascoltare … l’importanza del silenzio interiore per imparare a conoscere.

Anzitutto occorre precisare cosa significhi per noi COMUNICARE, che senso attribuiamo alla parola.

Derivata da commune (insieme) e munis (funzione) indica in questo le proprie finalità ovvero rendere pubblica una parte privata di noi stessi.. un pensiero, un ricordo o un progetto per esempio. Grossa importanza si da giustamente allo sapersi esprimere (exprimere: premere fuori).
L’atto del comunicare è oggi quasi unicamente incentrato sull’arte del sapersi esprimere infatti impariamo già da subito a saper parlare, scrivere e poi ad usare perfino i gesti e gli sguardi per  comunicare efficacemente. Il mondo della telecomunicazione gira unicamente attorno a questo cardine.

Ma che sappiamo dell’ascolto? Vi e’ mai stato insegnato ad ascoltare?

In Matteo, 15 il Maestro Gesù si rivolge ai propri discepoli dicendo loro “ascoltate ed intendete!”. Vi è quindi un modo di ascoltare intendendo ed uno senza intendere. Il Maestro sprona i propri discepoli, uomini di grossa levatura Iniziatica, a porre attenzione all’atto dell’ascolto per comprendere. Tutti noi possediamo un bagaglio di cognizioni, esperienze, pregiudizi a cui si aggiungono le sofferte complicanze della nostra vita di rapporto.
E’ questo il terreno su cui il nostro modo d’ascoltare si impianta.

Avete mai osservato come ascoltate?

Non importa cosa:  il vento, la moglie o voi stessi, se ci fate caso osserverete che l’ascolto integrale è molto difficile perché ci troviamo sempre dentro la proiezione delle nostre idee, dei nostri pregiudizi. Provate per un attimo a “silenziare” la vostra mente, a fermare anche il più piccolo dei vostri pensieri. Vi accorgerete che è operazione davvero ardua. Coloro i quali praticano la meditazione lo sanno benissimo.

Il sottofondo mentale ci domina al punto da ostacolare la percezione esatta di quel che viene detto.

Vi sono però altri impedimenti: se vi siete fatti una immagine di colui che parla, gli attribuite ad esempio una autorità, ascolterete non lui ma il riflesso delle vostre prevenzioni. Ogni singolo uomo è il risultato certamente delle proprie esperienze ma anche il deposito di un passato sociale, familiare e individuale. Le nostre divinità o i nostri nazionalismi ci separano e ostacolano l’ascolto interponendo tra noi e questo i pregiudizi.

Ciò che ci proponiamo è imparare riguardo a noi stessi, e non secondo il parere di chi vi scrive, di Freud o Jung. Deve terminare ogni autorità sul nostro pensiero, quella del maestro, dello psicanalista famoso o del filosofo ai quali tentiamo di far corrispondere la direzione delle nostre esperienze.

E’ compito veramente arduo liberarsi da questo condizionamento, affrancarsi dalle memorie di ieri che divengono l’autorità di oggi.

L’atto di imparare riguardo a noi stessi esclude l’autorità di ieri come quella di mille anni fa … anche quella della Tradizione, perché noi siamo cosa vivente e in continuo mutamento. Se ci osserviamo nel nome di una autorità, importante sarà il suo dettato e non il fluire della bellezza del movimento, non la vita diverrà l’oggetto della nostra osservazione, questo sarà costituito invece dall’accumulo di teorie e conoscenze nelle quali siamo portati a credere e verso le quali tenderemo a far coincidere le nostre, ad esse uniformeremo la nostra esistenza.

Ascoltare vuol dire morire a tutto quel che appartiene allo “ieri” sicché la mente sia sempre innocente e pronta a vedere ed imparare con occhi sempre nuovi, solo cosi verremo a possedere una vera consapevolezza, una reale presa di contatto con quel che accade entro di noi, inizialmente senza pretendere di correggerlo, interpretarlo secondo ciò che dovrebbe o non dovrebbe essere ma semplicemente osservarlo nella sua realtà fattuale.

Continua il Maestro Gesù in Matteo 15: “non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!”.

E’ ovvio che qui non di cibo materiale si parli ma  si intenda, con ogni probabilità, cibo spirituale altrimenti non avrebbe senso il seguito in cui i discepoli avvertono il Maestro: “sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?” e per questo lo stanno cercando.

Non è dunque ciò che introitiamo nella nostra mente ad inquinare il nostro spirito ma il modo in cui lo tratteniamo, lo elaboriamo e alla luce di questo guardiamo ed ascoltiamo ciò che è intorno a noi. Più puro e libero sarà questo atto più chiara e profonda sarà la nostra capacità di osservare e comprendere.

Occorre per questo una intensa energia, noi non guardiamo mai una cosa cosi come è, mai ci incontriamo con la significanza dell’albero, dell’ombra o del fiore … ne abbiamo già un’idea precedente all’osservazione che ci impedisce di vedere realmente, abituati a guardare sempre attraverso le lenti dei nostri condizionamenti che divengono in effetti il centro dominante del nostro Se.

Ascoltare è mettersi difronte a ciò che viene detto senza alcuna idea o immagine o proiezione, stabilire il giusto contatto con l’albero, l’ombra o il fiore o con il vivente processo della nostra interiorità. Solo così, nella diretta comunicazione, non insorgeranno problemi di sorta, conflitti o avversità, solo così saremo pronti ad ascoltare e conoscere.

Conoscere non è semplicemente sapere ma entrare in comunione, stabilire un intimo contatto con ciò che osserviamo, oltrepassare  una zona grigia in cui il labile confine tra osservatore ed osservato si confonde o cessa addirittura di esistere. Le domande che ci hanno spinti alla ricerca e all’indagine dell’oggetto ora mutano di segno e vengono rivolte a noi stessi e tanto più sono appassionate e serie tanto più profondo risulterà il solco che lasciano dentro di noi e nel risultato delle nostre azioni.

La memoria di ieri opera costantemente modificando l’oggi e contemporaneamente preparando il domani: mettiamo che ieri abbia sperimentato un momento di ira o gioia (è indifferente) di cui mi rimane memoria, questa memoria tenderà a condizionare il mio agire di oggi, essa servirà a predispormi ad incrementare l’ira o a prolungare il piacere passato, ne sarà per cosi dire la proiezione, il mio agire sarà non attenta azione ma semplicemente un momento di inerzia, inazione o addirittura stasi, l’ombra proiettata. La cosa peggiore è che io avrò invece la sensazione di agire mentre di fatto sono fermo.

Non viviamo mai un attivo presente.

Nel campo delle attività professionali le competenze acquisite, quindi la memoria,  sono ovviamente indispensabili: non si potrà costruire un palazzo se non si hanno conoscenze di fisica o ingegneria ma nel campo delle speculazioni spirituali la memoria non conduce all’azione ma serve solo a proiettare nel futuro cose defunte, pensieri partoriti in società diverse da uomini che si sono liberati da condizionamenti diversi dai nostri. Gesù  non era cristiano, Gautama il Buddha non era buddista ne tantomeno Maometto poteva definirsi maomettano.

Ciò, batate bene, non vuol dire attaccarne l’autorità, l’estrema limpidezza di pensiero, ma spronarci ad agire come loro hanno agito.

Con mente innocente.

Non posso vivere il mio pensiero nel presente se lo stesso presente nasce all’ombra del passato. Per comprendere dovete imparare ad ascoltare e ci riuscirete solo quando ascolterete senza che intervenga condanna, confronto, conforto o giudizio, come guardasse un tramonto nello splendido fulgore di quell’unico momento. Come detto però, abbiamo difficoltà a guardare con semplicità un albero, l’ombra o un fiore figurarsi là molto più complessa struttura della nostra memoria o dell’altrui pensiero.

L’azione che si conforma alla memoria è come spiegato completa inazione, inerzia. Non produce un mutamento radicale. L’autorità che essa produce in noi non ha altra cagione che la sicurezza, l’uomo attraverso i secoli ne ha creato o subito l’influenza perché tanto più è disorientato ed infelice tanto più ha bisogno di chi lo guidi, ma noi volgiamo uomini liberi (di pensare) dal pensiero.

Ancora in Matteo 15 il Maestro dice dei Farisei: “lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi, e quando un cieco è guida di un cieco tutti e due cadranno in un pozzo”. I Farisei erano uomini di grande cultura, con la mente piena della loro dottrina, un sapere talmente ingombrante da eclissare tutto il resto, tale da renderli ciechi e guide di altri ciechi.

Tutti noi cerchiamo la sicurezza in ogni forma possibile: nel lavoro attraverso il denaro; nella continuità del piacere sessuale che si oggettivizza anche in altre formule meno evidenti come ad esempio il possesso di questo o quel nuovo gadget, dell’auto o, per l’appunto,  della mera erudizione… sostituti umani della coda di pavone o della danza di accoppiamento dell’ubara in amore.

E’ evidente che la dove si manifesti un’esigenza di sicurezza nasca un’autorità.

E’ l’assioma su cui si fonda la nostra cultura e la psicologia della nostra società.

Ma esiste davvero questa sicurezza?

La perseguiamo da secoli attraverso la religione, la politica, le relazioni sociali e più recentemente con i consumi. I più attenti attraverso questa o quella filosofia. Quale è il risultato di questa ricerca nella società odierna?

Sono sparite le guerre? I soprusi ? Viviamo veramente in una società più libera?
Forse più comoda per alcuna parte del mondo, ma le nevrosi e le depressioni sempre crescenti ci dicono qualcosa di più su questa apparente agiatezza.

Avete raggiunto davvero la sicurezza dei legami con gli altri?

Indubbiamente per l’individuo il problema della ricerca della autorità è assai complesso, si tratta di comprendere se stesso nel collettivo perché è qui che l’autorità trova strutturazione. E’ qui che il nostro modo di vivere apparentemente pacifico dimostra invece che siamo brutali, aggressivi, ancorati a crudeli pregiudizi, divisi in categorie e interessi che si odiano e combattono.

Tutto tende a condurre alla più sottile divisione perché l’essere soli produce voglia di sicurezza… e ancora bisogno di autorità. Non di questo o quel personaggio, non di una lobby celata agli occhi dei più, ma l’autorità di questo tipo di società cui nostro malgrado continuiamo ad appartenere e contribuiamo ad  autoalimentare.

Ci stupiamo dunque che nostro figlio preferisca stare ore al computer piuttosto che con noi? O ci stupiamo che gli interessi di qualcuno in Occidente produca guerre e catastrofi in Oriente? Il più delle volte tendiamo ad ignorarlo coscientemente.

Noi siamo questa società, se vogliamo un cambiamento dobbiamo cambiare noi stessi e in primis il nostro modo di ascoltare. Quando diciamo “la mia religione” o “il mio partito”, “la mia Gran Loggia” o “il mio pensiero” non alludiamo forse al principale investimento a favore della nostra sicurezza?

Fr. ABULAFIA

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Relazione del Gran Oratore Ministro di Stato del Rito Antico e Primitivo di Memphis-Misraïm

10° CONVENTO NAZIONALE
SOVRANO SANTUARIO TRADIZIONALE D’ITALIA DEL
RITO ANTICO E PRIMITIVO DI MEMPHIS-MISRAÏM

RELAZIONE MORALE DEL GRANDE ORATORE MINISTRO DI STATO

Alla Gloria del Sublime Artefice dei Mondi.

Serenissimo Gran Ierofante, Sublimi Principi Patriarchi Grandi Conservatori, Ill.mi Grandi Ispettori Reg.li, Ispettori Prov.li e Presidenti delle Camere rituali, Carissime Sorelle e Fratelli di ogni grado,  gentilissimi e graditissimi Maestri Ospiti.

Questa è la prima relazione morale che pronuncio da quando nel 2009 fu riportato in Italia dal nostro Serenissimo Gran Ierofante il solo Rito Egizio Regolare in Italia. L’emozione sicuramente padroneggia il mio animo e le mie parole, come quando Alfredo mi comunicò, con un messaggio privato, che l’Operazione aveva avuto successo nel rispetto della Tradizione e alla presenza di tre Serenissimi Patriarchi 97° grado suoi Iniziatori che dissero la famosa frase “…vi restituiamo ciò che vi appartiene”.

Non farò alcun riferimento a fatti spiacevoli avvenuti in questo ultimo anno, non ci toccano, non ci ledono, non ci interessano…. Noi siamo Massoni della Terra di Misraïm e soprattutto ci rallegrano i numerosi trattati di amicizia e riconoscimento che altre Obbedienze hanno voluto stipulare con noi.

Nel nostro Lavoro di affinamento, Sorelle e Fratelli carissimi, abbiamo antenati e saremo antenati, siamo discendenti e avremo discendenti. Questo è il senso della Tradizione, ricevere e trasmettere. Nel gioco perpetuo dei Rituali, con le ripetizioni di tanto in tanto emananti qualche nuova sonorità, i significati e le vibrazioni imprimono moto ai cicli dello spirito, danno spinta alle spirali della Fraternità.

La nostra forza è unicamente nella qualità, nella univocità di intenti, nella saldezza interiore e nel rigore iniziatico con cui portiamo avanti il nostro cammino nella Luce, finalizzato alla fusione con la Divinità e al ricongiungimento dello Spirituale che è in noi con lo Spirituale che è nell’Universo. Nel nostro cammino non dobbiamo inciampare nei simboli, che vanno tenuti invece davanti agli occhi della mente come verità, modelli che occupino la nostra quotidianità, impegnino tutte le energie intellettuali per una crescita che dia forza e chiarezza.

Nessuno detiene la verità, lo sappiamo, ma è sufficiente soddisfazione ed appagamento avvicinarsi sempre di più ad essa, anche se di poco.

Essere Iniziati non vuol dire altro che essere individui coscienti, tesi all’unico scopo della realizzazione del Sé, all’incontro del proprio Io con il Sé spirituale. Non si possono servire due padroni, ed il Mondo Spirituale è un padrone geloso che non ammette compromessi, dubbi, incertezze o concessioni al Mondo della Profanità.

Forse non arriveremo mai a dirci parole definitive sul nostro prima, sulla nostra vita, sulla nostra morte e sul nostro dopo. Né affermare di non aver certezze ci mette in braccio all’oggi la necessaria armonia. Può essere necessario talvolta anche un benevolo e benefico rimprovero, una necessaria correzione, se uno ne resta ferito, è segno che in esso vi sono amore e sollecitudine, ma se il rimprovero gli passa sopra e non lo scalfisce, vuol dire che amore e sollecitudine sono assenti.

In un tappeto che venga scosso per levare la polvere, gli uomini saggi non vedono una battitura, bensì un segno di cura che in tal modo si manifesta. E comunque, se uno vede il proprio Fratello in difetto, sappia che quel difetto esiste anche in lui.

Il saggio non è diverso da uno specchio. Quel che vede nel Fratello che ha sbagliato è la sua stessa immagine.   Muovendosi, occorre camminare con la cautela di un sufi, concentrato soltanto sul passo che sta facendo, senza farsi distrarre dal panorama o dalla preoccupazione del passo successivo.

Poiché la Fratellanza ci permette di superare gli ostacoli e le ingiustizie della vita, occorre essere in grado di guardare negli occhi un Fratello senza provare turbamento, senza arrossire, in pieno rispetto. I nostri Rituali hanno forza sufficiente a creare in noi la certezza che si è partecipi degli stessi principi e delle stesse energie che ci fanno crescere e camminare sulla stessa strada solitariamente in compagnia, ma sereni.

Sarà opportuno crescere a tal punto da avere all’interno di noi, non solo esternamente, il carico dei segni che portiamo addosso con gli addobbi e le insegne che ci sono propri. Salendo nei Gradi, non vi è aumento alcuno di un qualche potere, ma soltanto accrescimento di servizio da rendere. Siano il linguaggio per chi ci vede atto a esaurire il significato e il valore dei segni interiori. Siano la rappresentazione delle qualificazioni interiori di ognuno di noi, capaci di dare un’armonica dimensione di quel che siamo in unione di spirito e in stimoli di vera Fratellanza.

“Io sono questo!”, dicono le insegne che indossiamo come simbolo del nostro grado e occorre essere quello, inutile esibire insegne che non rispecchiano la condizione interiore di chi le indossa. Liberi da preoccupazioni profane, si sperimenta allora, e solo nel vivere in pieno il Rituale, Parola dopo Parola, così come è concepito e steso, che quel che si dice ha senso logico, efficacia operativa. Ci si rende conto che niente è affidato al vento, ma tutto è consegnato al fiato in sostanza di spirito. Solo allora i nostri strumenti di Lavoro e le nostre insegne aderiscono al loro profondo significato e la parola pronunciata o il gesto compiuto sono mattoni e malta validi alla costruzione del Tempio.

È così che si realizza il nostro destino di iniziati dediti al costruire, dedicati alla continua demolizione del dubbio presenza che ci affligge, della quale dobbiamo occuparci, senza preoccuparcene.

I Liberi Muratori sono tenuti a contribuire alla soluzione dei problemi che affliggono l’Umanità. Pur lavorando solo con gli strumenti che la Tradizione ci porge, siamo capaci di adeguarci ai tempi in modo di fare le stesse cose in modo diverso. In seno alle nostre Camere non entrano i risultati della scienza moderna o della tecnologia, i nostri strumenti sono primitivi, attengono alla nostra condizione di esseri umani.

A contatto con il Cosmo, ci muoviamo via dall’orologio del tempo e dalla dimensione dello spazio, coscienti però che la vita è un’altra cosa. Crescendo, possiamo favorire e procurare il progresso. Il prodotto della nostra vita massonica non è soggetto a invecchiamento o a cambiamento, come succede alle innovazioni tecnologiche.

Vivere in pieno le proprie iniziazioni, iniziare se stessi, significa dunque lavorare per migliorarsi al fine di rendere migliore il mondo.

In questi momenti di confusione, noi riceviamo conforto dal tenere gli occhi rivolti al Debir, non come facevamo da Apprendisti, appena ricevuta l’iniziazione, nel silenzio e nella fatica di sgrossare la Pietra, bensì da Maestri assidui nel Lavoro della ricerca di un contatto con il Supremo Artefice, parlanti per esprimere quei barlumi di verità che siamo capaci di cogliere e comunicare agli altri Fratelli. Misterioso è il conforto che ne riceviamo misterioso ed estraneo ai profani che non lo comprendono.

In questo mio intervento che è una Relazione Morale, di Morale si parlerà.

Che cosa è Morale, dunque, nella vita di un Libero Muratore, di una Sorella o di un Fratello dell’Antico e Primitivo Rito di Memphis-Misraïm?

La Morale è legata alla conoscenza, quella che ci permette di distinguere il vero dal falso, quella che ci indica la giusta, diritta via che ci fa stare nella realtà praticando giustizia e verità. La Conoscenza è madre della Morale, poiché ci procura i motivi per compiere certe azioni anziché altre.

Ci si muove allora partendo dal pensiero, che richiede l’intervento della volontà per finalmente compiere un’azione. È opportuno muoverci restando all’altezza degli ideali che nutriamo, migliorando i nostri rapporti con gli altri al fine di rendere migliore il nostro rapporto con il mondo. Morale è che il nostro bene e il nostro buon modo di vivere non depredi altri del loro benestare.

Le nostre radici sono mediterranee, e proprio per questo vale la pena ricordare quanto grande fosse la stima e la dignità che gli antichi sapienti avevano in Egitto in Italia in Grecia ed in altri magici luoghi della Morale, scienza che si occupa del Bene, ma alquanto trascurata nel mondo profano, e, fatto ancor più grave, negletta talora anche nel mondo della Libera Muratoria.

Volendo rintracciare ed esporre le ragioni di tale fenomeno triste e funesto, dovremmo parlare del Sensismo, teorizzato da alcuni filosofi, che ha ridotto tutti gli elementi più nobili dell’animo alla sola facoltà del sentire, apportando così tanto materialismo nella teorica e nell’umano operare.

Quando non vi è altro che senso, è naturale che ci si occupi solo della coltura e dell’appagamento di esso. Le idee di dovere e di virtù, di ordine e di giustizia non fanno che secondaria comparsa nella scena della vita, semmai vi si siano introdotte, e quasi a forza! In questo sistema l’interesse e il piacere devono essere tutto, in modo che abbiano dominio solo i beni che rispondono all’elemento sensitivo.

Se si parla di Virtù, allora, e spesso la si nomina, è per considerarla mezzo e non fine, strumento del raggiungimento della soddisfazione dei sensi. In tal modo la Morale non è regina, ma serva. Si parla allora di Eudemonologia, che è la trattazione intorno agli oggetti e alle ragioni della felicità, come a dire di felicità, ma non della Virtù. I sensi assopiscono l’intelligenza, evitando ad essa le fatiche da affrontare nel disbrigo della vita. Si arriva persino a schernire chi con le parole o gli scritti inneggi alla maestà della Morale.

Certo, essa è meno attraente del piacere, non lusinga quanto può fare una persona bella, sana e vigorosa, né fa innamorare di sé, se non pochi spiriti eletti. Certo, essa ha base sulle astrattezze, su operazioni squisitamente intellettuali, su elementi che non sono base solida alla formazione e alla vita di una scienza come è la Morale.

Ma un iniziato, come è il Libero Muratore, dovrebbe fare questo ragionamento fra il Me Libero, fenomeno individuale e finito, e il Sublime Artefice, sostanza assoluta e infinita, vi è un forte legame, che si realizza con la pratica del Vero, del Bello e del Bene e tale pratica non può essere disgiunta dal Sublime Artefice dei Mondi.

Afferrare la realtà per poter essere costruttivi e positivi non si fa solo con l’intelligenza, quindi con il pensiero, con una semplice attività speculativa, ma anche con l’attività dello spirito e della volontà, le verità divengono allora morali, scendono nel campo pratico e grazie all’azione il Vero diventa … il Bene.

Queste verità diventano leggi della nostra volontà, alla quale, attraverso il dovere, si deve un obbligo assoluto. Esse ricevono legittimazione dal Sublime Artefice ed è in tal modo che a loro corrisponde una realtà, dunque una concretezza. Non si può costruire una Morale se non su principi che le diano consistenza. I principi discendono per emanazione, e per via della creazione, dal Sublime Artefice che solo li incarna nella nostra realtà, dentro alla quale la nostra intuizione li avverte li trova e li realizza.

Fossimo puri spiriti, la sola verità ci basterebbe, ma legati a questo animale morente, questa fragile spoglia che noi siamo e dalla quale dipendiamo, il puro vero deve incarnarsi, avere un aspetto appariscente e attraente, affinché, convincendo la mente e commuovendo il cuore possa esercitare il suo benefico influsso.

Così formati, nelle varie Camere del nostro Venerabile Rito, riusciremo ad adattare i buoni principi ai bisogni del mondo profano, dove è necessario arrivi il nostro messaggio, dove è opportuno si divenga modelli di buon comportamento e sano operare. Ecco che la Legge Morale si unifica con il Sublime Artefice dei Mondi dal quale essa parte, da quell’Essere Supremo che nella Sua universalità abbraccia tutti gli uomini in qualunque stato e condizione si trovino.

Un giorno, quando io ed i Fratelli che hanno costituito il nucleo iniziale del Regime degli Alti Gradi e del Sovrano Santuario Tradizionale d’Italia saremo tutti all’Oriente Eterno, sarete voi, carissime Sorelle e Fratelli ad avere la responsabilità di mantenere vivo il Fuoco Perenne della Tradizione. Allora, forse, qualcuno di voi ricorderà queste mie parole e brucerà qualche grano di Olibano, Mirra, e Benzoino e un pizzico di zucchero per ricordare i Maestri Passati.

Che il cammino iniziatico da noi intrapreso abbia svolgimento nel vigore e nella bellezza al fine di raccogliere maggiori e preziosi frutti utili alla nostra crescita spirituale.

Ho detto.

Il Grande Oratore Ministro di Stato

Fr. NUN

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Castel del Monte – Uno Scrigno Esoterico (pt 1 di 3)

Ecce quam bonum et quam jucundum abitare fratres in unum … è l’incipit di un salmo, il 133 nella fattispecie. Più o meno dice: o quanto è bello e soave stare insieme ai miei Fratelli… non ho fatto riferimento al salmo come testo religioso ma come fonte storica: circa tremila anni fa c’è stato qualcuno ( in questo caso Davide in persona) che ha sentito la necessità di scrivere queste parole, di notare e far notare attraverso la scrittura la gioia insita nello stare insieme ai propri Fratelli ( ovviamente non parliamo di consanguinei).
Il Salmo continua dicendo che in quel luogo, dove i Fratelli si riuniscono, Iddio, il G.A.D.U. per noi , manderà la sua benedizione.

Quindi il sol fatto di mettersi in comunione con i propri Fratelli basta a conferire a quel luogo delle qualità sacrali,  delle qualità Teurgiche capaci di attivare in chi è li delle energie armoniche con quel centro che da fisico diviene centro spirituale.

In una parola un Omphalos.

Durante una Tornata contribuiamo ognuno in maniera differente a creare un’ anima comune, a creare un  Egreggore,  attiviamo noi queste particolari energie.  Ci sono dei posti in cui queste energie convogliano in maniera del tutto naturale, chi ha riconosciuto questi luoghi vi ha costruito un Menihr, un dolmen, ha scavato un pozzo sacro o più recentemente vi ha edificato un edificio di culto.

La zona in cui sorge Castel del Monte (CdM) è da sempre interessata da questi fenomeni: centinaia di Dolmen o Menhir esistevano a formare una rete energetica, una maglia teurgica tessuta verosimilmente al tempo di Stonehenge. Vicino CdM, a Sovereto, è ancora esistente un pozzo-grotta sacro forse coevo ai menhir che intorno a questo pozzo sono stati posti forse proprio ad indicarne il centro ideale.  Su questo pozzo i Cavalieri Templari in epoca più recente costruirono una piccola chiesa, e li sono ancora visibili alcune loro sepolture. Sepolture particolari visto che al fianco della croce templare portano inciso delle Tau. Forse erano dei templari appartenenti ad un particolare gruppo?

Ricordiamo che la Tau è un simbolo biblico. Essa è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico ed è presente nella bibbia sempre come segno di riconoscimento di uomini scelti dal Signore (basta leggere Ezechiele o L’Apocalisse di Giovanni). Il suo significato è Emeth che vuol dire Verità. Quindi Dio segna i suoi prescelti con la Verità. Vedremo come questa sia in profonda relazione con il soggetto della nostra ricerca.

Quando si va a visitare questo solitario maniero, appollaiato come un gigantesco falcone di pietra sul tondo cucuzzolo di un monte, impressioni confuse e domande si affollano nella mente:

Perché quel  perfetto ottagono è stato costruito proprio in quel luogo?

I centri abitati più vicini sono a più di quindici chilometri di distanza, e mano a mano che il visitatore si avvicina le suggestioni aumentano.

La solitudine del maniero diventa maestosa, se c’è il sole estivo la sua pietra calcarea dalla calda tonalità dorata assume una luminosità quasi confortante, ma se il cielo è plumbeo o la stagione inclemente, quel solitario gigante assume un minaccioso cipiglio, un aria quasi lugubre.

La suggestione del luogo, che sembra creato apposta perché quel maniero potesse essere costruito ed ammirato da ogni lato, il largo orizzonte che appare immenso palcoscenico per un superbo protagonista, la calotta semisferica del cielo azzurro, mettono in moto reazioni emotive e sensazioni che aumentano se si entra nell’edificio. Impressioni che creano un intrigante colloquio con il monumento.

Castel del Monte è forma simbolo che già al solo sguardo intesse un colloquio segreto con il nostro profondo Se.

E’ un monumento che non ha avuto la fortuna di portarsi dietro un congruo numero di fonti scritte che dicano tutto sulla decisione di costruirlo e perché, per farne cosa. E’ per questo che tutto si è detto: castello da difesa, castello di caccia.. perfino domus di epoca romana. L’unica fonte attendibile da poter essere letta è nella pietra, è il castello stesso.

Un prisma ottagonale con atrio centrale di egual forma con otto torrioni pure ottagonali ai vertici. All’interno ha sedici stanze a pianta trapezia, otto per ciascun piano tutte egualmente sontuose, munite di finestre e preziosi ornamenti scultorei. Alcune contengono grandi camini, tutte le aperture sono incorniciate da preziosa breccia corallina, sul pavimento vi era un ricco mosaico e le pareti erano adorne di marmo. Non vi è alcuna traccia di ambienti destinati a cucina o deposito di provviste, ne scuderie o sotterranei. C’era  solo una vasca monolitica in marmo , anche essa ottagonale, al centro del cortile.

Certo non era un castello difensivo (ampie finestre, nessun fossato o ponte levatoio etc.) nacque cosi l’idea, come detto,  che fosse una residenza di piacere o un castello di caccia voluto da Federico II. A Federico II il castello è infatti legato dall’unico documento che lo nomina: una lettera che l’imperatore inviò da Gubbio al giustiziere di Capitanata il 28 gennaio 1240 chiedendo la costruzione dell’actractus che alcuni tradussero in lastrico … quindi tetto. Conosciamo oggi questa lettera solo per i riferimenti ad essa associati durante i secoli: nel 1786  la pubblica un certo Gaetano Cercani. Quasi settanta anni dopo un tale Brèholles rilegge il registro e traduce actractus in astraco, 20 anni ancora e  un tedesco Bonemerr traduce astraco in estrich ossia lastricato ma già lui non si sente sicuro della propria traduzione e lascia tra parentesi la parola latina.

Durante la seconda guerra mondiale il registro originale va distrutto. Recenti indagini filologiche hanno rivelato che per actractus si intendeva verosimilmente indicare un recinto, non il lastrico. Se diamo tale valore a quella parola il castello all’epoca della missiva era sicuramente già terminato, si trattava solo di farne la recinzione.

In un manoscritto dell’archivio Addosiano di Bari un tale  De Marinis nel 1936, prima delle distruzioni apportate dalla seconda guerra mondiale, racconta di aver letto di una fiera guerriglia combattuta tra i bizantini e i ribelli pugliesi capeggiati da tale Rajca, parente e verosimilmente pronipote del Melo e assegna i confini del luogo della battaglia ai territori di Ruvo, Corato Andria e… Castromonte… Castel del Monte appunto.

Considerando che il Melo muore intorno al 1020 questo se confermato retrodaterebbe la costruzione del castello di qualche decennio. 1190 -1230 dunque. E’ il periodo in cui l’ordine monastico cistercense si installa sostituendo nella maggior parte dei casi i centri di preghiera prima benedettini. E’ il caso di Fossanova per esempio.

Tornando al nostro maniero è accertata la presenza prima della sua costruzione di una chiesa: “ santa Maria del Monte”. Santa Maria del Monte era benedettina ed è facile pensare che come era successo per la maggior parte dei centri benedettini in quel periodo venisse affidata anche essa alle “cure” cistercensi.
Generalmente la sostituzione di un centro sacro come una chiesa avveniva con un altro centro di culto, un’altra chiesa appunto… normalmente un castello sorgeva sulle rovine di un altro castello… questo è l’unico caso che mi risulti in cui un centro sacro ( una chiesa )  viene sostituito con un edificio laico ( un castello )… oppure no?

Oppure la costruzione di cui parliamo era nell’intenzione degli edificatori un edificio sacro, un luogo di culto?

Appare evidente dagli stilemi architettonici e scultorei usati una diretta connessione con le maestranze cistercensi: i costoloni non portanti che segnano le crociere delle volte, alcuni elementi scultorei sembrano identici a quelli di Fossanova (vedere tetto – torre n. 7) addirittura passeggiando per le sale del secondo piano dove panchine di pietra percorrono l’intero perimetro degli ambienti sembra di essere in una sala capitolare cistercense.

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Fr. Abulafia

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Bibliografia

Castel del Monte: Giorgio Saponaro ed. Adda
Il reale e l’immaginario: Giosuè Mosca ed. Adda
Un libro di pietra: Maria Letizia Troccoli Verardi ed. Adda
Una stella sulla Murgia: Aldo Tavolaro ed. Adda
I restauri tra leggenda e realtà: Giambattista De Tommasi ed. Adda
L’occhio rapace dell’obiettivo: Renato Rotolo Ed. Adda
Castel del Monte: Carl Arold Willemsen
Castelli Medioevali: Raffaele Licino ed. Dedalo
Castel del Monte scrigno esoterico: Aldo Tavolaro ed. Laterza
Castel del Monte e il segreto dei Templari: Aldo Tavolaro ed. Laterza
La Cabala e l’alfabeto Ebraico
Scrivere l’ebraico: Giancarlo Lacerenza
L’ Esoterismo cristiano: René Guénon

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Recensione “Dei riti egizi e della Tradizione italico-mediterranea”

Editore: Tipheret / Collana Beth / ISBN o Codice id: 9788864960647
Formato del libro: Brossura | Pubblicato il: 07/10/2012, 128 pagine, lingua IT

“Il saggio, frutto di rigorosa sintesi storica sui Riti Egizi, nasce dall’esigenza di sfatare la tendenza a definire come misteriose e incerte le origini di un’aurea Tradizione italico-mediterranea. Fino ad ora sono stati pubblicati sull’argomento solo testi frammentari e partigiani, spesso apologetici di lignaggi zoppi o privi di regolarità iniziatica. Diversi sono coloro che hanno ritenuto lecito trattare dei Riti Egizi guardandoli esclusivamente dall’esterno. In queste pagine sono state raccolte e illustrate in modo chiaro e completo, con la riproduzione di documenti inediti e la cronologia delle successioni, più di duemila anni di vicende iniziatiche, dalle origini Egizio-elleniche, fino al recente ritorno sul suolo italico dell’autentico deposito conosciuto come “Arcana Arcanorum – Regime di Napoli”.”

Come non essere d’accordo con questa descrizione dell’opera tratta dall’apposita pagina della stessa Casa Editrice Tipheret.

L’Autore, grazie ai documenti raccolti e le ricerche portate avanti per oltre 25 anni, riesce a riportare alla luce con una vastità di documenti (anche inediti) la storia della più antica tradizione iniziatica che si tramanda ancora oggi a dispetto della tendenza nel giudicare “misteriore” le Origini dei Riti Egizi.

Attingendo da tante fonti, archivi personali, ricerche bibliografiche incrociate, alcune comparazioni Rituali  come quello del “Crata Repoa”, ovvero del rito conosciuto anche come “Rito degli Architetti Africani”, l’Autore svela una cronologia initerrotta di una Tradizione mai sopita all’interno della quale l’Italia e Napoli si innestano a pieno titolo; certa per l’Autore infatti la vera datazione del Rito di Misraïm e la sua origine partenopea grazie alla “Lettera Patente” rilasciata dalla Gran Loggia d’Inghilterra in data 11 maggio 1728 che dimostra sembra ombra di dubbio che questo Rito era già in uso in quell’anno in seno alla Loggia “Perfetta Unione” di Napoli.

Dal Protocristianesimo fino ai giorni nostri, l’Autore ci consegna una incontestabile cronologia di date, eventi e foto fino al 2009, quando, con la Costituzione in Francia del Sovrano Santuario Tradizionale d’Italia del Rito Antico e Primitivo di Memphis-Misraïm, questa Antica Tradizione Rituale è ritornata sul suolo italico come in tal senso chiarirono i tre Grandi Ierofanti Consacratori quando specificarono che, dopo circa un secolo, stavano restituendo all’Italia ciò che in Italia era nato, ma che si era assopito o alterato.

Consigliamo l’opera a quei lettori alla ricerca di un faro che faccia luca sui Riti Egizi al di fuori dei tanti lignaggi carenti di regolarità iniziatica.

Comitato di Redazione

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La devozione e l’Armonia in un viaggio verso la Reintegrazione.

In questa epoca disorientata e disorientante non vi è nulla di più complicato che “orientarsi”. Qualsiasi sia la Via perseguita è fondamentale innanzi tutto  porsi dei riferimenti e per farlo bisogna “fermarsi”. 

Irretiti tra i ricordi di un passato confuso e le tensioni di un futuro incerto il solo atto del fermarsi è una impresa degna di coraggio e la sua applicazione è una scienza degna di studio.

Questa scienza è pura ricerca e la sua codificazione impone metodo e costante attenzione.

Presuppone di non accettare nulla a priori, qualunque sia la fonte dichiarata. Infatti per colui che ricerca una direzione accettare che qualcuno gliela indichi, sia esso un testo o un Maestro, è una azione da compiere con il supporto di grandi Virtù. La più importante la prudenza. Seguire una direzione, una Via,  vuol dire avere a che fare con concetti quali lo Spazio ed il Tempo ed occorre essere coscienti che noi siamo Materia agente in essi.

La materia, in questo la scienza e la filosofia sono d’accordo, è interpretata come coagulazione dell’energia sia essa prodotta dal Big Bang (pensiamo alla nota formula e=mc2)  o dall’emanazione dell’Assoluto. La materia diviene limite alla conoscenza, tutto ciò che non è immediatamente percepibile è secondo la scienza inesistente.

… non soltanto impariamo ad ammirare le ricche magnificenze di Dio, ma impariamo anche a discernere ciò che ci è permesso conoscere da ciò che sarà per sempre interdetto alla nostra penetrazione e sottratto alle nostre luci.

Ciò che sarà per sempre interdetto […] è la scienza del mondo […] Questo velo è posto sui nostri occhi perché l’opera della nostra emanazione essendo riservata esclusivamente a […] Nostro Padre la conoscenza del modo di quest’ opera deve essergli riservata pure. Se noi avessimo come lui questa conoscenza […] saremmo DIO

Il modo di percepire Dio è duplice. La parte non occulta è indagabile attraverso il funzionamento meraviglioso del creato e la danza prodotta dai suoi ritmi, è scandagliabile attraverso lo studio del quaternario e delle sue applicazioni , ma comunque Egli rimane nascosto, occultato, coperto da quel velo costituito proprio dalla sua parte visibile che agisce sui nostri sensi come una luce abbagliante che ci impedisce di guardare ciò che le sta dietro.

Almeno fino a quando ci affidiamo solo ai nostri sensi per conoscere …

Sua emanazione, il creato, dunque non è cosa a parte rispetto a Dio. Egli, il Divino, permea di se ogni atomo della materia.

E’ ancora il Logos creatore che separò le acque inferiori da quelle superiori a farsi vibrazione vivifica ed eterna in ogni aspetto della materia, è ancora il Me’ egizio posto come impronta divina, sigillum archetipale in ogni punto di questo piano orizzontale a suggerirci la presenza di un diretto contatto con la volontà creatrice.

Immersi dunque nell’eterno divenire della materia, accorgiamo in noi un forte desiderio di ritorno, di Reintegrazione perché come riporta Bhome:

Nessuna cosa può riposare in se stessa, a meno che non rientri da dove è uscita

Siamo “inconsciamente coscienti” che apparteniamo al Tutto. Le onde vibrazionali che ancora suonano in ogni parte del nostro essere sono le stesse che fanno cantare gli astri (Pitagora) e a noi non resta che ascoltare ed estasiati anelarne la provenienza:

Ti ringrazio Dio, potenza delle mie energie.
Il tuo Verbo tramite me ti canta.

Ci doni l’intelletto perché possiamo conoscerti, la ragione affinché ti ricerchiamo con le nostre indagini, l’intuizione affinché conoscendoti possiamo gioirne

Ti abbiamo conosciuto, o eterna durata di tutta la natura, ripiena del tuo pensiero.
Il tuo uomo proclama queste cose, attraverso il fuoco, l’aria, la terra, l’acqua, lo spirito

Avvertiamo in noi dunque una provenienza altra, un legame percepito aldilà dei nostri sensi ma solo con l’ausilio dello spirito, la quinta Alpha del Pentalfa, quello Shin ardente che brucia senza consumare (Esodo 3:1) e che, solo, è li a proclamare la Verità.

Ascoltarlo è già ritorno. Indagarlo è già conoscere la Verità.

Scorgerlo è già dotarsi di quel lume che come nella nona lama dei Tarocchi aiuta l’eremita a farsi luce nell’oscurità cosi’  ci è d’ausilio nel nostro viaggio di Reintegrazione , ci fa da ago magnetizzato per tracciare la giusta rotta per il nostro rientro in patria:

Come s’agitano nell’immenso universo e si ricercano queste anime innumerevoli, che sgorgano dalla grande anima del mondo! Esse cadono di pianeta in pianeta e piangono nell’abisso la patria  dimenticata

Il pericolo è non ascoltare questa Verità che pure grida forte la sua presenza.

Piangere nell’abisso la patria dimenticata” questo è il centro focale su cui concentrarci. Dimenticare la patria è pensare che nulla esista oltre il dimostrabile.

Siamo figli di una cultura positivista che questo ci insegna, è la parte oscura dell’intelletto a suggerirla e a promuoverla come unica verità. E’ il Materiale che promuove se stesso a unico Dio auto-creato e auto-generato e che in se ha l’unico scopo.

E’ l’ombra di Dio che proclama se stessa fonte di luce.

Dimentichi della patria si rischia di accettare l’Abisso per propria dimora. E’ una operazione di cristallizzazione che è ancora in atto e che più si completa più ci rende pesanti ed incapaci di volgere il capo in alto e li scorgere la Maàyan, la sorgente da cui discendiamo e verso cui deve essere impostato, fermo,  il nostro cammino.  Dunque è solo una questione di consapevolezza. Una volta assunta questa semplice verità diveniamo portatori del sacro, o meglio consapevoli portatori del sacro.

E’ quel “Sacro Intelletto” descritto nell’Asclepio, la scintilla divina di Sophia descritta dagli gnostici, la Neshamah ebraica, il Nous Greco o l’Atman induista.  Comunque lo si chiami è quel fuoco sacro che gelosamente dobbiamo custodire.

Eliminate le scorie saremo pronti ad essere reintegrati.

Sappiamo che la reintegrazione di tutte le creature, spirituali o materiali, è lo scopo ultimo della vera alchimia.

Tutte le religioni o le filosofie si sono affannate a domandarsi cosa fosse questa Energia che si diverte ad assumere infinite forme. Ciò che importa è comprendere che da essa tutto deriva, anche noi (ciò è palese anche per la scienza ordinaria).

In questa sede non importa tentare di comprendere quello  che le scuole ermetiche chiamano non a caso l’Inconoscibile, ma sapere che da esso deriviamo e ad esso aneliamo.

La Reintegrazione è possibile solo attraverso la scoperta e la conseguente  acquisizione di stati, di livelli di energia via via più alti.

E’ bene tenere presente che:

  • tutti gli stati, tutti i posti, rappresentano alternativamente un ottenimento ed una perdita
  • esiste una porta per entrare ed una per uscire e ogni porta ha una chiave
  • ogni porta è un limite ed individua un cambiamento di stato, ma poiché è un limite apribile o chiudibile, vuol dire che esistono mezzi , combinazioni o conoscenze che consentono di passarci attraverso
  • si possono variare i tempi di entrata, permanenza ed uscita da tali spazi. Con opportune tecniche si possono ridurre o dilatare tali tempi
  • a seconda dei livelli di coscienza individuale si possono raggiungere stati diversi che in seguito possono a loro volta essere trascesi.

Una di queste chiavi, forse la più potente è l’Armonia. Far vibrare in assonanza Microcosmo e Macrocosmo è sicuramente una via diretta all’acquisizione di stati di coscienza superiori. Al fine di ottenere tali risonanze è di fondamentale importanza conoscere i ritmi del proprio corpo e quelli  del cosmo.

Ma per “vibrare” bisogna prima “fermarsi”

Le tradizioni, soprattutto quelle orientali, hanno da sempre sviluppano lo studio di posizioni che potessero consentire all’uomo di ritrovare omologie con il tempio celeste.
Tali posizioni sono punto di partenza obbligato al fine dell’ottenimento di un punto di equilibrio fisico e psico-fisico. Pensiamo alla posizione del Faraone.

Ogni fenomeno ciclico, ogni vibrazione, avviene per l’oscillazione fra due polarità. Anche l’insieme Uomo può considerarsi oscillante tra due estremi: l’istinto animale e un altro che potremmo definire spirituale o angelico. Nel dramma della consapevolezza del distacco edenico, nasce la tensione spirituale che porta alla risalita. Ma il coinvolgimento dell’uomo con le passioni riprecipita lo stesso nella sfera istintuale.

L’uomo dunque alterna la coscienza fra questi due stati e… Vibra.  Nel far ciò emette il suo suono nel cosmo più o meno armonico.

L’ armonizzazione del proprio suono è possibile attraverso il respiro, la mente il ritmo e riconduce, correttamente modulato, la nostra onda nell’oceano universale. Ci sintonizza e ci identifica con L’Uno che noi siamo.

Luciano ci dice che l’uomo è capace di modulare tre stati di qualità spirituale crescente:

  • quello intimista della preghiera
  • quello penetrante della Magia
  • quello ineffabile prodotto dalla comunione del proprio stato vibratorio con quello di anime a se affini. Ed è ciò che tentiamo di fare “in catena”.

Assonanza vibrazionale fra microcosmo e macrocosmo si diceva.

L’universo ha innumerevoli motalità vibranti. Lo studio dei fenomeni naturali, interessi esso il nostro pianeta o la nostra galassia, ci ha portato a concepire un universo in cui la norma è la ciclicità.

La legge ciclica è presente ovunque: il ciclo giorno notte, quello stagionale, il nostro respiro etc.

Quando il Sole raggiunge il suo minimo d’irraggiamento si trova nella situazione di massima debolezza. E’ anche però carico al massimo per invertire la marcia ed iniziare a rinascere. Cosi’ pure nel solstizio d’Estate è al massimo di irraggiamento ma nella situazione di minima carica e quindi avviato ad una nuova fase discendente.

Quanto descritto a livello cosmico è detto dall’induismo il respiro di Brhama.

Così a livello cardiaco gli impulsi sono distanziati da pause e riposo, il sangue entra vecchio nel cuore come il vecchio Sole entra nel nuovo anno e come questo ne esce rinnovato dall’accumulo di ossigeno disponibile nei polmoni. Il coordinamento dei battiti del cuore con il ciclo respiratorio è utilizzato per accordare i cicli biologici a quelli Universali.

Lo yoga attraverso il Pranayama, il Taoismo attraverso la circolazione del respiro, la preghiera cristiana attraverso le pratiche di tipo esicasta, tutte le vie iniziatiche attraverso la meditazione, prevedono la stabilizzazione dei cicli del respiro in forma simmetrica .  Le fasi di inspirazione ed espirazione realizzano un ciclo che si ripete costantemente con la stessa “forma”. Questa forma se rappresentata su un piano cartesiano può assumere l’ aspetto di una ellisse.

L’osservazione delle geometrie del respiro, sviluppata in senso cosmico, porta a contemplare le stesse forme realizzate dalle orbite planetarie o comunque dai moti celesti anche su scala più ampia.

Uno dei mantra di più antica origine presente sia nel sistema buddista che in quello induista si basa su due sillabe Ham –Sah oppure So – Ham relazionate onomatopeicamente al suono del respiro, in ispirazione ed espirazione. Tale suono viene connesso ai cicli cosmici.

Prima che ogni speculazione di tipo scientifico o filosofica tentasse di indagare l’ Universo, l’uomo ha certamente percepito la ritmica del cosmo in maniera sicuramente più diretta.

Simila similibus dicono gli antichi, cosi’ in alto come  in basso dicono gli alchimisti.
E’ la legge dell’equivalenza delle forme dei cabalisti.

Nella sua disperata ricerca dell’ Assoluto l’uomo ha scoperto le leggi della similitudine. Il tempio umano è in grado di produrre una gamma limitata di vibrazioni ma omologhe a quelle cosmiche  e ad esse assimilabili.

Il respiro  oscilla tra due estremi, ispirazione ed espirazione. Il passaggio da uno stato all’altro  avviene in un solo, particolare, momento.

E’ cosi’ che la notte diviene giorno in un solo punto nello scorrere spazio-tempo  dove il giorno è notte e la notte è giorno. Un punto quasi atemporale di difficile identificazione. E’ l’unico attimo di quiete dove il tempo sembra non scorrere.

Qui è possibile un cambio di dimensione.

E’ come essere appesi ad un’altalena e tra la salita e la discesa  vi è un unico momento in cui si resta in quiete, fermi, immobili, è l’unico momento in cui il paesaggio si blocca davanti ai nostri occhi e tutto diventa più nitido e chiaro, è un momento magico dove la consapevolezza diventa un fatto vibrante.

Si ha quasi l’impressione di poter scendere dall’altalena senza alcun rischio, si scorge perfettamente  ciò che ci circonda e da una prospettiva inedita, è un momento conoscitivo privilegiato.

Ecco l’ affannosa ricerca di momenti simili, di non-luoghi, di momenti da vivere il più a lungo possibile dilatandone la durata attraverso le pratiche ascetiche. Ecco l’importanza dei solstizi, momenti in cui il Sole rimane “appeso” tra uno stato di minima potenza e quello successivo che porterà al suo massimo splendore o viceversa.

Plotino paragona il Sole all’intelletto e alla Luce, la Luna all’Anima la cui luce è solo un riflesso dell’Assoluto.

Plenilunio e Novilunio sono i momenti magici, visti sotto quet’ottica, tra cui la nostra Anima oscilla. Momenti propizi in cui è possibile focalizzare nitidamente il contenuto di essa, saggiarne il “colore” al fine di rimodulare le proprie frequenze oscillatorie a accordarle con quelle dell’Anima Universale.

Fr. Abulafia

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Bibliografia di riferimento.

  1. Luis-Cloude de Saint Martin – I numeri pag.22
  2. Frammento orfico
  3. Shurè – I grandi iniziati –pag.213
  4. Ambelain –l’alchimia spirituale- pag 131
  5. Boehme – Mysterium Magnum
  6. Claudio Lanzi – Ritmi e Riti
In evidenza

Simbologia Esoterica nella Villa del Parnaso

L’articolo è un estratto di un lavoro inedito di Armando Mei, ricercatore e studioso di Egittologia Predinastica. Il lavoro è coperto dalla legge sul Copyright ed è vietata la riproduzione. La Villa del Parnaso si trova nella città di Torre Annunziata (Napoli), risale al 1700 ed è stata realizzata sui resti di un’antica villa romana del I secolo a.C..  Si ringrazia l’Autore per l’autorizzazione alla pubblicazione online in esclusiva per il nostro Blog.

L’argomento trattato ha la sua centralità nelle opere che sono state realizzate nella torre di Villa Parnaso, restituita al patrimonio cittadino nel 2017, la quale contiene una serie di manufatti realizzati nelle scale di collegamento al litorale oplontino, che dimostrano un passato ricco di storia, di cultura e di tradizioni che si collegano ai miti egizi e alla filosofia greca.

L’analisi delle opere e lo studio delle simbologie è un tema particolarmente complesso, poiché sono espressione del Mito Egizio del Culto di Osiride, collegato alla Filosofia Neoplatonica attraverso una lettura alchemica basata sui quattro elementi della Natura, secondo una dinamica connessa alle tre Leggi di base della Fisica: Elettromagnetismo, Relatività e quantistica.

Tuttavia, prima di analizzare le simbologie delle opere realizzate all’interno della Torre della Villa, vi invito a fare un passo indietro, spostandoci in Egitto, dove sono stati realizzati i monumenti più straordinari dell’antichità, ovvero le piramidi di Giza. Nell’immagine possiamo osservarli nella loro maestosità. Oggi non ci soffermeremo sulla storia di questi monumenti, ma li analizziamo da un punto di vista strutturale, poiché è dalla loro architettura interna che, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le simbologie più significative che hanno fortemente condizionato le scuole alchemiche ed iniziatiche del Medio Evo, del Rinascimento fino agli inizi del secolo scorso.

 

Prendiamo come punto di riferimento la cosiddetta Piramide di Cheope o Grande Piramide, la cui distribuzione degli interni è molto importante ai fini della sviluppo delle simbologie. Sappiamo dalla Scuola Accademica che questo monumento è stato realizzato dal Faraone Cheope ed utilizzato come tomba del Sovrano. In realtà, in questi ultimi 30 anni, alcuni ricercatori, me compreso, hanno dimostrato che la Piramide non ha nulla a che fare con l’Egitto Dinastico, ma si riferisce ad un periodo molto più antico. Nella Teoria di Robert Bauval, basato sulla correlazione astronomica tra gli edifici e le stelle, questi monumenti risalirebbero al 10.500 a.C. Nella mia teoria, presentata alla Zayed University, ho dimostrato – sulla base di studi matematici – che i monumenti sarebbero stati realizzati in un periodo ancora più lontano nel tempo, e precisamente nel 36.400 a.C. Non entro nel merito della mia teoria, tuttavia, è opportuno sottolineare come questo edificio abbia fortemente influenzato le scuole di pensiero da quella Egizia a greco-romana.

Osserviamo la disposizione degli ambienti interni, notando che la piramide si sviluppa dal sottosuolo, con la Camera Sotterranea fino alla parte superiore del monumento, dove si trovano le cosiddette Camere della Regina e del Re, quest’ultima sormontata da un ambiente che viene chiamato Djed. Questo elemento architettonico ha assunto un’importanza straordinaria nello sviluppo del Culto di Osiride. Il termine Djed si riferisce al concetto di equilibrio e/o stabilità. Pertanto, possiamo dedurre che questo elemento chiave della costruzione abbia un retaggio che gli conferisce una funzione ben precisa. Ma equilibrio e stabilità rispetto a che cosa? Sappiamo che da un punto di vista ingegneristico, questo elemento, pur trovandosi all’interno dell’edificio, è completamente sganciato dal resto della costruzione. Nel senso che l’unico punto di contatto è con il soffitto della Camera del Re sul quale poggia. Le pareti, invece, sono separate dal resto della struttura. Questo elemento, connesso al principio di stabilità, ha suscitato non poche perplessità tra i ricercatori, poiché evidentemente, il concetto di equilibrio e di stabilità non si riferisce alla staticità dell’edificio, ma a qualcosa di più complesso. In ogni caso, osserviamo alcuni elementi fondamentali.

 

Dividiamo, innanzitutto, gli interni della Piramide in due parti, quelli che si trova al di sopra del livello della terra e quelli posizionati al di sotto. Possiamo notare che essi formano due triangoli, uno che tende verso l’altro e l’altro verso il basso. I medesimi triangoli, se collegati agli ambienti interni, determinano un punto parziale di sviluppo, posizionato nello Djed e nel pozzo della Camera Sotterranea. Da questo ripartizione otteniamo quattro triangoli, uno con il vertice in alto, l’altro con il vertice in basso, un altro con il vertice in alto e tagliato nel punto dello Djed e l’altro con il vertice in basso, tagliato nell’estremità inferiore del pozzo all’interno della Camera Sotterranea. Questi quattro triangoli, da un punto di vita simbolico, rappresentano i quattro elementi della Natura, ovvero, rispettivamente: l’Aria, la Terra, il Fuoco e l’Acqua. Perché, i saggi del passato hanno creato questa correlazione. Il triangolo con vertice in alto, punto verso il cielo, lo Spazio e quindi parte integrante di un’area aperta e quindi è immerso “nell’aria”; il triangolo con vertice in basso, è compreso nella Terra, è quindi facilmente intuibile la correlazione; il triangolo con il taglio in basso, si riferisce all’acqua. A questo proposito, dovete sapere che nel sottosuolo della Piramide esiste un insieme di condotti, in parte naturali e in parte appositamente costruiti, che ricevevano le acque del Nilo durante i periodi di piena. Ora, la spinta dell’acqua genera una pressione sull’area contenuta nei condotti, generando un fenomeno di ionizzazione, ovvero generando un fenomeno di aria elettrificata. Questo fenomeno è alla base del fenomeno scientifico, legato ai tre principi della fisica di cui abbiamo parlato (elettromagnetismo, relatività e quantistica) che giustificano il triangolo con il vertice tagliato in alto che rappresenta il Fuoco. Questo “fuoco” in realtà fa riferimento ad una forma di energia che veniva prodotta al suo interno. Dove troviamo la giustificazione a questa ipotesi. Esattamente nella Seconda Piramide, quella di Chefren. Nel 2012, nel corso di un mio studio su questo edificio, ho scoperto che i rapporti proporzionali di base e di altezza, restituisce, come costante, il numero 137. Ovvero, il numero che si riferisce alle quantità di rotazione dell’elettrone dell’atomo di idrogeno e che unisce le tre leggi della Fisica citata. Pertanto, il messaggio di conferma perviene direttamente dai costruttori del complesso monumentale. Da un punto di vista simbolico, abbiamo degli edifici che sono stati presumibilmente realizzati per espletare una funzione scientifica, i quali nel corso del tempo i sono svuotati del loro significato iniziale per divenire semplicemente dei simboli che esprimono i principi filosofici. Se, a questo punto, osserviamo la distribuzione interna delle opere realizzate all’interno della torre di Villa Parnaso, ci troviamo in presenza dei medesimi concetti espressi sotto forme simboliche diverse. Chi ha realizzato quelle opere conosceva perfettamente l’eredità teologica e filosofica proveniente dall’Egitto e dalla Scuola Alessandrina.

 

Vediamo come ne ha trasmesso i concetti: nella parte inferiore della Torre, esattamente nel sottosuolo, ci troviamo in presenza di tre elementi della Natura, visibili: ovvero la Terra (siamo nel sottosuolo), l’Acqua (la presenza di una vasca ne è la dimostrazione), l’Aria (ovviamente), il quarto elemento, il Fuoco, si può presumere, poiché per illuminare l’ambiente, nel settecento, c’erano sicuramente delle torce. Il visitatore che avesse voluto percorrere il cammino di conoscenza dei segreti dell’antichità, doveva partire proprio dai quattro elementi della Natura, nella parte inferiore della Torre. Per iniziare un cammino, bisogna varcare una soglia, rappresentata da questa meravigliosa opera ricca di significati. Innanzitutto, rileviamo la presenza del numero 3, della perfezione a cui deve aspirare il neofita. Ci sono tre porte e solo una conduce al piano superiore. Le laterali sono decorate con simbologie molto interessanti, dove dominano due colori in particolare, il bianco e il nero, simbolicamente espressione del bene e del male. Entrambi si generano da un punto, di colore grigio che è la sintesi di entrambi. Rappresenta, pertanto, un avvertimento a chi si incammina poiché i percorsi di conoscenza preservano sempre delle insidie se non li si comprende nella loro corretta forma. Quindi è necessario passare dalla porta principale, dove campeggia una fonte d’acqua, ovvero quella fonte o sorgente a cui si attinge l’Acqua della Vita.

 

Arriviamo al secondo elemento del percorso simbolico che il visitatore sta compiendo. Anche in questo caso, l’opera si distingue per la presenza del numero 3, ovvero i tre gradini che deve salire per entrare nella “Grotta”. Questa opera si ispira chiaramente alla cosiddetta “Caverna di Platone”, riproponendo un tema della filosofia Neoplatonica estremamente importante e collegato al Principio della Consapevolezza e al distacco delle cose materiali. E’ l’immagine dell’uomo che si innamora della propria ombra – che in questo caso si genera grazie al finestrone che campeggia di fronte alla fontana – che riflette l’ombra del visitatore nella Caverna.

 

L’uomo consapevole ha la forza di liberarsi dalle catene della materia, lasciando l’ombra e rivolgendosi verso la Luce per ricevere la conoscenza. Da rilevare la particolarità dei colori che caratterizzano l’opera, poiché non sono casuali. Questo colore, infatti, è un marrone – sintesi del giallo, rosso e nero – che simbolicamente rappresenta la completezza fisica e mentale. Inoltre, nella parte superiore, quasi ad indicare il prossimo obbiettivo, campeggia una conchiglia. Nell’antichità era simbolo di movimento, indicava i pellegrini che affrontavano il viaggio. Quindi è intuibile il riferimento alla necessità di affrontare il prossimo obbiettivo.

Si arriva infine all’ultimo elemento della sequenza, qui rappresentato da un maestoso richiamo all’Antico Egitto e, in particolare, al Culto di Osiride e allo Djed di cui abbiamo parlato. Anche in questa opera campeggia il numero 3. Ora osserviamo gli elementi che compongono questa fontana. La prima cosa che notiamo è la particolarità delle vasche che formano la fontana.

 

Ricordate lo Djed e il principio di stabilità ed equilibrio? Nell’uomo qual è l’elemento che confluisce stabilità? La Colonna Vertebrale… Ebbene lo Djed nell’antico Egitto è noto anche come Colonna Vertebrale di Osiride. Se osserviamo la singole vasche possiamo notare che la vasca inferiore è simile al primo anello della nostra colonna vertebrale, cosi come la centrale corrisponde all’anello della colonna all’altezza del cuore e, infine, la superiore che è molto simile all’anello in corrispondenza della pineale. In pratica, in questa fontana, è rappresentato il collegamento dell’uomo con il divino, l’Energia che scorre dalla Terra che attraversa l’uomo per collegarsi con lo Spazio che ci circonda che è fatto di energia. Il riferimento all’Egitto lo si ricava dal Triangolo in cui è inserita la fontana, il triangolo che rappresenta l’Egitto, le piramidi, ma anche l’Energia nella sua forma geroglifica. Inoltre, il triangolo è di colore nero, chiaro riferimento all’Egitto che è noto con il nome di El Khemè, ovvero la Terra Nera, ovvero Alchimia. La colorazione che ancora sopravvive al tempo, non è casuale, poiché è dorato e l’oro, sappiamo, è uno dei migliori conduttori di energia. Il tutto è racchiuso in due rettangoli che simbolicamente rappresentano la terra. Tuttavia, se osserviamo la parte superiore dove c’è la punta del triangolo, notiamo che la figura geometrica si divide, proprio come la Grande Piramide che è priva della punta. Questo elemento si collega allo Spazio e quindi al Fuoco della Conoscenza che, per gli alchimisti, era Energia.

 

Se la Torre di Villa Parnaso ospita queste simbologie così straordinarie, non oso immaginare quale fonte di ricchezza culturale poteva contenere la Villa stessa. Torre Annunziata nel XVIII e XIX secolo, era uno dei centri culturali più importanti d’Europa e non è un caso se, Wolfgang Goethe, una delle figure più illustri della letteratura dell’800, sia passato a Torre Annunziata.

Qui c’era una Scuola, ispirata ad antichi percorsi di conoscenza, che molto probabilmente faceva riferimento a quella costituita, nel 1776 in Baviera.

Comitato di Redazione

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L’Iniziazione, la Via Iniziatica ed i suoi pericoli.

“Il maestro segreto è chiamato a compiere una trasmutazione, la prima e la più importante: è chiamato a trasformare la “passività” tipica della massoneria azzurra, nel senso dell’atteggiamento usuale del massone che apprende nei tre gradi , in “attività” propulsiva e propositiva tipica invece di chi vuole iniziare i primi passi verso la Verità” 

Da qui in poi al Maestro Segreto è chiesto un continuo lavoro interiore utile al proprio perfezionamento ed ad una vera e propria opera di sgrossatura del proprio IO capace, questa, di proiettarlo verso l’acquisizione di stati coscienziali via via superiori.

E’ la Via Iniziatica propriamente detta. Ma il percorrere strade ascendenti non mette assolutamente al riparo da repentine ricadute, anzi…

Come si è già detto, facendo riferimento alla frase di Zoroastro richiamata dal nostro rituale, più si splende e più sono nette e definite le ombre che proiettiamo: ad ogni nuova acquisizione coscienziale  può corrispondere (e spesso corrisponde) un inspessimento del nostro Ego che in talune occasioni diviene tanto ingombrante da serbarci cattive sorprese.
A proposito della relazione tra Ego e materia già Fabre D’Olivet in “la lingua ebraica restiuita”  ci avvisava parlando del serpente biblico (in ebraico Nahash) : «Nahash caratterizza propriamente quel sentimento interiore e profondo che lega l’essere alla sua stessa esistenza individuale, e che gli fa desiderare ardentemente di conservarla e di estenderla. Questo nome è stato sfortunatamente tradotto nella versione degli ellenisti con quello di serpente; ma non ha mai avuto questo significato, neppure nel linguaggio più volgare. L’ebraico ha due o tre parole, completamente diverse da quella, per designare un serpente. Nahash è piuttosto, se posso esprimermi così, quell’egoismo radicale che porta l’essere a mettersi al centro e rapportare tutto a lui. Mosè dice che questo sentimento fu la passione travolgente dell’animalità elementare, la molla segreta o il fermento che Dio donò alla natura […] Così, secondo la vera dottrina di Mosè, Nahash non sarà affatto un essere distinto […] bensì un impulso centrale dato alla materia, una molla nascosta, un fermento agente nella profondità delle cose»

In sostanza è quel legame che ci tiene ardentemente uniti al “materiale” e che più  ci si allontana da esso più oppone resistenza e ci richiama con forza a se. Non per niente D’Olivet parla di “molla”.

Esso ha origini antiche, infatti il compianto De Guaita nel suo “ Discorso Iniziatico” ci dice:
“Invece di vivere felice nella sostanza materna della Natura divina e nell’Unità del Verbo – Adamo, incitato da Nahash (l’egoismo), volle conoscere ed afferrare la Natura in se stessa […]Egli si immerge imprudentemente in questo baratro, vi cerca luce, vita autonoma ed onnipotente; ma non vi trova che tenebre angosciose… Egli s’immerge in un nulla avido d’essere, che aspira la sua vita e di cui egli diviene la larva divorata incessantemente.”

Quindi Nahash è parte di noi, sentita la sua energetica attrazione all’origine dei tempi l’Uomo è in esso invischiato e da esso distratto dalla primigenia natura di essere alieno alla materia.

Siamo cosa altra ma nella materia continuiamo a identificarci.

Ad ogni cambiamento di stato, ad ogni gradino superato sentiamo forte questa attrazione ed anziché percepire un alleggerimento, segno evidente della nostra faticosa opera di sgrossatura, ci preoccupiamo della perdita intima di un qualcosa che sentiamo nostro da sempre: è il guardiano della soglia cui talvolta abbiamo fatto riferimento che ci mette alla prova e che talvolta ci trova fallaci.
E’ dunque nei momenti cosi’ detti di transizione che Nahash, l’egoismo, accresce se stesso in maniera esponenziale e, se non appropriatamente preparati, siamo di esso facile preda.

Attirati dalla Luce veniamo guidati altrove dalla sua negazione.

Ecco che il ripiombare verso il nostro essere saturnio, tipico di chi non è pronto al cambio di stato, diviene il pericolo cui va incontro sia l’iniziato come essere singolo che un  intero Egreggore, quando attivato nella sua interezza.
E’ una sorta di auto-determinazione della Via iniziatica, una selezione, potremmo dire,  che essa compie al fine di tenere lontano chi non ancora in grado di percorrerla, letteralmente espellendolo.

E’ una nigredo questa che ci insegna molto, l’abbandonare perché convinti che nulla si è prodotto sulla propria coscienza è un atteggiamento tipico di chi non è ancora pronto a praticare tali sentieri e da essi non ancora in grado di percepirne i profondi insegnamenti, allora si compie un “suicidio iniziatico”: sentendosi più attratto dal “concreto”, dal “tangibile”, dal “materiale”… in definitiva da Nahash in esso si ripiomba allontanandosi repentinamente dal cammino ormai resosi impraticabile a causa della propria natura: è l’orbo che si acceca definitivamente perché convinto che non raggiungerà mai la luce… che pure intravede.
Le forze centrifughe e disgregatrici fanno perno e leva proprio sulle prominenze egoiche non opportunamente rilevate e smussate.

Ci dice Guenon che “nell’iniziazione è di fondamentale importanza un collegamento ad una Organizzazione Tradizionale, che non può, beninteso, dispensare in alcun modo dal lavoro interiore che ognuno deve compiere da se stesso […] Bisogna capire che coloro che sono stati costituiti depositari della Conoscenza Iniziatica, non possono comunicarla come farebbe un professore al suo alunno, si tratta qui di una cosa che è propriamente incomunicabile, poiché sono Stati dell’Essere da realizzare interiormente.”

Quindi nella via iniziatica occorre sviluppare la Virtualità che essa costituisce, ma è altresì necessario che questa virtualità preesista.

E’ fondamentale comprendere che le attitudini o le possibilità incluse nella natura individuale non sono altro che Materia Prima, ovvero pure potenzialità  in cui niente è ancora sviluppato o differenziato. E’ quindi lo stato caotico e tenebroso che il simbolismo fa corrispondere al mondo profano e nel quale si trova l’essere che non è ancora pervenuto alla sua “ seconda nascita”  o nel quale, come detto, ripiomba l’iniziato qualora non in grado di sviluppare le proprie potenzialità.

Perché ciò avvenga, affinché le possibilità spirituali dell’essere non rimangano semplici potenzialità ma divengano virtualità pronte a svilupparsi in atto nei diversi stadi della realizzazione iniziatica è necessaria sicuramente una vibrazione iniziale, un Fiat Lux, a cui l’atto dell’iniziazione corrisponde certamente, è fondamentale anche la trasmissione di una influenza spirituale cui l’appartenere ad una organizzazione tradizionale assicura fonte ed intensità di tale trasmissione, ma è di primaria importanza il lavoro individuale unico in grado di trasformare tale influenza spirituale in vibrazione vivificante capace di divenire agente ordinatore proprio di quel caos da cui proveniamo, capace in estrema sintesi di trasformarci da uomini  in adepti al culto delle Virtù e della Verità.

Senza tale lavoro, costante, metodico e incessante, l’iniziato è unicamente in grado di raggiungere lo stato iniziale, appunto, del proprio percorso formativo, è quella definita dallo stesso Guenon come iniziazione virtuale, mentre il lavoro interiore che ne consegue concerne proprio l’iniziazione effettiva. Insomma ci dice Guenon: “questa iniziazione virtuale è dunque l’iniziazione intesa nel significato più stretto del termine, vale a dire come una “entrata”, il che beninteso non significa minimamente che essa possa essere considerata come qualche cosa di sufficiente a se stessa, ma solo come punto di partenza”.

Si può riassumere tutto in un sintetico : entrare nella via è l’iniziazione virtuale, seguire la via è l’iniziazione effettiva.
Seguire la Via implica quindi un lavoro continuo, richiede costantemente la forza di superare degli ostacoli e, ahimé, talvolta la necessita di rincominciare tutto da capo, ma con un bagaglio coscienziale differente utile ad andare più spediti nel viaggio e più accorti nelle scelte che questo via via ci pone dinanzi.

In tale ottica le repentine cadute, le citate nigredo, possono essere viste come momenti di crescita e inevitabili tappe di quel processo evolutivo verso cui l’ Uomo Esoterico è inesorabilmente proiettato  e non come punti di rottura o di abbandono di cui l’ Uomo profanizzato è, suo malgrado, succube vittima.

Lo stare qui oggi a tentare di praticare la Reale Arte indica la nostra ferma volontà di perseguire la Via Iniziatica che da virtuale vogliamo divenga effettiva, forti di quel Fiat Lux che ancora vibra ardendo in ogni fibra del nostro essere e verso cui indirizziamo fermo il nostro passo.

Fr. Abulafia

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Il “Dovere” fino al massimo sacrificio

Il “Dovere” fino al massimo sacrificio

in onore ed a nostra memoria, del Massone Tenente Colonnello Arnald Beltame, perito nel compimento del dovere il 24 Marzo scorso a Trebes in Francia.

Il Fratello Beltrame, si offrì ostaggio in cambio di una donna durante l’attacco terroristico di un membro dell’ISIS e ciò lo portò alla morte al suo posto.

Il percorso Massonico insegna, infatti, il compimento del “dovere” fino al sacrificio, in ogni circostanza ed a qualsiasi costo, senza pensare alla ricompensa ed ad essere soddisfatti solo dell’approvazione della nostra Coscienza, essendo il dovere e per i massoni inflessibile tanto quanto il fato.

Il “dovere” è la grande Legge della Libera Muratoria, esigente come la necessità, ineluttabile come il destino. La strada del dovere conduce senza dubbio alla Verità.

Voglio ricollegare questo gesto eroico di un Fratello Massone, nel compimento del proprio dovere, proprio a quel dovere cui il nostro percorso iniziatico ci chiama.

Avendo pensato più volte che la Massoneria fosse malata, quanto accaduto mi fa invece capire che i principi al cui rispetto siamo chiamati, se pur vecchi di secoli, sono tuttora più che legittimi ed attuali.

C’è allora da pensare che forse i malati siamo noi Massoni e non l’Istituzione ed i principi su cui si ispira il nostro percorso, che ci richiamano alla tolleranza e, conseguentemente alla disponibilità al perdono.

Credo che non si possa tollerare la continua e persistente disattenzione per quanto i nostri Rituali ci trasmettono, così come in alcuni Riti di perfezionamento massonico, che, sostituendo il Rituale di Maestro Segreto con quello di Maestro Perfetto, hanno soppresso il principio del “dovere”, così come, abolendo il grado di Maestro Eletto dei Nove, hanno soppresso il principio di “giustizia”.

Quei Rituali richiamano al dovere ed al lavoro introspettivo sulla vendetta. Allora mi domando: perchè non abolire anche il grado Templare (Cavaliere Kadosh)?  A cosa servono? Forse a richiamarci a doveri scomodi? Sicuramente è più semplice portare l’amore Fraterno su di un piano dialettico, ma ho imparato nel mio percorso (e di conseguenza nella vita profana) che sono i fatti quelli che contano, non le parole.

Negli anni del mio percorso Massonico, ho sentito Fratelli pieni di parole d’amore ed ho visto gli stessi sferrare micidiali pugnalate alle spalle dei loro stessi Fratelli.

Come possiamo considerare ancora questi Signori?  Possono essere dotati di grandi conoscenze, ma sicuramente non sono dei Fratelli, considerando per “Fratellanza Universale” i Principi che ci legano, piuttosto che l’amore espresso in pura forma verbale o la “convivialità profana”.

L’universalità Massonica non va intesa con un “vogliamoci bene intorno ad una tavola apparecchiata”, ma con una comunione d’intenti dettati dai nostri Rituali, con finalità ben più elevate rispetto a semplici e facili declamazioni di principi quasi sempre disattesi,

Per quanto mi riguarda, il Fratello Arnald Beltram è un caro “Fratello”, perito nel compimento del proprio dovere, anche se personalmente perfetto sconosciuto.

Ho provato una lunga e profonda emotività alla notizia del suo decesso, non solo per l’uomo, che come ho detto non conoscevo, ma soprattutto per la lezione che personalmente ho ricevuto, per quanto con il suo gesto ha trasmesso ad una intera comunità Iniziatica e spero che il suo atto contribuisca a scuotere le Coscienze di tutti i Fratelli (anche quelli meno attenti ai nostri doveri), a non disattendere mai, nonostante le avversità della vita profana, gli insegnamenti dei nostri Sacri Rituali.

Fr. Arpocrate

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Criteri di Regolarità di Costituzione di un Sovrano Santuario

Criteri di Regolarità di Costituzione di un Sovrano Santuario e validità iniziatica del suo Presidente (o Gran Ierofante).

In considerazione delle innumerevoli mistificazioni e false trasmissioni che da secoli si perpetuano in seno ai Riti Egizi, non è superfluo illustrare quali siano le corrette modalità di costituzione di un Sovrano Santuario.

Questo dev’essere regolarmente costituito da almeno 3 Patriarchi Grandi Conservatori che siano stati ritualmente insigniti del 95° grado all’interno di Sovrani Santuari regolarmente costituiti. Questa condizione non è per nulla frequente, poiché capita molto spesso che:

  • uno o più Patriarchi Grandi Conservatori siano stati elevati al 95° grado “sulla spada” e, dunque, non in tornata rituale di 95° grado;
  • uno dei Sovrani Santuari nei quali essi abbiano avuto elevazione al 95° grado non sia stato regolarmente costituito
  • Non vengano rese visibili le “patenti” del 95° grado dei fondatori, da cui risultino i Sovrani Santuari che le hanno emesse e le relative date d’emissione.

Tali due situazioni capitano molto più frequentemente di quanto non si pensi, rendendo irregolari la maggior parte dei Sovrani Santuari.

Altrettanto interessante è conoscere quali siano le condizioni di validità iniziatica di un Presidente di un Sovrano Santuario, detto anche Gran Ierofante, dovendo questi essere eletto all’interno di un Sovrano Santuario pre-esistente!

A fronte di questa necessità elettiva, viene da sé che, ogni qualvolta si legga nelle storie dei Riti Egizi che un Gran Ierofante passato all’Oriente Eterno abbia “nominato” quale suo successore un Patriarca Grande Conservatore del suo Sovrano Santuario, tale successione non è da intendersi valida se non sia stata successivamente approvata con votazione in seno al Sovrano Santuario stesso.

Infatti il Gran Ierofante può solo “proporre” un proprio successore, che tuttavia necessita della ratifica del suo Sovrano Santuario, che potrebbe anche, in via ipotetica, deliberare la nomina a proprio Presidente di un diverso Patriarca Grande Conservatore. Sappiamo bene che molto raramente sono avvenute tali ratifiche, in quanto il G.I. “nominato” (a volte anche senza alcun testamento olografo chiuso), si autoinstalla nel ruolo, senza dar modo al suo Sovrano Santuario di eleggerlo formalmente quale Presidente.

Per non parlare poi delle investiture “dirette”, quando qualche Gran Ierofante, la cui giurisdizione è valida solo nel suo Paese,  si permette di investire “sulla spada” un altro fratello, quale Gran Ierofante di un’altra Nazione Paese o di una regione! Mancando la ritualità di una tornata di 95° grado, tali “investiture sulla spada” non hanno alcun valore iniziatico.

Alla luce di quanto detto, se ci si guarda intorno e si leggono le “nascite” di innumerevoli Sovrani Santuari nel mondo, sarà agevole scoprire che pochissimi hanno la regolarità precedentemente illustrata; così come, appena si leggono le “discendenze e filiazioni” di tantissimi Gran Ierofanti, si comprende che, per effetto di “spadate” ed in assenza di Tornate Rituali, essi non hanno alcun potere iniziatico!

Il Sovrano Santuario Tradizionale d’Italia del Rito Antico e Primitivo di Memphis-Misraïm è stato costituito da 5 Fratelli.

Due di essi erano italiani ed avevano già ricevuto il 95° grado in una Tornata Rituale (dopo aver avuto le Trasmissioni Rituali degli Arcana Arcanorum in 4 distinte tornate nei gradi 87°-88°-89° e 90°), mentre gli altri 3 Fratelli erano Grandi Ierofanti 97° grado di altrettanti Sovrani Santuari Regolarmente Costituiti, come spiegato.

Successivamente i 5 membri del Costituito Sovrano Santuario Tradizionale d’Italia hanno eletto al loro interno il Presidente o Gran Ierofante. Il tutto senza “spadate”, né “nomine dirette” da parte di qualche Gran Ierofante!

Questa corretta procedura, sconosciuta a molti gli altri pseudo-Sovrani Santuari di Rito Egizio attualmente operanti in Italia, è l’unica che conferisca validità Tradizionale ed Iniziatica al nostro Sovrano Santuario Tradizionale d’Italia.

Fr. Fil-Jus

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Misteri Egizi. Dire “Misteri” nel mondo antico significa…

In un papiro della XVIII dinastia, conservato al Museo del Cairo, viene descritto uno straordinario rituale di resurrezione con elementi comuni allo yoga indù.

“Coloro che dicono che prima si muore poi si risorge, si sbagliano. Se non si riceve prima la resurrezione mentre si è vivi, quando si muore non si riceverà, nulla”. Il Vangelo di Filippo

La “barca del Sole al tramonto” Abydos, tempio di Seti I, c. 3000 a. C.

Dire “Misteri” nel mondo antico significa abbracciare una quantità di fenomeni che si riferiscono ad epoche diverse e distanti, nelle loro espressioni, spesso migliaia di anni: uniti, però, da una comune caratteristica di fondo. In termini molto generali si può infatti parlare di Misteri quando ci si trova di fronte a riti segreti, a cerimonie solitamente notturne, che procuravano a coloro che venivano ammessi a parteciparvi un’esperienza mistica, cioè un contatto individuale con la divinità grazie al quale l’iniziato si attendeva una peculiare salvezza.

L’Egitto antico ha conosciuto espressioni di iniziazione che, dato il carattere rigorosamente riservato delle cerimonie, non assunsero mai forme di diffusione “popolare” (come i misteri di Iside), ma rimasero al contrario legate al ristretto entourage della corte del faraone e all’originale formulazione “stellare” dell’oltretomba egizio. Si deve a Boris de Rachewiltz, uno dei più prestigiosi studiosi dell’Egitto, un prezioso studio relativo ad un testo che ben illustra il sottofondo “esoterico” della religione egizia, offrendo al contempo interessantissimi scorci comparativi con altri sistemi religiosi. Tale testo è conosciuto come “Libro dell’Amduat”, che lo studioso ha preferito rendere, in più libera traduzione, come “Libro egizio degli inferi”, e fu in uso dei sovrani e di una ristretta cerchia sacerdotale a partire dalla XVIII dinastia, iniziatrice del Nuovo Impero.

Nel suo aspetto formale il libro descrive il viaggio che il Sole compie, dopo il tramonto, nelle regioni infere per poi riemergere vittorioso, assumendo l’aspetto di Kepri (il sacro scarabeo), dopo aver compiuto il suo periplo notturno in spaventose regioni popolate da entità mostruose e terrificanti. Il carattere particolare di questo libro è il suo contenuto “gnostico”: esso infatti fa da guida non al morto, bensì al vivo, che vuole sconfiggere l’apparente ineluttabilità del suo destino mortale. In verità sotto certi aspetti non è errato definire “morto” il non-iniziato, in quanto é solo dopo lo svegliarsi al termine dell’iniziazione che si configura lo status di “vivente”.

Viaggio ultraterreno.

Il fine effettivo di tali conoscenze si inferisce dalla presenza del geroglifico utilizzato per designarle. Questo è infatti l’Ankh, che rappresenta uno dei principi spirituali dell’individuo inteso come l’anima trasfigurativa del divino nell’umano”: cioè, nell’ordine gerarchico delle componenti spirituali dell’uomo egizio, il suo più alto principio, appannaggio in origine del solo faraone. E’ esclusivamente il possesso di una tale superiore qualificazione interiore che rende possibile la “revulsione”, ovvero il passaggio dal piano umano a quello divino. Tale revulsione opera una totale trasformazione del soggetto in quanto, durante il viaggio, l’anima vagante si trova a vivere esperienze drammatiche dovute alla presa di contatto con le radici stesse del sacro. Il mantenersi saldo in tali estreme situazioni conferisce all’iniziando un definitivo “potere” sulle esperienze dello stato di veglia in quanto sulla via iniziatica l’acquisizione della conoscenza corre parallela a quella della potenza.

Morto/Iniziando in forma di mummia Tomba di Nefertari.

Nella prima ora l’iniziato, assimilato al sole notturno, inizia il suo viaggio da “morto”. E’ un percorso che si svolge in una regione, il Duat, che è stata contrassegnata, agli albori della civiltà egizia, con l’ideogramma di una stella racchiusa in un cerchio.

Ora, abbiamo fondato motivo i di ritenere che tale viaggio si compisse, originariamente, in un’epoca in cui le condizioni astronomiche lo permettevano, osservando ed allineandosi al sorgere eliaco di Orione. Tale epoca, che è stata centrale nell’elaborazione dei testi sacri indoeuropei, i Veda, è durata un periodo di tempo che va dal 4000 a.C. al 2500 a.C., ed abbiamo ragione di ritenere che la posizione degli astri influenzò il formarsi del pensiero mitico-religioso in tutto il mondo in quel lontano periodo storico. Dopo quella data Orione abbandonò l’orizzonte e fu sostituito dalle Pleiadi.

Tutte le mitologie concorrono nell’affermare che agli equinozi (e l’inizio della catarsi misterica doveva necessariamente svolgersi in questa circostanza in quanto il rituale si compie nella fase notturna di 12 ore, e solo all’equinozio, com’è noto, la durata del giorno è uguale a quella della notte) sono aperte le porte del cielo in quanto solo questi giorni partecipano della virtù originaria dell’età dell’oro. Questi accessi all’altro mondo sono posti sotto la tutela di due guardiani stellari, le due costellazioni del Canis maior e Canis minor.

Per dimostrare l’assoluta universalità di tale immagine cambiamo continente ed emisfero. In Polinesia si riteneva che in due soli momenti dell’anno fosse possibile la partenza per l’altro mondo: cioè quando il sole calante, nel giorno dell’equinozio, sta per toccare l’orizzonte e manda una scia di luce sul mare. In quei giorni, avverte de Santillana, “ … il sole era “aperto” come una porta (porta solis) perché in quei punti si trovava e sullo zodiaco e sull’equatore. La barca magica andando nella scia di luce doveva raggiungerlo prima che calasse in mare…”.

Questa immagine polinesiana dell’individuo che su una barca si accinge a percorrere, accompagnando il sole nel suo viaggio notturno, le oscure regioni meridionali è perfettamente identica a quella offertaci dal “Libro degli Inferi”. Seguendo il prezioso papiro apprendiamo che una delle entità in cui s’imbatte l’iniziato nel suo viaggio notturno è il dio Sokar, patrono dei morti a Menfi, assimilato a Osiride e conseguentemente controparte terrestre della costellazione di Orione. Un corridoio discendente, il Ro-stau, immette in questo regno, attraverso una porta lasciata aperta e significativamente chiamata “Colei che taglia l’unione con la Terra”; il percorso è definito “La strada delle cose segrete del Ro-stau” e reca come indicazione che il dio “non passa attraverso i battenti della porta, ma essi odono la sua voce”.

Attracco per gli Inferi.

De Rachewiltz, prima di Baudal, aveva intuito la doppia collocazione del Duat (in cielo ed in terra). Seguiamo quello che scrive a commento di questa strada segreta. Il capitolo IV ha per titolo “Formula per passare la celeste strada del Ro-stau”, e questo è il commento del de Rachewiltz: “Il Ro-stau è il nome della necropoli menfita, posta sotto la protezione del dio Sokar e l’attribuire, nel “Libro dei morti” una qualità celeste alla strada per gli Inferi, mostra la fusione delle due concezioni tanatologiche, quella aristocratica e quella democratica (la celeste e la terrestre)”. Secondo il nostro punto di vista, il Ro-stau conduceva agli Inferi, situati nella regione australe del cielo, con una sorta di “punto d’attracco” sulla Terra. Infatti, attraverso l’orientamento cerimoniale dei templi si stabiliva una correlazione con il cielo e più precisamente (pare) con la stella Rigel. Su questo argomento scrive il de Santillana: “Si tratta di un gruppo di stelle chiamate “gorgo” (ingresso, imbuto) situate al piede di Orione, vicino a Rigel (che in arabo significa la stella piede) il cui grado veniva detto morte secondo Ermete Trismegisto ed è la sorgente della costellazione di Eridano”, e la cui controparte terrestre era secondo molti autori classici il Nilo. Eridano sfociava presso la stella Achernar, “Foce del fiume”, nei pressi di Canopo. A dimostrazione dell’universalità di queste concezioni, vale la pena di ricordare che i Maori della Nuova Zelanda, (di nuovo, altro continente ed emisfero) ritengono che da Rigel si diparta la via dell’Ade (ed è nostra ferma opinione che anche lo stesso re Artù sia temporaneamente dipartito per la medesima via).

L’iconografia di Sokar ben spiega la confusione millenaria che ha circondato le piramidi, ritenute nulla di più che tombe prestigiose. Esse effettivamente erano in connessione con la “morte”, ma in relazione alla funzione iniziatica che assumevano mercé il loro orientamento verso il Duat celeste. Infatti chi affrontava il viaggio sulla barca celeste nella direzione del sole calante doveva assumere le caratteristiche della regione che andava ad attraversare. E gli era un “morto” che viaggiava attraverso le regioni dei morti, in cui gli unici esseri “viventi” erano le creature mitologiche custodi della regione, drammatizzazioni fantastiche che compaiono a colui che infrange i sigilli della coscienza ordinaria per accedere a piani mentali normalmente preclusi allo stato di veglia. Orbene, questa assimilazione è appunto descritta in una delle prime vignette del papiro che stiamo esaminando. L’iniziato è infatti rappresentato in aspetto mummiforme. Si deve ritenere che tale condizione non fosse puramente simbolica ma riflettesse una reale condizione di “nigredo”, di vuoto interiore, in cui il miste si era artificialmente posto. Tale condizione era verosimilmente propiziata dall’utilizzo di un potente allucinogeno la cui presenza nel rituale appare fortemente probabile operando dei riscontri presso culture limitrofe. 

La terra degli immortali.

Per raggiungere la luce spirituale che si “occulta” ad Occidente sotto le acque (il sole al tramonto come simbolo) è necessario procedere sulla barca del sole fino alla “terra degli immortali”. Questo viaggio ha come tappa principale la “stella immobile”, cioè Canopo che contrassegna il Polo Sud dell’Eclittica, unico astro del cielo che goda di quelle caratteristica di stabilità ed immobilità perdute dopo la flessione dell’asse terrestre. Per tali motivi il Polo Sud è ricettacolo di una serie di attribuzioni che, senza le premesse esposte, sarebbero difficilmente comprensibili. Esso è difatti definito come il “felice” o altrimenti “gioioso polo Sud”, oggetto, in passato, di inesplicabili migrazioni di interi popoli, studiate con grande accuratezza in una ponderosa ricerca, in cui si afferma che “la costellazione d’Orione e il brillante astro Sirio guidano verso il polo di Canopo”. E con ciò torniamo al punto di partenza forti di qualche briciola di comprensione circa le ragioni di questo oscuro percorso. Viaggio in cielo attraverso regioni spaventose, sperimentazione della morte, sono come dicevamo le stesse esperienze che il “Libro degli Inferi” (papiro n. 133 del Museo del Cairo) descrive minutamente ora dopo ora. Quali prove possiamo ulteriormente addurre per dimostrare che l’esperienza iniziatica del miste oltre ad essere spazialmente orientata verso la regione celeste del Duat si produceva come esperienza di catarsi interiore?

I “Campi Felici” come meta finale dell’iniziato.

In questa circostanza è l’iconografia medesima del papiro che fornisce le prove della conoscenza di una fisiologia occulta dell’organismo umano, patrimonio sapienziale comune di molte culture giunte agli albori della storia. Il testo è presumibilmente il prodotto di quella misteriosa istituzione a carattere magico denominata “Casa della Vita”, ove una élite sacerdotale elaborava tali viatici iniziatici. L’istituzione era circondata dal massimo riserbo: qualsiasi conoscenza infatti il trasgressore avesse diffuso sarebbe morto folgorato dalla magia. I sacerdoti che curavano la compilazione di questi testi erano sicuramente in possesso di un superiore sapere che ritroviamo, spesso insospettabilmente, sparso in altre culture lontane nello spazio e nel tempo, traendo ognuna origine da una lontanissima sapienza primordiale, che solo il segreto iniziatico riuscì a far mantenere per interi millenni.

La dea assetata di sangue.

In una immagine del “Libro degli Inferi” è rappresentata la pupilla di Ra. Orbene, tale pupilla fu assunta dalla dea Hathor quando fu inviata, nella sua forma leonina, a distruggere il genere umano, manifestazione che le valse l’epiteto di Sekhmet, cioè “la possente”.

Nel mito Sekmeth venne inviata sulla Terra da Ra che, disgustato dal comportamento del genere umano, decise di procedere al suo sterminio. Ella si dedicò con tale accanimento a questa sua opera mortifera che l’assemblea degli dei pregò Ra di fermarla per sospendere lo spaventoso massacro. Accolta tale richiesta, Ra fece spargere nei campi una birra mascherata con una sostanza rossa per conferirle il colore del sangue. L’espediente ebbe successo. La dea, assetata, si inebriò a tal punto da cadere a terra sopraffatta dal sopore alcolico. Lo sterminio venne pertanto scongiurato.

Come possiamo facilmente arguire, la dea si manifesta in due aspetti o modalità. In un contesto ella è la dea dell’amore e quindi datrice di benessere, vita e piacere; in un altro aspetto diviene una impietosa entità assetata di sangue e portatrice di morte. Entrambe queste modalità sono comuni anche alla dea del tantrismo indiano. Qui si conosce appunto un aspetto creativo ed amoroso della dea, chiamata Cakti (colei che gioca, che danza, che trae in essere la manifestazione per una sorta di straripamento di forza ludica) e nel suo aspetto distruttivo come Kali, dea della morte, caratterizzata dalla sua inesauribile sete di sangue, che è il principio vitale per eccellenza. E’ evidente che l’assumere il sangue delle proprie creature significa il riassorbire in sé il principio dell’esistenza manifestata così gioiosamente donato. Orbene, la tecnica operativa posta alla base del sistema dello yoga tantrico presuppone la risalita del potere igneo serpentino, posto alla base della colonna vertebrale, fino al suo totale dispiegamento ed alla ricongiunzione con il principio maschile. La presenza della pupilla di Ra, “aspetto” del binomio Hathor-Sekmeth, testimoniata nell’iconografia del libro, assolve alla stessa funzione operativa. Qui si nota un personaggio, in caratteristica posizione flessa, che sorregge la pupilla circondato da altri quattro personaggi antropomorfi (i pesci nar che avendo la proprietà di nuotare si sottraggono alla passività dell’elemento liquido e sono in grado di muoversi e risalire la corrente, il cui senso simbolico potrebbe essere reso come il sapersi sottrarre dallo scorrere travolgente del divenire al fine di pervenire all’essere). Tale illustrazione viene comparata dal de Rachewiltz ad una vignetta del “Libro dei Morti” in cui è dipinta una scena completa del rituale che descrive una vicenda di resurrezione e della quale utilizzeremo alcuni dati essenziali. Quello che di centrale va colto è che tale scenografia rituale discenderebbe da un prototipo, addirittura protodinastico (seguendo le date ufficiali dell’egittologia, risalente ad un’epoca anteriore al 3200 a. C.), di cui sarebbe prima testimonianza la placca di re Djer, faraone, appunto, della prima dinastia. La pupilla di Ra nella vignetta del “Libro dei Morti” viene fatta scorrere, partendo dal basso, lungo la spina dorsale di un sarcofago antropoide con il palese intento di ottenere l’attivazione del “centro” posto alla base della colonna vertebrale. L’operazione magica è posta sotto la tutela del “sole” rappresentato in alto. Che il sarcofago stia per il “morto” è reso evidente dalla presenza, proprio alle spalle dei due personaggi, di due “lamentatrici” con il caratteristico copricapo rituale. Questa comparazione dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, la conoscenza e l’utilizzo, da parte degli antichi egizi, di pratiche rituali di “risveglio” comuni anche a tradizioni assai diverse, e forse derivanti da una sola radice.

In evidenza

Magia Egizia

Trovare buone fonti che trattino la magia e l’alchimia egizia è qualcosa di veramente difficile. Ad oggi, i testi originali sono corrotti nella loro interpretazione, tanto dalle scienze umane di stampo positivista, quanto dalle dottrine cristiane sui culti antichi; dobbiamo inoltre considerare la corruzione apportata da 3000 anni (forse più) di storia egizia piena di sconvolgimenti politici, sociali e religiosi. Molti di questi anni, sono ancora nascosti nell’oscurità del tempo, senza contare poi le svariate teorie sull’errata datazione della civiltà del Nilo tutta. Quindi, troppi dubbi per essere certi di qualsivoglia dato. A parte questo, tutte le fonti originali sono comunque influenzate dalla moderna egittologia, che relega al ruolo di mera superstizione la magia. Solo alcuni, molto pochi per la verità, egittologi e antropologi, si sono aperti a nuove teorie riguardo l’importanza del concetto di Iniziazione per la civiltà egizia. Ma, sicuramente, la grandezza di Khem viene dal credo fortissimo del suo popolo di essere la terra degli Dei. Khem è indubbiamente molto di più dei soli Iside ed Osiride, delle piramidi e della sfinge, di Ramesse II.

Il concetto di Magia (HEKA), Vita e Morte.
L’esperienza magica era qualcosa di molto comune tra gli antichi egizi, fortemente collegata sia alla vita religiosa, che a quella mondana. I Testi delle Piramidi, i più antichi in materia, riportano dozzine su dozzine di rituali, cerimonie e brevi formule, da quelle per accaparrarsi eventi gioviali nella vita di tutti i giorni, alle composizioni più complesse per preservare l’anima del morto. Sono inoltre stati trovati migliaia di amuleti in siti lungo tutto il percorso del Nilo, sia appartenenti alla classe sociale più povera, sia ai nobili. Oltre ciò, anche i testi più tardi, da quelli dei sarcofagi (medio regno) agli ultimi papiri di epoca tolemaica, riportano centinaia di rituali. Gli egizi credevano fermamente nella magia e nella vita dopo la morte che questa ai suoi massimi livelli poteva portare, una vita ultraterrena in un mondo di divinità, felicità e forza.
Il problema fondamentale è quello delle fonti: molte cose sono state affermate riguardo la religione, dagli egittologi tanto quanto dagli egizi di differenti epoche. Queste, sono spesso interpretate in modo vago, e presentano innumerevoli contraddizioni, specialmente tra dati religiosi e mitologici, in quanto variano di città in città. In generale, comunque, la teologia egizia era monoteista, presentando una sola energia creatrice autogeneratasi dall’abisso del non-essere, il Nun: questo dio è a volte chiamato Ptah, a volte Ra, altre Amon, fino a stabilizzarsi su Amon Ra nel Nuovo Regno. Egli è il Neter-Ua, l’Uno Eterno, dal quale tutti gli altri Neter (Neter – divinità, letteralmente “eterni”) derivano. In un certo senso, le altre divinità non sono altro che le caratteristiche di Amon Ra, gli archetipi classificatori della sua energia: qualcosa di molto simile alla Qabalah ebraica, per intenderci, ma molto più antica.

La maggior parte dei testi magici, sono comunque relativi al processo di morte e resurrezione, o meglio, liberazione. Gli egizi, come abbiamo già detto, credevano in un altro mondo, a volte chiamato Amenti, altre Duat: attraverso questo, l’iniziato accedeva al cielo, o alle stelle.

Le cerimonie connesse con la morte e la mummificazione sono fortemente influenzati, tutti, dalla dottrina alchemica, magica ed iniziatica. La mummificazione in particolare, la cerimonia di apertura della bocca, dimostrano come e quanto la magia sia qualcosa tanto di normale quanto di necessario per la vita (e la morte) di questa gente. Credevano infatti che una buona anima poteva risorgere in uno stato divino, se adeguatamente preparata, senza mai più morire, diventando un Neter, evitando la reincarnazione e l’eterno ritorno. Ritenevano di fondamentale importanza la conservazione dei corpi: il fisico, attraverso la mummificazione, e l’eterico e spirituale, attraverso la magia e la liberazione, in accordo col macrocosmo, il signore Amon-Ra.

Le correnti Ctonia, Stellare ed Osiriaco.
É sicuramente difficile spiegare in un breve passo, la successione delle correnti religiose, magiche e mitologiche in Egitto. Personalmente ho trovato come ottima fonte di materiale in proposito, il libro “Egypt the Light of the World” di Gerald Massey, che si è rivelato ottimo per il suo approccio tipicamente antropologico, anche se basato su una sorta di evoluzionismo, tipico degli inizi del ‘900, e anche se, a dire il vero, risente di quegli errori in campo egittologico tipici del suo tempo.

Generalmente, come in molte altre civiltà se non tutte, in Egitto si può individuare divinità feticci evolutesi da alcune di origine africana. Proprio per questo, spesso, possiamo trovare in alcune di esse svariate connessioni con i Loa del Voodoo e correnti affini. Comunque, come negli altri culti, possiamo distinguere in Egitto appunto un prima fase primitiva, nella quale le potenze ctonie e dei più normali avvenimenti naturalistici sono presentati in forma divina: dee come Serqet, lo scorpione, ne sono un esempio. Di questo periodo è rimasto ben poco, se non quello che ne è derivato, o comunque reperti di minima importanza. Passeremo quindi allo stadio successivo.

Sappiamo tutti molto bene quanto la conoscenza delle stelle fosse sviluppata a Khem. Questo è avvenuto proprio per la sua forte connessione con la religione. Ora, qui ci troviamo direttamente davanti al problema della successione: Massey afferma che quello stellare è definibile il periodo puramente Tifoniano, dove la creazione è partita dalla Grande Madre individuata in Ta’Urt o eventualmente TefNut, e successivamente dal suo primogenito Seth, padre delle divinità più giovani. Ma, ad oggi, non c’è nulla che provi questa teoria.

Prima di tutto, nulla dimostra un periodo con reggenza religiosa o politica di tipo matriarcale, e soprattutto non esistono miti connessi con creazioni ad opera di una forza esclusivamente femminile. Parlare di un periodo matriarcale e di uno patriarcale, sebbene possibile in altre civiltà mediterranee, è a mio modesto parere assolutamente fuori luogo se riferito all’Egitto.

In compenso, le fonti dimostrano quanto gli egizi siano stati familiari con il completo ed assoluto equilibrio tra le polarità, incluso il lato maschile e quello femminile dell’energia. In questo senso, Amon-Ra incorporava Neith, la natura, il suo lato femmineo, e potremmo dire che le categorie Shiva e Shakti erano integrate nello stesso dio/dea. La mitologia relativa alla cosmologia ed alla creazione, tende a variare da periodo a periodo e da città a città, pur attestandosi su alcuni cardini fissi fondamentali, tra cui quelli esoterici: tutto comincia dal Nun, l’abisso, il caos primigenio, l’utero femminile, in cui l’energia divina (il Neter Ua), la Volontà, la forza attiva maschile, si autocrea per procedere poi alla costituzione dell’uomo, del mondo, e degli altri Neter. Unica controparte, o meglio, polarità creativa femminile che possiamo trovare, è Neith, lato femmineo del Neter Ua, rappresentante la Natura come Madre. Leggendo i testi delle Piramidi, in fine, diviene ovvia l’identità tra corrente stellare e solare: attraverso il passaggio nel mondo sotterraneo, il Duat o Amenti, e ivi la trasfigurazione in sole, con l’integrazione, purificazione e dominazione delle energie tifoniane macrocosmiche rappresentate da Apep, l’Iniziato (in questo caso il Faraone), accede alle stelle. In conclusione, si può dire che abbiamo due correnti distinte: la solare/stellare, e l’Osiriaca, ultima nonchè corrotta, già in un certo senso influenzata dall’età del ferro e da quei cliquè tipici del moderno monoteismo giudaico-cristiano. È, in ultima istanza, fondamentale distinguere come la prima delle due sia definibile Draconiana, ma non tifoniana, in quanto di questa è si parte integrante Mesket, la pura energia dell’ombra, ma è inserita in un completo insegnamento alchemico tendente all’equilibrio di tutte le polarità, non alla supremazia della suddetta. Errate interpretazioni tanto del termine “tifoniano” quanto della corrente stellare provengono dall’equivoco relativo alle rappresentazioni delle costellazioni circumpolari (le stelle Imperiture, chiamate dagli Egizi). In esse abbiamo Draco, Orsa Maggiore ed Orsa Minore. Il credere che le sette stelle di Ursa Major rappresentassero la Grande Madre Ta’Urt o Tefnut, ha indotto antropologi ed esoteristi a vedere in essa le sette forze ctonie. Interpretazione errata perchè partita da presupposti errati, infatti Orsa Maggiore, o coscia del Toro, corrisponde a Seth, mentre Draco è rappresentato come femmina di ippopotamo, Ta’Urt appunto, e Ursa Minor come Anubis.

L’Iniziazione, i simboli ed il Corpo.
L’iniziazione egizia di tipo draconiano, o come già detto, solare/stellare, procedeva su alcuni processi fondamentali, che sono:

  • Iniziazione, o cammino cieco nella necropoli, guidato da Anubis, rappresentato dai suoi sacerdoti.
  • Morte mistica e resurrezione iniziatico, o Morte ed Apertura della Bocca. Questo è un rito tenuto anche nei funerali veri e proprio, ma il ritrovamento degli strumenti magici che vi si usavano, insieme a sarcofagi vuoti, fa ritenere alla moderna egittologia che esso veniva nello stesso identico modo utilizzato nel frangente puramente esoterico.
  • Primo viaggio nel mondo infero, a seguito dell’Apertura, nello stato di Uomo.
  • Secondo viaggio nel mondo infero: trasfigurazione in sole, integrazione della polarità tifoniana, accesso alle stelle (Universo B).

Inoltre, gli egizi usavano una particolare simbologia divina/magica strettamente connessa con le menzionate macro-fasi alchemiche, relative a particolari divinità e siddhi. I più importanti:

IL PILASTRO DJED: Rappresenta il sole, la volontà creatrice maschile. Successivamente assimilato come simbolo di Osiride, nella corrente solare rappresenta la stabilità, la volontà, il pilastro di mezzo.

L’ANKH: probabilmente il più famoso simbolo egizio, conosciuto anche come Crux Anxata. Deriva dal nodo di Iside, che simboleggia la magia, l’Heka, la parola di potere. Attributo tipicamente divino ed iniziatico, rappresenta la il principio di Vita, l’eternità di esso, l’Heka ed Iside stessa.

LO SCETTRO OUJSER: Il tipico scettro rappresentato nella mano sinistra degli dei. Simboleggia il potere, la forza, l’energia, status divino. La parte superiore è spesso rappresentata come testa di canide o di animale tifoniano.

L’OUDJAT: anche chiamato l’occhio di Horus o occhio di Ra. Sono in realtà differenti. Quello di Horus è la forza creativa, quello che Seth asportò nella lotta ripresa nei miti osiriaci. L’occhio di Ra rappresenta invece la forza distruttiva, Sekhmet, la potente. Il primo è la polarità creativa del sole, il secondo la controparte distruttiva. In altre versioni solo Sole e Luna.

Gli egizi distinguevano, inoltre, nove differenti tipi di corpo, ognuno legato ad una fase, od uno scopo preciso, del percorso iniziatico:

  • Il KHAT, o corpo fisico.
  • Il KA, il doppio, o corpo energetico, che manteneva in vita gli altri.
  • Il BA, o essenza vitale: l’anima.
  • Il KHU, o intelletto. Il principio spirituale, corrispondente alla mente.
  • L’AB, le passioni ed emozioni.
  • Il SEKHEM, o Volontà.
  • Il KHAIBIT, od Ombra.
  • Il REN, il vero nome, o Vera Volontà in forma di parola di potere.
  • Il SAHU, o corpo spirituale dopo la resurrezione/liberazione.

In fine, tipica caratteristica della religione e magia egizie è il totemismo ed in simbolo animale in senso più largo; di seguito, i più importanti:

  • Lo Scarabeo: l’insetto divino rappresentante Khephera. Tale associazione deriva dalla credenza che tale specie sia di soli maschi, che si riproducono automaticamente in forma asessuata. “Khepher” significa infatti sia scarabeo che trasformazione o trasformarsi. Khephera è il dio che crea se stesso, forma del sole nascente: il divenire fatto Neter.
  • Il serpente: uno dei fondamentali della corrente draconiana ed ofidiana, per gli Egizi aveva sia polarità femminile che maschile, rappresentava la forza, l’energia, ma anche il caos, il Serpente Apep, prova necessaria sulla base dell’integrazione per il rinnovamento e la trasfigurazione.
  • Lo sciacallo/Cane/Lupo: uno degli archetipi animali più importanti, rappresentato dalle divinità Upuat/Wepawet, Anubis e KhentyAmenty, rappresenta colui che vede nell’ombra, che apre la via nel Duat, attraverso il Rosetau, la via maestra della Necropoli, colui che guida l’Adepto nel cammino iniziatico.
  • Il Falco/Aquila: l’anima, la luce del giorno, lo spirito di luce di Ra e del Sole, il suo aspetto creativo, Horus.
  • La Leonessa: l’aspetto femminile dell’energia, quello distruttivo, di Ra. Sekhmet la Potente.
  • L’Ibis: la Parola di Potere, la Volontà di Ra, Thoth, l’Hermes Egizio. Nella forma di Fenice, è la resurrezione ciclica.

Sulla religione di Osiride.
È piuttosto ovvio intuire quanto la tradizione esoterica occidentale si sia basata sul corpus mitologico ed esoterico osiriaco. Ad oggi, sia ordini di Mano Destra che di Mano Sinistra, come la Golden Dawn, basano svariati insegnamenti sui misteri di Iside ed Osiride, misteri incentrati sulla resurrezione.

È indubbio il valore attribuibile simbologicamente al mito, tuttavia la magia Egizia si è originata da una Via indipendente e sicuramente più antica di quella Osiriaca, che ad uno sguardo attento apparirà sempre limitata, se non addirittura errata in alcuni suoi punti, in particolare da un approccio puramente Draconiano. I dati archeologici riportano, prima di tutto, come questa corrente, religiosa e magica, sia arrivata sulla scena nazionale alla fine della IV dinastia (sebbene le divinità di per se sono molto più antiche, almeno al loro stato embrionale). Proprio qui comincerà la cosi detta “demonizzazione” di Seth, in quanto nemico di Osiride, e oramai “compagno di Ra” solo nelle dottrine solari. Prima di tutto questo, Osiride permaneva esclusivamente a livello locale come divinità preposta all’agricoltura.

Eventualmente, nel momento di fusione tra correnti Solare ed Osiriaca, egli può essere inteso come simbolo e del Faraone, e dell’Iniziato stesso, ma comunque solo ed esclusivamente da un punto di vista più “destrino”. Mai, comunque, sicuramente come Avatar del Neter Ua, o Ra in terra, resuscitato. Non sicuramente da un punto di vista prettamente solare e stellare, scevro di influenza cristiane. È necessario comunque accorgersi della fusione, in particolare nel Nuovo Regno, delle due dottrine, per motivi politici e sociali, che comunque nulla hanno a che vedere con i significati esoterici che vanno individuati in una dottrina pura come ora solo può essere quella stellare e solare. Tale dottrina, aristocratica, è venuta necessariamente in conflitto con quella per la gente comune, osiriaca, creando quelle contraddizioni mitologiche che oggi dobbiamo affrontare. Oltre ciò, risulta ovvio quanto abbia Osiride nel suo culto “usurpato” a culti più antichi. Ne è un tipico esempio il titolo di “KhentyuAmentiu”, ovvero “Primo degli Occidentali” o signore dei Morti, titolo derivato dalla divinità canide KhentyAmenty, quindi tutto al più assimilabile ad Anubis, che vanta lo stesso titolo di signore dell’Occidente (il Duat). In uno dei più importanti reperti del Khem protostorico, ovvero la Tavolozza di Narmer, nonchè la mazza reale, abbiamo rappresentazioni del Sole (Amon-Ra più tardi), del Falco (Horus il Vecchio), oltre a svariate rappresentazioni riconducibili agli archetipi canidi (Anubis-Upuat) e tifoniani ( Seth), ma nulla che attesti la riconducibilità di Osiride a tale preminenza sopracitata. Nelle sue prime forme, inoltre, egli era riconducibile forse esclusivamente all’uomo morto. Solo dopo, quanto il popolo necessitò di una resurrezione non riservata, ma aperta a chiunque, egli venne a proteggere la casa reale (e i morti comuni).

Sui Testi originali.
Le fonti originarie ad oggi disponibili, possono essere divise in tre filoni principali: i testi delle Piramidi, provenienti dalle tombe della IV, V e VI dinastia, i testi dei Sarcofagi, originari delle dinastie dalla VII alla XIII, ed infine i testi tardi. Possiamo inoltre dividere il tutto in due tipi: testi funerari e testi iniziatici, sebbene nel caso dei primi due filoni, questa divisione viene a sovrapporsi: particolarmente interessanti nel nostro ambito sono i testi solari (sebbene con influenze osiriache lievi tipiche dell’età) delle dinastie “sethiane” del nuovo regno (XVIII e XIX), come l’Am-Duat. Tra i testi funerari abbiamo quello conosciuto con l’infelice nome di Libro dei Morti, o libro Dell’Uscita al Giorno, in realtà corpus di formule differenti e derivate dai testi più antichi. Mentre, tra i testi iniziatici del Nuovo Regno, derivati da precedenti, possiamo menzionare:

  • Il Libro dei Due Cammini: descrive due cammini di tipo iniziatico, attraverso la via secca del Rostau o umida attraverso il Lago Rostau. Derivato dai testi dei Sarcofagi.
  • Il Libro dell’Am-Duat, letteralmente il libro di ciò che è nel Duat. Sicuramente quello che vanta la discendenza più antica, descrive le regioni (ore), del Duat, il regno occidentale in cui il sole cala e rinasce come Khephra, dopo aver integrato il caos macrocosmico nella settima ora, rappresentato da Apep. Anche conosciuto come “Libro della Camera Nascosta”.
  • Il libro delle Porte, simile al precedente, in cui sono descritte le porte ed i guardiani di ogni Ora.

L’alkhimia tifoniana delle Stelle.
Il concetto base su cui si fonda l’Opera alkhemica egiziana è quello della rinascita e trasfigurazione. Questo può essere ottenuto tramite la putrefazione dell’Io che si ha attraverso il viaggio nel Duat. Qui, il sole/iniziato visita le 12 ore che rappresentano le varie fasi alkhemico – iniziatiche, passando da uno stato di stasi ad uno nuovo di essere e ad una nuova coscienza di tipo divino, acquisendo entrambi i principi di distruzione e creazione (coscienza kephratica). L’iniziato, attraverso il corpo d’ombra, il Khaibit o Seth, arriva al principio distruttivo rappresentato da Apep, il drago del caos, ed attraverso Horus, il suo corpo di luce o Ba, acquisisce la controparte costruttiva o sephirotica, autogeneratosi nella sua struttura interiore. È quindi nel Duat che avvengono i processi di Solve e Coagula (tra sole/Amon-Ra e polarità negativa/Apep). Crowley stesso aveva probabilmente intuito tale processo, vedendo Ra-Hoor-Khuit (Ra-Horakty, Ra-Horus dell’Orizzonte Orientale) come Ra nella sua Polarità Horus e Hoor-Paar-Kraat (Sobek-Ra) come polarità Seth. Il dato di fatto, è che non vi è trasfigurazione se non viene apportata l’integrazione della polarità tenebra e la polarità caos, poichè solo essa (garantita da Seth che è l’unico in grado di dominare Apep) garantisce la necessaria forza a tale procedimento. Questo principio oscuro, ha la sua sede tra le stelle del cielo circumpolare: qui l’adepto deve cercare. Qui risiede il segreto di Seth, la sua forza, e qui, tra le stelle, l’Iniziato ritornerà alla fine.

Mesket, il cielo del Nord e la sua Energia.
Con la parola “Mesket” gli egizi definivano il cielo circumpolare formato da tre costellazioni maggiori: Orsa Maggiore, o la Coscia del Toro, Orsa Minore o Cane, e Drago. Queste erano chiamate anche “Stelle di Seth”, ed erano rappresentate rispettivamente da un toro, o coscia di esso, da un cane e da un ippopotamo femmina con un coccodrillo sul dorso. In termini iniziatici e funerari, esse erano anche dette “le Stelle Imperiture”. Tra i vari simboli, esse significavano i Guardiai dell’Iniziazione stessa, coloro che muovevano la ruota del divenire cosmico. Oltre ciò, dietro di esse giace il segreto della rigenerazione e della trasfigurazione. Esse rappresentavano 3 neter fondamentali per il cammino iniziatici: Seth, Anubis e Ta’urt, una forma di Iside e Nephthys. Qui giace ancora oggi il segreto della vita eterna, nell’oscura energia che è il cuore della morte mistica, primo passo dell’Alkhimia della Putrefazione e del viaggio nelle lande dell’ovest, o regioni infime. Questa energia è chiamata Mesketiu. La parola viene dalla radice “MS”, che significa “nascita”, associata alla parola Ka, o doppio come già detto. La stessa radice è in Masket, ovvero la Barca Solare. Mesketiu rappresenta l’energia pura dell’Oscurità premeva, o il Khaibit del Cosmo, condizione fondamentale per la rinascita. È pura oscurità in forma di energia.

La chiave per l’Iniziazione Egizia: i due Anubi.
Il dio Anubi è sempre presente nei tesi magici e funerari, rappresentato anche in forma puramente canide. Possiamo trovarlo inoltre in diretta connessione con l’iniziazione, insieme al suo sacerdozio, in testi antichi come quelli di Erodoto e di Apuleio. Anubi è assimilato nello stesso archetipo divino del classico Ade e dell’italico falisco-etrusco-sabino Sorano, invero l’archetipo canide connesso con il mondo infero: colui che vede nell’oscurità dell’abisso, guida dell’Iniziato, nonchè del Sole notturno o Khephera, fino alla sfera solare di Thiphereth/Thagirion. È inoltre appartenente alla sfera di Yesod, connesso con l’arcano maggiore della Luna, e quindi con Thoth, o Hermanubi. Nel cammino Iniziatico egli acquisisce due forme, quella dorata e quella nera. In termini cabalistici ognuna di queste due forme guida su un sentiero, complementare col suo opposto. Anubi dorato guida sul sentiero dell’Albero della Vita che porta fino a Thiphereth. Qui l’Iniziato sviluppa, passo dopo passo, Sephira dopo Sephira, il suo principio creativo, il Ba o Horus, come abbiamo detto in precedenza. La seconda forma, o Anubi nero, guida l’Iniziato sul sentiero del Ha Ilan Ha Izon, che porta fino a Thagirion. Qui l’adepto ottiene la completa autodistruzione dell’Ego, o putrefazione, necessaria alla rinascita iniziatica, e sviluppa il suo lato d’ombra, il Khaibit, o Seth, come in precedenza detto.

Fr .’. NUN

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Validità della Trasmissione Iniziatica

La storia dei Riti di Memphis, di Misraim, di Memphis e Misraïm (o posposti, con la “e” o col trattino e via dicendo), è costellata di filiazioni fasulle, autoproclamazioni di Gran Ierofania, più o meno “mondiale” od “universale”, assolutamente prive della regolarità “iniziatica”.

Per regolarità iniziatica NON intendiamo il possesso di “patenti” più o meno autentiche, ma purtroppo spesso “scambiate” come le figurine dei calciatori della giovanile memoria di alcuni di noi. Per regolarità “iniziatica” intendiamo che occorrono alcune condizioni fondamentali che assicurino la continuità di un “lignaggio” (termine impropriamente troppo spesso abusato e qui utilizzato solo per farci comprendere in certi ambiti) e cioè:

  • a) che colui che va ad assumere la carica di Gran Ierofante sia regolarmente ELETTO dai Grandi Conservatori 95° grado del suo Sovrano Santuario (è possibile ammettere anche la procedura di “designazione” in vita del successore del Gran Ierofante, ma al passaggio all’Oriente Eterno di questo, il “designato” dev’essere ratificato dal Sovrano Santuario, che, in alternativa, PUO’ comunque, eleggere un altro nuovo Gran Ierofante, essendo tale deliberazione di potere esclusivo del Sovrano Santuario);
  • b) che il Sovrano Santuario sia pre-esistente alla nomina del suo primo Gran Ierofante. Ovvero non può essere prima “nominato” un Gran Ierofante da parte di un altro Gran Ierofante e, poi, elevati al 95° grado coloro che andranno a costituire il “suo” Sovrano Santuario, poiché in tal modo si priverebbe lo stesso Sovrano Santuario del potere di ratifica;
  • c) che venga “eletto” Gran Ierofante un fratello già insignito del 95° grado, cui siano stati prima conferiti tutti i gradi precedenti, mediante la reale “trasmissione” degli stessi in tornate rituali e, dunque, NON mediante iniziazioni “sulla spada”;
  • d) che il Sovrano Santuario che elegge il Gran Ierofante (o ratifica colui che era stato designato dal precedente) abbia a propria disposizione tutti i rituali che vengono praticati nel Rito, ai cui gradi, precedenti al 95°, tutti i suoi membri siano stati ritualmente iniziati.

Tali condizioni, che potrebbero sembrare ovvie, in realtà non sono state quasi mai rispettate nella storia di questi sublimi Riti Egizi, il cui peggiore difetto intrinseco è di causare molto spesso l’ipertrofia dell’ego di coloro che si sono trovati, di volta in volta, a dirigerli.

Frequentemente possiamo leggere, nel passato, ma anche non troppo remoto, di “patenti”di 97° grado rilasciate “a vista” a fratelli che, a stento avevano il 33° grado, magari di altro Rito e, dunque, senza alcuna “trasmissione” in tornata rituale di tutti gradi intermedi, con particolare riferimento agli “Arcana Arcanorum”.

La storia racconta anche, senza ritegno, di “patenti” trasmesse per posta… e, perché no, anche di rituali “spediti”, dopo conferimenti “sulla spada”. Ma quale “trasmissione” può esserci stata, in questi casi, da Maestro Anziano a Maestro Giovane? Quante volte i testi storici dei nostri Riti raccontano di “nomine” di un Gran Ierofante da parte di un altro Gran Ierofante, anche se il fratello nominato aveva, magari il solo grado di Maestro!

La storia, anche contemporanea, è colma di “diplomi” su carta pergamena, più o meno colorati, pieni di timbri rossi, che “nominano” Grandi Maestri senza che vi sia stato neppure il loro passaggio in un Tempio… Ma CHI ha “trasmesso” COSA? Ed a CHI? Certo che “la parola è stata perduta”! Ma, ormai, sono state perdute anche la “parola sostitutiva” e tutte le “successive parole sostitutive”, inventate da tanti pseudo Grandi Maestri e Grandi Ierofanti!

A questo punto, verrebbe spontaneo non dare più alcun credito a nessuno dei Riti Egizi attualmente esistenti nel Mondo e forse sarebbe anche una cosa giusta! Tuttavia, chi, come noi, è affascinato dalla possibilità di riuscire a comprendere “quel qualcosa in più” nascosto tra le righe dei nostri antichi rituali degli alti gradi, ha l’obbligo morale nei confronti della perduta Vera Tradizione di cercare di riannodare le fila, per quanto possibile, per ritrovare quel tenue filo rosso che viene dalla notte dei tempi e che più volte è stato interrotto o, per lo meno, logorato dagli errori e dalla superbia dell’Uomo.

Per fare ciò, l’unica strada percorribile è quella di cercare di operare all’interno di una struttura iniziatica che possa almeno dimostrare di essere in tutte le quattro le condizioni di “regolarità” precedentemente descritte e di operarvi secondo coscienza, non per proprio tornaconto, ma solo per il recupero della vera Via Tradizionale.

Fr. Fil Jus

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I 7 Gradi dell’Iniziazione Egizia

Coloro che diventavano sacerdoti di venivano sottoposti a delle regole: anzitutto i Purificati (neofiti) dovevano obbligatoriamente lavarsi due volte di giorno e altre due volte di notte nei laghetti sacri annessi al tempio.

L’uomo doveva essere circonciso, pena l’esclusione dal sacerdozio, e il corpo doveva essere privo di peli, capelli, ciglia e sopracciglia, le quali venivano rasate o strappate.

Non si dovevano mangiare animali uccisi; testa, frattaglie e arti inferiori erano banditi.

Non si doveva mangiare carne di mucca, né di maiale, pecore, piccioni, pellicani e pesci di acqua di mare. Esclusi inoltre i legumi e le fave, aglio, sale e vino, per quest’ultimo era concesso berne in piccole dosi.

Astinenza assoluta dalla donna, tranne che per gli avventizi, non professionisti, i quali potevano anche sposarsi.

Si tenga presente che disposizioni e regolamenti variavano da regione a regione, anche in rapporto agli animali che potevano essere cari a questo o quel Dio.

Nel vestiario era concesso l’utilizzo della lana e per il sacerdote era d’obbligo una veste bianca di lino.

Per diventare preti bisognava sottoporsi ad una iniziazione di sette gradi.

I GRADO

Com’è noto è l’astinenza che sviluppa i “poteri paranormali”. Il neofita doveva digiunare secondo un programma stabilito in precedenza. Si cominciava con un giorno alla settimana, per poi passare a due e tre. Doveva privarsi di pesce di acqua salata e di piante leguminose. Si narra di un sacerdote che rimase per vent’anni nei sotterranei del tempio di Iside, altri venivano rinchiusi in caverne o in locali isolati (ma sorvegliati), ove si dedicavano alla meditazione e tecniche molti simili a quelle dello yoga.
il giorno in cui avveniva il rituale di iniziazione di I° grado, veniva bendato, coperto con un cappuccio e condotto alla Porta degli Uomini. Qui bussava e gli veniva aperto. Entrava così in un vasto locale buio saturo di tuoni e lampi, vento e pioggia e, travolto dalla bufera doveva avanzare senza provare alcun timore. Doveva poi inginocchiarsi e giurare fedeltà all’Ordine religioso che aveva abbracciato. Posto tra due colonne che simboleggiavano l’Est e l’Ovest, veniva sbendato ai piedi di una scala con sette gradini. Alle spalle della scala simbolica stavano otto porte rivestite da metalli posti in un gradualismo di purezza.

Doveva dominare pensieri impuri, e doveva rivolgere il suo amore a Osiride, Dio della vita terrena e Signore dell’Aldilà (il culto che dava la certezza della sopravvivenza dopo la morte).

II° GRADO

Il digiuno conosce un periodo più lungo. La meditazione si svolge per gradi. Posto in un locale ampio e buio noto col nome di Camera o Grotta degli Invitatati, il neofita viene sottoposto alle tentazioni carnali. Tra lampi di luce vede belle donne che gli si offrono e lui deve resistere. L’astinenza gli dà una seconda vista ha ripulsione verso i piaceri carnali e materiali. Tutto è illusione. Viene così preparato per essere condotto al cospetto dell’Assemblea dell’Ordine che egli professa dove si sottoporrà alla prova dei serpenti.

Finché gli viene impartita la dottrina cosmica: l’alchimia, la medicina sacra, l’architettura celeste, il mistero delle Piramidi e delle tombe faraoniche.

III° GRADO

Si appropria dei riti funebri e apprende le tecniche dell’imbalsamazione nella Stanza della Morte, tra mummie e cadaveri da bendare.

Di fronte al sarcofago di Osiride, gli viene chiesto se in accordo con Seth avesse partecipato al complotto per ucciderlo. Egli nega a gran voce, quasi cadendo in convulsioni. Viene così accompagnato in una stanza dove sono presenti altri neofiti vestiti di nero. Se rinuncia al proseguo del rito di iniziazione viene premiato con una corona d’oro. Ma egli calpesta la corona e dice di voler continuare. Ora deve affrontare il maestro dei misteri. Costui alza il suo capo l’ascia dei sacrifici e tocca leggermente la testa.

Improvvisamente entrano due uomini che lo picchiano gettandolo per terra con violenza. Egli capisce dal loro abbigliamento che sono i portatori di cadaveri. Costretto con la forza viene avvolto con le bende per la mummificazione e gli vengono lasciati solo i fori per respirare. Il suo presunto cadavere viene portato in una stanza funeraria, mentre le prefiche piangono ed hanno gesti di disperazione. Egli è ora posto nel Santuario degli Spiriti. Dopo qualche tempo viene sbendato e deve giurare di non versare mai il sangue e di essere puro in tutto. Si impegna a non lasciare mai un cadavere insepolto per la strada, ed a credere fermamente alla resurrezione dei morti attraverso il rito della mummificazione.

IV° GRADO

Egli sa ora leggere i geroglifici, conosce il mistero delle mummie, e rimane nel Santuario degli Spiriti per due anni. Ora è pronto per affrontare la battaglia contro i Demoni. La lotta contro le ombre è un tratto difficile e pericoloso dell’iniziazione, il cuore potrebbe cedere davanti a prove spaventose.

Lasciato da solo in lunghe gallerie buie, incontra topi, serpenti, ed esseri terrificanti che gli vanno incontro con torce i quali lo aggrediscono e tentano di impiccarlo. Gli spettri lo conducono in un locale umido e lo abbandonano per terra. Viene raccolto e portato in un altro locale caldo. Gli tolgono la benda e si trova in un luogo accogliente con altri iniziandi. Sono presenti alcuni sacerdoti, tra cui il maestro dei misteri e il Teurgo, colui che conosce la tecnica per fondersi con gli Dei.

Gli fanno bere il “cyce”, una bevanda composta con acqua, miele, vino e liquore sacro, si suppone qualche droga.

Il neofita deve immettersi nel rango degli Dei. Calza pertanto lo stivaletto di Anubu, prende con sé lo scudo di Iside e si cinge il capo con la benda e il berretto di Osiride.
Gli viene consegnata una spada affilata e gli impongono di tagliare la testa alla prima persona che incontrerà. Dovrà consegnarla al re dei misteri. Appena entrato in una grotta incontra una fanciulla. E’ un manichino che simboleggia Gòrgone, moglie di Tifone (il Seth degli egiziani). Poiché ha giurato di non versare il sangue di alcuno, questo gesto è solo allegorico e significa che dovrà combattere i nemici di Osiride, respingendo Lamie e gli spettri dell’Oltretomba.

Viene ammesso tra i Giusti e i Fortunati.

V° GRADO

Assiste alla rappresentazione della morte di Osiride e a quella di Tifone, il fuoco. Apprende una parola d’ordine che è “Chymìa”.

VI° GRADO

Si trova alle soglie della morte. Diventa un vero iniziato. Ha la doppia vista. Si trova al cospetto delle mummie in un sotterraneo. Dai morti salgono voci e gemiti. Si chiede angosciato se le mummie sono proprio morte. Gli viene insegnata la vita degli Dei e i loro misteri. Tramite una danza sacra apprende il corpo degli astri e la lotta di Ra con il dragone Apop.

VII° GRADO

È il grado del Profeta. Seguono le processioni per apprendere i misteri mentre beve una bevanda sacra. E’ la fine del tirocinio; è il nuovo Profeta (cioè Saphentah Pancah), l’uomo che conosce tutti i segreti. Avrà accesso ai libri sacri e magici, egli è ormai un sacerdote alato e può operare anche i miracoli.

Due Motti Massonici: POST TENEBRAS LUX – ORDO AB CHAO

Giunto quasi al termine delle sue Considerazioni sull’Iniziazione, testo che andrebbe letto con attenzione da ogni Iniziato che tale sia davvero o  che davvero desidera esser tale (a quelli che se ne autoproclamano pur non sapendo  compitare neanche alla lontana lo sconsigliamo vivamente, potrebbe turbare il loro inebriante fanta­sticare) René Guénon accenna a due significativi motti compendiati negli Alti Gradi della Massoneria Scozzese: Post Tenebras Lux e Ordo ab Chao. Entrambi attinenti all’illumina­zione iniziatica, per comprendere il loro significato bisogna aver presente la legge d’analogia espressa dalla seconda proposizione della Tavola di Smeraldo: 

«Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della cosa una. E poiché tutte le realtà sono e provengono da una, per la mediazione di una, così tutte le realtà sono nate da questa realtà unica mediante adattamento.»Quindi il principio ermetico dell’identità tra macrocosmo e microcosmo, di cui l’uno, ossia l’universo, è la riproduzione in scala dell’altro, l’uomo…

Col primo s’intende la vibrazione originale, il primigenio Fiat Lux che comportò il processo cosmogonico da cui ebbe luogo ciò che esprime il secondo motto, dal primor­diale caos al cosmos, all’ordine dell’Universo. Siccome le tenebre precedono la luce, il caos ha in sé stesso le potenzialità espresse dal cosmos, e da lì dove è stato proferito il Fiat lux s’irradia la luce, quello il punto centrale della manifestazione. Ne consegue, per quanto detto più su a proposito della Tavola di Smeraldo, che se nel macrocosmo la luce segue le tenebre altrettanto deve essere nel microcosmo,  per atto del Verbo creatore e ordinatore l’iniziato  nello stesso istante in cui riceve la luce esce dalle tenebre del mondo profano, e come allora nacque l’Universo così l’Iniziato alla nuova vita nello spirito.

Torniamo ora a considerare il macrocosmo. Il cosmos, in quanto ordine,  non fu tratto soltanto dal non-ordine del caos, fu anche prodotto ab Chao, pertanto le sue possibilità vi esistevano in potenza per poi manifestarsi in atto, questo il punto di partenza sostanziale dell’Universo, e ciò per mezzo del Fiat Lux, e questo è il punto di partenza essenziale. Analogamente, lo stato dell’essere prima dell’iniziazione  costituisce la sostanza indistinta di tutto ciò che potrà diventare in seguito, è per tale motivo che, ove mai in lui non vi fossero le qualità necessarie, la sua iniziazione virtuale non potrà poi tramutarsi in reale (fermo restando i benefici che potrà conseguire sotto molteplici aspetti), la Ritualità con cui gli si riconosce l’iniziazione sarà inefficace in quanto, ovviamente, non potrebbe introdurre in lui possibilità inesistenti. Difatti, il Fiat Lux cosmogonico nulla aggiunge  “sostanzialmente” alle possibilità intrinseche nel caos, possibilità allo stato caotico e tenebroso e a cui occorre la Luce, “l’illuminazione”, affinché possa iniziare ad ordinarsi e a manifestarsi, detto in termini aristotelici: affinché possa passare dalla potenza all’atto.

Tutto ciò per un Iniziato non avviene all’istante ma procede durante tutto il suo lavoro iniziatico,  con l’iniziazione virtuale gli è stata trasmessa  l’influenza spirituale, l’appoggio rituale della luce, e continua anche dopo l’iniziazione reale, allorché gli verrà comunicata la Luce, dovrà poi proseguire nel Cammino per realizzare quanto è in lui allo stato potenziale. Siccome la realizzazione dell’ordine del cosmos dal caos, ordo ab chao, prosegue ininterrottamente dal primigenio Fiat lux fino all’esaurimento di tutte le implicite potenzialità, gli iniziati che di ciò acquisiscono consapevolezza, ciascuno secondo le proprie possibilità e secondo il ruolo che ha nelle organizzazioni iniziatiche,  devono agire nel mondo esteriore concorrendo alla sua realizzazione, in linguaggio massonico devono concorrere fattivamente al piano del Grande Architetto dell’Universo, nel contempo ciascuno realizzare  in se stesso quanto nel suddetto piano è per  lui previsto.  

Per concludere, interessanti e condivisibili le considerazioni che fa René Guénon a proposito delle organizzazioni sociali, che in quanto sociali non possono non essere incoscienti di questo Piano, nel caso in cui fossero sotto la direzione, unica e invisibile, di una organizzazione iniziatica tradizionale, vero e proprio centro spirituale. Tuttavia non è questione all’ordine del giorno. Al tempo d’oggi  occorre piuttosto, e con grande urgenza, che gli Iniziati si pongano come obiettivo il riconoscersi, l’individuarsi, e poi il riunirsi, talmente indebolite le organizzazioni iniziatiche tradizionali che, chi ha le qualità adatte all’iniziazione, vaga alla ricerca di chi può dare le risposte che cerca, spesso cadendo nelle mani di gente indegna e senza scrupoli.

Si è giunti al punto che la cosa non è rinvia­bile, non possono essere abbandonati gli agnelli nelle mani dei lupi.

Il Valore Odierno del Giuramento

In ogni percorso Iniziatico il neofita deve pronunciare dei giuramenti: nella Massoneria azzurra ciò accade nei tre gradi di Apprendista, Compagno e Maestro Libero Muratore. Nei Riti di Perfezionamento si prestano tanti giuramenti quanti sono i passaggi di grado: fino al 33° nel RSAA, fino al 95° nei Riti Egizi.

Ma cosa e perché si è tenuti a giurare? Qual è il valore di un giuramento? Verso o su Cosa o Chi esso viene prestato?

Partiamo da lontano, dalla Tradizione Unica e Perenne, che per secoli, o meglio millenni, fu tramandata bocca-orecchio da maestro a discepolo.
Dei “Misteri Eleusini” veniva imposto ad ogni iniziato il segreto, pena la vita, su quanto visto, udito o compiuto: proprio per questo si sa molto poco dello svolgimento di alcuni momenti cruciali dei Misteri stessi: evidentemente il timore della morte ha fatto sì che tutti gli iniziati mantenessero l’osservanza del silenzio! Non pensiamo neppure a fare un confronto con la Massoneria moderna, nella quale, se si vuol far conoscere qualcosa, è sufficiente dire al fratello cui la si confida che si tratta di un segreto “da tenere tra squadra e compasso”: spesso entro le 24 ore diviene di dominio pubblico nella Loggia o nell’intera Obbedienza!

Ma non è questo il problema: spesso si tratta solo di “gossip” che possono anche essere resi di dominio pubblico, non contenendo alcun segreto iniziatico.

Il segreto che doveva essere mantenuto dagli antichi “iniziati“ alle diverse vie misteriosofiche era relativo a Riti ed a Conoscenze che non potevano essere resi noti ai profani. E questo impegno al segreto veniva giurato con la massima consapevolezza e senso di appartenenza.

Quando un giovane desiderava iniziare un percorso alchemico era solito bussare alla porta del Maestro Alchimista ed attendere fuori della stessa per giorni, settimane, mesi, affinché la propria perseveranza convincesse il Maestro del suo effettivo “desiderio” di conoscenza. Alla fine ammesso al cospetto dell’Athanor, egli passava un’intera vita in attesa di essere istruito su segreti che gli venivano centellinati nel tempo. Non c’era alcun bisogno di un giuramento di segretezza su quanto appreso, poiché il Discepolo diveniva consapevole e responsabilizzato nel tempo: egli sarebbe diventato un Maestro per una successiva generazione di discepoli.

Ad un certo momento, la Tradizione, per millenni sussurrata nel silenzio, cominciò a servirsi della scrittura, perché la memoria degli uomini divenne sempre più labile, indaffarati in molteplici impegni profani. La conservazione e, in caso di necessità, l’occultamento di rituali e conoscenze misteriosofiche, cominciò a necessitare di giuramenti di attenzione, scrupolosità, fedeltà a via dicendo.

Giungiamo così ai giorni nostri, in cui i giuramenti vengono prestati leggendo frasi spesso “auliche”, cui non si presta più alcuna attenzione o, addirittura, da parte degli “iniziati profani” (di numero sempre crescente!) vengono derise per la loro apparente esagerazione!

Ma “su cosa” o “a chi” si presta giuramento?

Quasi sempre sul Libro Sacro, ovvero su qualcosa che, secondo le varie Religioni, rappresenta la “parola divina”, ovvero trascendente. Anche senza far riferimento ad alcuna delle religioni rivelate, il Libro Sacro rappresenta simbolicamente, per qualunque iniziato, la connessione tra il piano materiale e un piano spirituale o, comunque, un piano sottile superiore che governa il mondo della materia. Dunque, il giuramento viene effettuato prendendo il “divino” o il “trascendente” a proprio testimone!

Ed ancora: “cosa” viene giurato?

Nei Riti di Perfezionamento, ogni “grado” ha un proprio tema, un proprio simbolismo ed un proprio “insegnamento” specifico. Dunque la prima parte di ciascun giuramento prestato dal neofita contiene spesso determinati obblighi ed impegni attinenti alla peculiarità di quel grado, che in questa sede non è consentito illustrare. Ma la seconda parte del giuramento si riferisce sempre alla fedeltà (e, a volte, anche alla obbedienza “consapevole” alla gerarchia del Rito, che è sempre piramidale).

Alla fedeltà a qualcuno? No di certo! Alla fedeltà alla Tradizione Unica e Perenne e, nello specifico, al Rito di cui si fa parte. Solitamente, nei massimi gradi, il giuramento comprende specialmente la difesa, anche a costo della vita, del Rito stesso! Disattendere sistematicamente tali giuramenti è ormai prassi consolidata della gran parte dei moderni massoni. Sin dai primi gradi si disattende al dovere di partecipazione ed impegno nel lavoro iniziatico. Proseguendo nei gradi intermedi si disattende ai principi specifici che ne sono il fondamento e l’insegnamento.

Infine, giunti ai vertici dei Riti, si disattende al giuramento massimo di fedeltà e difesa e possiamo notare con rammarico come troppi fratelli, effettuato un percorso che presumono essere stato di “ascesa”, in realtà sono scesi nel più profondo abisso, che li porta al tradimento dei giuramenti prestati e dei loro stessi fratelli, con i quali hanno condiviso per anni una strada.

Quando si fa notare la leggerezza con cui vengono infranti giuramenti per i quali in passato si sarebbe data la propria vita, come è realmente accaduto a eroici Fratelli in periodi di persecuzione del Libero Pensiero, la risposta più frequente è che si tratta di giuramenti letti in fretta e furia, magari in preda alla emozione e comunque senza comprendere quasi nulla dei testi che vengono posti tra le loro mani. Da ciò emerge solo un consiglio: fate leggere attentamente, molto tempo prima, al neofita cosà dovrà giurare e fategli fare un esame di coscienza che lo accerti o meno della sua possibilità di ottemperarvi.

La Coscienza è il nostro giudice implacabile che ci condannerà sempre, per il resto della nostra vita, se avremo prestato consapevolmente un giuramento cui non saremo stati capaci di tener fede!

Fr. Fil Jus

Articolo precedentemente pubblicato dallo stesso autore nella rivista Sophia Arcanorum

YOD, la prima lettera del tetragramma sacro

Abstract dell’intervento dell’autore KUM NAIM al 3° Seminario Nazionale sulla Tradizione Unica e Perenne che si terrà a Napoli il 23 marzo 2019 presso l’Hotel Tiempo (Ingresso libero fino ad esaurimento posti).

L’alfabeto ebraico si compone di 22 lettere e la decima di queste viene detta YOD ed è, così come tutte le altre, di derivazione linguistica dell’arcaica espressione fenicio-cananea ed in parte dell’antico lessico egizio – specialmente sacerdotale ed iniziatico, che nel corso del tempo ne ha influenzato, sebbene non sia una lingua di ceppo semitico, la fonetica, la grafia ed il significato.

La YOD, commutando la propria vocale, da semplice lettera, diviene una parola concreta – YAD – che corrisponde alla valenza della lettera – geroglifico di “ avambraccio “, “ mano “ ma nella lingua ebraica ne assume una ulteriore e cioè quella di “ dito “ e specificatamente dell’indice con cui appunto si vuole indicare qualcosa, si ordina, si comanda.
Nella simbologia della Kabbalah la Yod s’identifica infatti proprio con la mano chiusa ad eccezione dell’indice ordinatore dell’Eterno, di Colui che ha creato tutte le forme con il pensiero, le lettere e la parola, con l’inizio archetipale del “ principio fisico “ : la creazione in ambito biblico, tradizionale di stampo ebraico, monoteistico essenziale e sacerdotale.
D’altro canto la Yod è la prima lettera del tetragramma sacro (YOD, HE, WAW, HE) in cui Moshè (Mosè) definisce il Creatore innanzi al suo popolo, di probabile derivazione dal verbo “ essere “: “ io sono, colui che sarò “ ma la cui pronuncia era conosciuta solo ai veri ed antichi iniziati e che ad essi stessi non era data la facoltà di dire se non una sola volta all’anno e ad una condizione e cioè che l’orecchio non senta il suono emesso dalla bocca: “ in quel giorno suonerà il grande shofar “ (trombe fatte col corno di ariete) perché nessuno possa udire ciò che non può essere ascoltato.

La YOD è la più piccola delle lettere ebraiche essendo essenzialmente un puntino lievissimamente modificato che assomiglia molto ad un seme rotondeggiante in fase primaria di germimazione ove sta per spuntare una radice verso il basso e un germoglio verso l’alto a simboleggiare l’origine della vita e la potenzialità del movimento ascendente e discendente ed è con essa, si dice, che ha dato origine, per trasformazione spaziale a 11 lettere ebraiche e che con la ReSH, per combinazione, a tutte le altre, eccetto 2 (samek e Kaf).

Secondo la mistica ebraica, dopo la grande esplosione dell’energia luminosa (il Big-Bang cosmico nella teoria moderna della creazione ?) le 22 lettere (scintille) che portano con sé l’energia dell’unità primaria, iniziarono a combinarsi fra di loro per ricostruire quell’unità impressa in ognuno di esse che doveva permettere loro di ristrutturare il sistema originario.
Questa attrazione naturale delle scintille introdusse la legge dell’amore come prima e universale legge dell’EIN-SOF (Colui che è senza fine) e dette una nuova struttura vibratoria alla luce infinita. Tra luce e tenebre le 22 lettere si addensarono e presero forma e la prima combinazione (TZERUF) avvenne fra la ALEF e la BET e nacque la parola AV, padre, portando, con la trasformazione, alla purificazione.

“Nel principio era la parola, la parola era con D-o e la parola era D-o. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei e senza di Lui neppure una delle cose fatte è stata fatta. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta “ (prologo di Giovanni – Vangelo), “ In principio D-o creò “ (fece) (genesi 1,1) : sono le antiche costanti del pensiero primigenio degli iniziati, archetipali, dell’inizio fisico, dell’idea, del verbo, del Logos, della Grande Opera cosmica, del grande mistero della vita.

Prendiamo ora in considerazione l’estensione della parola Y-O-D che è formata dalla Yod stessa (il punto), dalla WAW (la linea) e dalla DALET (la squadra formante un spazio o un compasso aperto a 90 gradi formate un cerchio e con esso una sfera). Il punto, morfologicamente, rappresenta l’origine, l’essenza, la condensazione di tutte le forze, l’Onnipotente stesso.
Simbolicamente e in ambiente iniziatico – esoterico la YOD, questo puntino leggermente allungato e inscritto in un triangolo equilatero, ancora oggi lo troviamo in alcuni templi come per esempio in ambiente massonico a simboleggiare il Grande Architetto dell’Universo, il Supremo Artefice dei Mondi. In geometria, il punto corrisponde ad una figura senza reali dimensioni la quale però spostandosi con moto uniforme lungo una superficie dà luogo ad una linea retta (la WAW) e da essa, per trascinamento, dà luogo alla superficie e alla sua porta ove ne accede (la DALET, lo stipite del portale, l’ingresso). Ma la DALET, che graficamente è rappresentata da una squadra, ruotando su se stessa fungerà da compasso chiudendo lo spazio bidimensionale che, per espansione su più dimensioni, permetterà di manifestarsi in sfera: lo spazio (quasi) infinito e con esso il tempo (quasi) senza fine (nella mistica ebraica solo l ‘ Eterno è, appunto, eterno e solo Lui è “ il senza fine “ in tutte le espressioni possibili). Quello spazio che l’Onnipotente, col suo infinito amore, limitando sé stesso e la sua infinita potenza, ha permesso la creazione del tutto (eccetto dell’Eterno stesso) concentrandola in un puntino immensamente piccolo ma nel contempo infinitamente grande in forza e bellezza: la YOD, la prima scintilla di luce.

Onori oppure Oneri?

Tempo fa partecipavo ad un dibattito relativamente alla “massoneria deviata”, proposto per analizzare la nascita ed i comportamenti di troppe “Logge coperte” che nulla hanno di massonico, ma si costituiscono per scopi profani, spesso illegali od addirittura criminali. 

Volli aggiungere una “provocazione” secondo cui gran parte dell’attuale massoneria italiana sarebbe forse da definire “deviata” rispetto alla Tradizione Iniziatica, di cui essa dovrebbe essere l’odierno ultimo anello di una catena, che parte da tempi immemorabili e forse anche prestorici, passando attraverso i sacerdoti caldei ed egizi, i culti isiaci e delfici, le comunità Essene e gnostiche, i Catari ed i Bogomili, i Templari ed i Rosa+Croce della prima ora (oltre che innumerevoli altre Vie Iniziatiche alchemiche, kabalistiche e gnostiche). 

Purtroppo la “deviazione” che io vedo sta nella profanità che per-mea gran parte delle Obbedienze Massoniche, riducendole, quando va bene, a meri gruppi di uomini che intendono dedicarsi al miglioramento sociale della “umana famiglia”, con attività benefiche, culturali, didattiche ed anche politiche (nel senso pitagorico del termine); non distinguendosi così da altre Associazioni Culturali profane, che meglio possono ottemperare a tali compiti. Quando va “meno bene”, le tornate di Loggia servono come scusa per uscire di casa ed andare a mangiare una pizza coi “fratelli”: in tal caso le attività in Loggia per molti di loro hanno l’unico scopo di ottenere o mantenere una “carica”, possibilmente sempre più “prestigiosa”. 

Questi poveri fratelli vanno compresi ed aiutati, poiché le frustrazioni vissute nel mondo profano (dove spesso non “contano” nulla) ed inconsci gravi complessi d’inferiorità li spingono a terribili e duraturi litigi per un grembiule più grande o di più bel colore e ricamo o per uno scranno un po’ più alto! 

Tale fenomeno “carrieristico” si acuisce nei Riti di perfezionamento, in proporzione al numero di gradi che in essi vengono praticati, in un’affannosa ed immotivata scalata della “Piramide”, non per un nobile scopo di ottenere maggiori conoscenze della Tradizione Iniziatica, ma solo per “stare sopra” ad altri fratelli. 

Questi poveri fratelli vanno compresi per la sofferenza che portano sempre nel loro animo nell’affannosa scalata, che ritengono essere elemento di “onore” e non ne comprendono l’“onere” che essa comporta! Con le mani si arrampicano per gradini sempre più alti, mentre con i piedi scalciano chi è ancora un po’ più sotto, per timore di essere “raggiunti”, perché anche questo darebbe loro grande sofferenza.

Essi intendono che vi sia una “gerarchia”, non dissimile da quella militare e spesso si reputano in grado di “decidere” della “carriera” di altri fratelli, votandone o meno le elevazioni di grado, ipocritamente spesso definite “aumenti di luce”, mentre per tanti di loro sono solo avanzamenti nelle tenebre… 
Quanto è difficile comprendere come l’ottenimento di un rituale superiore è un nuovo “onere” da sopportare, nuovi principi da comprendere ed assimilare, nuovi impegni nei confronti dei Maestri Passati e della Tradizione Unica e Perenne, maggiore disponibilità nei confronti dei fratelli più giovani!

Non debbono esserci dei “meriti” per ottenere dei nuovi “oneri”, ma solo la dimostrazione della capacità di saperli sopportare. Il loro eventuale effetto positivo è una questione di Coscienza individuale. Anche l’attuale Papa della Chiesa Cattolica (di cui possiamo non condividere gran parte dei “dogmi”, ma cui non possiamo negare d’avere un “tradizione” ben ultra-millenaria) ha affermato: “Chi sono io per giudicare?”. Poi, invece, arriva un qualsiasi Maestro Massone a esporre il proprio “giudizio di merito” su di un altro fratello … 

Sappiate che l’unico vero giudice è e sarà la propria Coscienza! 

Smettete di comportarvi come dei “colonnelli” con i propri soldati e date a tutti la possibilità di evolvere, utilizzando gli strumenti della Tradizione che voi avete già avuto la fortuna di ricevere … 

Se Voi non li avete compresi, se non li sapete usare, non impedite ad altri di farlo, perché ciò spetta solo al Grande Architetto dell’Universo: Egli solo può regolare gli eventi in modo che non accada ciò che non deve accadere. 

Gli uomini facciano solo la sua Volontà! 

Noi abbiamo ricevuto per trasmettere, non per trattenere! 

Questa trasmissione ad altri fratelli dev’essere una gioia per un Iniziato, nella speranza che quei nuovi strumenti di lavoro su sé stesso siano ben utilizzati, ma nella consapevolezza di aver comunque “dato”, lasciando l’onere del lavoro alla Coscienza di chi abbia “ricevuto”. 

Un Rituale di un altro grado non è un “premio”, ma un investimento della Tradizione su chi potrebbe contribuire alla sua prosecuzione nei secoli. 

Fr. Fil Jus

Articolo precedentemente pubblicato dallo stesso autore nella rivista Sophia Arcanorum

La Bacchetta Magica nel Rito Antico e Primitivo di Memphis-Misraïm

Questo articolo nasce dall’esigenza di sviscerare quale sia e se sia la valenza magica del Rituale del Rito Antico e Primitivo di Memphis-Misraïm. La riflessione nasce dal fatto che l’asta del Maestro delle Cerimonie venga consacrata prima dell’apertura dei lavori con l’appellativo di bacchetta magica, la cui funzione è quella di condurre i lavori nel tempio, attirandovi le Energie del Cielo.

E se per certo si può parlare di magia operativa per gli alti gradi del Rito (Arcana Arcanorum), io sono anche convinta, per quanto personalmente esperito e per gli studi fatti, che anche nei gradi che li precedono si possa parlare di operatività, qualora si creino le giuste condizioni.

Una di queste è la consapevolezza di ciò che stiamo facendo e della sua finalità.

Partiamo dalla figura del Maestro delle Cerimonie: egli è il mago ed il suo strumento è la sua asta, o bastone, la bacchetta magica appunto. Un breve excursus storico ci aiuterà ad addentrarci nella giusta atmosfera. Nel mondo esoterico il bastone ha sempre avuto una valenza magica e di potere: da quello di AmonRa e delle altre divinità, dei sacerdoti e maghi dell’Antico Egitto, all’antica Cina, dove, specialmente se costruito in legno di pesco, veniva utilizzato per scacciare gli influssi maligni. I monaci taoisti venivano spesso rappresentati con un bastone nodoso con sette o nove nodi, anch’essi dal valore simbolico.

Dal bastone deriva la bacchetta, simbolo di potenza e chiaroveggenza. Anch’essa rappresentava già nei tempi antichi lo strumento di magia per eccellenza: in particolare nella cultura celtica, in cui il Druido, attraverso di essa, esercitava il proprio potere sugli elementi.

Nell’Antico Egitto dei Faraoni, tra gli oggetti lasciati nelle tombe, si possono annoverare bacchette, oltre a testi magici, che il Ka del defunto avrebbe potuto utilizzare nella sua nuova vita. Ritroviamo la bacchetta magica nella mano sinistra (parte femminile, ricettiva) del Bagatto (il mago), prima carta degli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Essa è rivolta verso l’alto, come mezzo di unione tra ciò che è in alto e ciò che è in basso, e come simbolo di potenza e volontà interiore nella ricerca della conoscenza e della comprensione poiché essa ha anche il potere di informare la materia.

bastone magico antico egitto

La valenza operativa e simbolica della bacchetta magica è anche quella della trasformazione alchemica, come veicolato, ad esempio nella favola di Pinocchio (o occhio pineale), trasformato da pezzo di legno, o sé inferiore, a bambino vero, o sé superiore. Si capisce l’importanza dunque della bacchetta sul piano esoterico ed alchemico, quale strumento in grado di compiere la trasformazione a cui aneliamo. A seconda delle funzioni che deve compiere, la bacchetta viene preparata secondo particolari misure, con particolari materiali ed in particolari momenti.

In genere il legno per la costruzione viene tratto da alberi nobili o di alta rappresentazione simbolica, come la quercia, l’ulivo, l’ebano o il cedro. In Massoneria, il materiale utilizzato dovrebbe essere legno scuro, rifinito diversamente a seconda delle diverse obbedienze. Nei Quaderni di Ivan Mosca si legge che il legno dovrebbe essere quello di bosso, probabilmente perché simbolo di immortalità.

Nel Rito Antico e Primitivo di Memphis-Misraïm la bacchetta magica è costituita da un bastone di lunghezza pari a 144 cm., in legno di ebano con un pomo di avorio all’apice. L’ebano è un legno molto duro e compatto, dal colore scuro, molto usato in ambito magico per le sue caratteristiche di creare protezione e dare poteri a chi sa utilizzarlo.

Mosè, sommo sacerdote e mago egizio, possedeva un bastone in ebano. E proprio grazie ad esso che egli, riuscì a compiere i suoi prodigi durante l’Esodo, siano essi fatti storici, o come sostiene Evola, trasmutazioni alchemiche.

Per quanto riguarda la lunghezza dell’asta, essa misura 144 cm, cioè due volte 72. Le misure 72 e 144 sono canoni della Tradizione. In particolare in Astrologia si hanno 72 energie positive e 72 energie negative che sorgono e tramontano continuamente ogni 20 minuti, così come nella tradizione Cabalistica vi sono 72 forze costruttive o energie cosmiche e 72 distruttive: le prime sono nomi e aspetti del divino, angeli o entità che portano sapienza, protezione, aiuto ed energia dall’alto e che portano verso l’alto chi vi anela. A questi si contrappongono i 72 demoni, o angeli del male, forze della natura, entità tenebrose o energie libertine presenti nell’animo umano.

La lunghezza della nostra bacchetta magica ci ricorda che possiamo interagire con tutte queste forze potenti, nel bene e nel male. Ancora in ambito numerologico, nello Zohar, il Libro dello Splendore, il numero 144 è un numero altamente mistico ed esoterico poiché ha come radice il numero 12 e 12 sono le Energie dello Zodiaco, le Tribù di Israele, gli Apostoli. Inoltre, nella Cabala il 12 viene scomposto in 1+2=3, espressione per eccellenza del Ternario.

In cima a quest’asta di ebano è posta una sfera bianca in avorio: essa è simbolo della perfezione e della regolarità assoluta, essendo il cerchio nella terza dimensione. Nella sua perfezione rappresenta il divino e il divino assume spesso la forma di una sfera, di un sole: Ra era il Dio del Sole! La forma geometrica della sfera è in grado di recepire le vibrazioni esterne (quelle sottili nel nostro caso) e di convogliarle verso il proprio centro, ma anche di irradiare verso l’esterno ed è quindi perfettamente in accordo con quelle che sono le funzioni dello strumento che stiamo studiando. Il materiale utilizzato per la sfera è l’avorio, simbolo di candore e purezza.

Il suo colore, il bianco appunto, è la combinazione di tutti i colori dello spettro elettromagnetico: è un colore senza tinta ma possiede un’alta luminosità, diventando pertanto, oltre che il simbolo di tutto ciò che è, anche emblema di purezza, spiritualità e divinità. I colori dell’asta (il chiaro e lo scuro, il bianco ed il nero) ricordano il pavimento a scacchi e dunque le coppie di complementari (Jin/Yang) che sono alla base di tutta la creazione.

Questo strumento è emblema del congiungimento dell’alto e del basso: esso rappresenta il veicolo dei viaggi attraverso diversi piani e mondi. Durante i lavori rituali ha il potere di catalizzare le energie e le influenze spirituali: esso ha la funzione di antenna, il cui scopo è creare il collegamento con le energie sottili e le qualità del Sublime Artefice dei Mondi, grazie anche all’Eggregore creato con la concentrazione e la predisposizione d’animo dei fratelli ed alla ritualità tramandataci.

La Luce che ne deriva illumina le menti dei fratelli pronti a riceverla. E’ una energia molto sottile, non da tutti percepibile chiaramente. Scende sotto forma di emozione, calore e vibrazione e comunica con noi non attraverso la parola, ma grazie all’intuizione creativa. La bacchetta magica ha il potere non solo di “ricevere” energie più sottili ma anche di convogliare verso un fine preciso le energie create dai fratelli durante i lavori rituali, grazie anche a ciò che è arrivato in aiuto.

Il progetto per il quale finalizzare le energie potrebbe essere l’evoluzione spirituale ed il risveglio nostro e di tutta l’Umanità, indirizzando la nostra consapevolezza, immaginazione e volontà. La bacchetta magica interviene nei momenti più importanti del rituale in modo da attirare nel Tempio le energie celesti. Durante l’entrata nel Tempio, quando si traccia il recinto sacro che lo delimita, essa crea una barriera magica, separandolo dal mondo profano: è attraverso la sacralità del suo incedere che il Maestro delle Cerimonie predispone con la propria bacchetta l’ambiente più idoneo allo svolgimento dei lavori, creando una sorta di bolla magica atemporale. E per concludere, durante l’uscita dal Tempio, essa abbatte la barriera magica costruita prima dell’apertura dei lavori, congedando le Forze discese.

Per tutta la durata dei lavori, il bastone viene tenuto con entrambe le mani, ad indicare il dualismo onnipresente. Tra la miriade di coppie che potremmo analizzare, parlando di magia porterei l’attenzione sui due ingredienti fondamentali: l’immaginazione, legata all’emisfero destro, e la volontà razionale, legata all’emisfero sinistro. Per quasi tutta la durata dei lavori il M.d.C. tiene il bastone con entrambe le mani, la destra sopra la sinistra (la destra rappresenta il crescente lunare, la sinistra il calante lunare; ciò indica il predominio delle energie positive a cui ci ispiriamo).

Solo alla chiusura dei lavori, il M.d.C. pone la mano sinistra al di sopra della destra per significare che ciò che si è acquisito interiormente cambia di polarità e si manifesta all’esterno per essere donato a beneficio dell’Umanità.

Cosa viene donato all’esterno? E quale ruolo esoterico svolgiamo noi fratelli nel nostro ritrovarci?

Riflettendo su questo punto vorrei concludere il mio scritto. Se è nostro intendimento svolgere un lavoro operativo è importante innanzitutto indirizzare la nostra consapevolezza sul fatto che lo svolgimento corretto del rituale svolga un’opera magica. Se noi manteniamo un atteggiamento non esoterico, il rituale stesso verrà svuotato dalle sue valenze magico-operative e lo strumento in questione, la bacchetta magica, diverrà un mero orpello. Dobbiamo partire, ovviamente, dal presupposto che il rituale sia uno strumento operativo, alchemico, ed abbia origini magiche. Ma questo può essere difficilmente percepibile per la mente razionale, anche se semplicemente esperibile per chi abbia la volontà di farlo.

Importante è anche la consapevolezza che noi lavoriamo con le energie che portiamo dentro noi stessi nel Tempio, e che queste energie creano un Eggregore, e che questo Eggregore agisce potentemente.

Se in ogni Camera Rituale si esprime il potenziale del gruppo che la costituisce, capirete quanto sia importante condurre, con cuore puro, la nostra Immaginazione e la nostra Volontà verso un discorso operativo, volto alla ricezione di energie sottili ed all’utilizzo di queste per la nostra evoluzione e per il bene dell’Umanità.

Sr.’. Elisheva

Articolo precedentemente pubblicato dallo stesso autore nella rivista Sophia Arcanorum

L’Animo Umano

Contrariamente alla normale percezione comune, l’animo umano non è “fermo ed immutabile”.

La stragrande maggioranza delle persone ritiene, errando, che esclusivamente durante il periodo dello sviluppo e della crescita infantile ed adolescenziale dell’individuo psiche e mente siano in evoluzione per diventare successivamente poi statiche ed immutabili con l’approdo all’età adulta. Ciò che invece accade nella realtà è un continuo rimodellamento della nostra mente, dettato dagli accadimenti emotivi e da tutte le esperienze della nostra vita psichica.

Anche la sofferenza, le difficoltà, i “Guardiani della soglia”, possono modificare la nostra mente?

La risposta è ovviamente si.

Difatti i periodi di difficoltà che si incontrano lungo l’arco della nostra vita e che tutti rifuggono perché ci fanno soffrire, in realtà, nel concreto, rafforzano le connessioni tra l’area prefrontale ed il sistema limbico del nostro cervello, ricostruendo, modificando e dando al cervello stesso le competenze per apprendere migliori capacità di calmarsi e controllarsi, aumentando la resistenza alla sofferenza nelle fasi difficili della vita stessa. Siamo di fronte ad un animo umano che, per potersi mantenere puro e preservare immutata quella che era la propria originaria forza, deve auto-analizzare giorno per giorno i propri difetti, le proprie asperità, per sgrossarle sino a levigare la pietra – che era un tempo grezza – ed evitare che l’ego prenda il sopravvento vanificando tutto il lavoro precedentemente compiuto. 

L’idea dell’esistenza di un’anima ha una probabile origine in Zarathustra, riscontrando successivamente grande importanza nella concezione orfica e pitagorica.

Anche nella cultura dell’antico Egitto è presente l’idea di anima uccello, che distaccatasi dal corpo inizia il suo viaggio astrale. Nella psicologia scientifica moderna molti risultati sperimentali hanno dimostrato che la fissazione prolungata della propria immagine allo specchio in un ambiente poco illuminato produce la percezione di facce strane al posto della faccia propria, ma, molti secoli prima, in Plotino, ritroviamo proprio una correlazione anima-specchio nella quale il filosofo attribuisce poteri magici allo specchio suddetto, strumento che produrrebbe apparizioni del demone dell’individuo, proprio come le “facce strane” riportate dai partecipanti agli esperimenti di psicologia sperimentale del ventesimo secolo.

L’anima sarebbe dunque una proiezione del Sé inconscio dell’individuo in una figura di demone.

La Psicologia Analitica di Jung potrebbe suggerire alcuni legami tra le strane facce che apparivano allo specchio durante le sperimentazioni psicologiche e gli archetipi dell’inconscio: deformazioni, inscurimenti e sparizioni di parti del volto sarebbero manifestazioni dell’archetipo dell’Ombra; antenati e animali sarebbero manifestazioni dell’archetipo del Sé; bimbi e mostri sarebbero manifestazioni dell’archetipo di Anima negli aspetti rispettivamente positivi e negativi. 

In realtà, in ambito psicologico e psichiatrico, i fenomeni illusori che avvengono durante una prolungata percezione visiva della propria immagine allo specchio si ipotizza che avvengano anche nelle altre modalità sensoriali, producendo illusioni dissociative simili. 

Se ad esempio ci riferiamo a quella che è la percezione uditiva, l’ascolto prolungato del suono del proprio respiro, secondo le tecniche classiche di meditazione Yoga e Buddhista, produce illusioni dissociative del Sé e in particolare esperienze extra-corporee di fuoriuscita del Sé del soggetto dal proprio corpo dissociato.

Da tale punto di vista appare allora esservi profondissima correlazione e inscindibile influenza dell’anima sul corpo e sulle sue percezioni fisiche, sia visive che uditive e tattili. 

La parte immateriale di noi, l’anima, controlla ed orienta la parte “materiale”, cioè il corpo. 

Anima che quindi va intesa come ciò che da vita.

Ma in realtà la mutabilità, la continua modificazione e  non “normalità” dell’anima risulta una ridondanza negli studi e nelle teorizzazioni filosofiche delle varie epoche storiche.

Gli egizi avevano elaborato un preciso concetto di anima andando addirittura a distinguerla in due diverse parti: il Ba, che rappresentava le manifestazioni dell’anima durante il periodo di vita dell’individuo  – il neneh, collegato alla ciclicità temporale vitale di Ra, il dio sole – mentre il Kah era la parte dell’anima che sarebbe rimasta per sempre, anche dopo la morte fisica dell’individuo, in un periodo chiamato Djet, il periodo dopo morte, l’immutabilità eterna che appartiene al regno eterno di Osiride, la divinità dei morti.

Alcuni millenni dopo gli egizi, Nel Moriae Encomium – l’elogio della pazzia – Erasmo descrive un preciso aspetto dell’animo umano, la stultitia, come una sorta di follia che è in realtà la vera molla dell’agire umano, un agire spontaneo che è il vero slancio alla vita, alle emozioni, ai sentimenti.

In ambito più prettamente esoterico e mistico il concetto di anima ricorre in Marsilio Ficino, importante filosofo medioevale, il quale asseriva nei suoi scritti che la religione è lo stesso infinito che è in noi .

In Ficino si passa dalla divinazione tipica di Dio del periodo medioevale al rivoluzionario concetto di divinizzazione dell’uomo, non da intendersi come il Dio che va a deificare l’uomo bensì, addirittura, come l’uomo che deifica se stesso quale depositario dell’anima dell’anima razionale che arriva ad essere l’unione del finito e dell’infinito così come della caducità del temporale e della permanenza dell’eternità:

“Le cose che sono sopra l’anima razionale sono solamente eterne: quelle che sono sotto lei sono solamente temporali; e l’anima razionale è parte eterna, parte temporale. Quest’anima imita Iddio con l’unità, gli Angeli con l’intelletto, la specie propria con la ragione, gli animali bruti col senso, le piante col nutrimento, le cose che mancano di vita con l’essere. È adunque l’anima dell’uomo in un certo modo tutte le cose” (De christiana religione, c. XVI).

In questo concetto l’anima umana diventa il tutto.

Da qua si arriva direttamente al concetto Ficiniano (molto pericoloso da esternare all’epoca!) che Dio diventò uomo non per altro fine se non per quello che l’uomo “qualche volta in qualche modo diventasse Dio”.

Ritroviamo in questo pensiero diversi insegnamenti che si possono conoscere solo nei rituali dei gradi superiori al terzo quali, fra tutti, il passaggio dal lavoro su se stessi da farsi nei primi tre gradi per arrivare al lavoro sulle leggi universali alle quali ci si inizierà ad orientare nel grado di maestro segreto.

Ma lo studio dell’anima ha continuato a rivestire grande importanza anche successivamente al medioevo. Se ci approcciamo al pensiero  di Erasmo noteremo che per lui La follia è la verità della vita, della scuola, della società. La follia non si può ne separare ne scacciare, sino al ribaltamento che porta consapevolezza della non scindibile connessione fra saggezza e follia.

Ecco allora che risulta esservi una più profonda chiave di lettura dell’agire umano, della sua anima e della sua evoluzione rispetto a quello che potrebbe apparire da una mera analisi scientifica della mente, una analisi che travalica le mere interpretazioni biologiche e biochimiche e va a situarsi su più profondi ed insondabili piani immateriali.

Fr. Amenemhat